Amores volant, verba manent: tutto “Il Peso della Farfalla” sul “M.A.P. – Museo degli Amori Perduti”

Veniamo dalla stessa città, siamo più o meno coetanei, entrambi infelici
Io non sono infelice
Cosa? Perché menti?”
(“L’appuntamento”, titolo originale “Najsreḱniot čovek na svetot”, Teona Strugar Mitevska, film del 2022)

C’è chi perdendo un amore ha vinto il Festival di Sanremo. C’è chi trovandolo ha perso altro. E poi c’è chi, portandolo dentro di sé, se ne nutre ogni giorno. Non ci si può neppure dannare l’anima, perché non si è mai soli quando si perde un amore, ci sono altri amori perduti, che sono lì, ad affollare il male comune, che più che un mezzo gaudio è un piccolo gusto per la perversione compartita.

Di tutte le vestigia che il processo invariabilmente porta con sé, alcune si sono conglomerate in un’esibizione itinerante, fermandosi dal 2010 in una casa, il “Museo delle Relazioni Interrotte”, con reperti fisici e altri immateriali.

Il Peso della Farfalla”, il festival organizzato da Punti Cospicui, incarnato dalla vivida personalità di Clarissa Veronico, ha trasformato gli influssi di questo ineludibile test esistenziale in un laboratorio teatrale, tenuto da Valentina Bischi (reduce dalle repliche della Pentesilea di cui abbiamo già scritto). La restituzione del laboratorio avviene nella culla naturale del festival, Prinz Zaum, libreria, bar, museo delle vite che continuano, prima, durante e dopo gli amori.

A cimentarsi con il laboratorio Maria Amendolara, Sabrina Di Bari, Francesco Fiore, Michela Lopez, Luca Lo Vercio, Nicola Nannavecchia, ognuna e ognuno col suo amore perduto, con il suo diorama multifocale, nascosto in un cartone, che una volta schiuso riaprirà la scena a un amore perduto. Ciascun cartone è una mystery box, i cui ingredienti già conosciamo, ma la cui ricetta può non essere uguale alla volta precedente. Secondo un andante vieppiù logorato dall’abuso, infatti, “il passato è una terra straniera”, sì, ma solo perché noi ci svegliamo ogni mattina un po’ stranieri verso la versione di noi che si era andata a coricare.

Il primo focus del diorama è la musica, quella in grado di struggerci, di riaccendere il fuoco sotto la pentola col nostro sangue, di spremerci la lacrima che pensavamo di aver finito. E poi, cibi, fotografie, vestiti, maschere, danze, parole, oh, sì, quante parole, così tante da poter toccarle. La strada e Zaum diventano un teatro in cui è stranamente l’apollineo a liberare dal dolore. Proprio dalla strada, da un balcone al primo piano, appare il cartone più importante: quello dei “Ricordi Bellissimi – Non aprire mai più”, che trasforma l’amor perduto in un thriller in cui le vittime e i carnefici siamo noi stessi. Con una pioggia di petali siamo anche noi, pubblico immerso nella performance, esorcizzati dai nostri amori perduti.

Il festival continua nel weekend con “Parla, Clitemnestra!”, produzione Barletti/Waas con Lea Barletti e Gabriele Benedetti, e il 6 e 7 ottobre con “P come Penelope”, di e con Paola Fresa.

Beatrice Zippo
Foto di Beatrice Zippo

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