Lady Blackbird infiamma il pubblico del Teatro Forma di Bari con il suo esplosivo mix di black music, motown, funky e jazz

Davvero una stagione da incorniciare quella della rassegna Around Jazz 2022/2023, curata da Michelangelo Busco per il Teatro Forma. Ancora un sold out, questa volta in compagnia di Lady Blackbird, che ha letteralmente incantato il pubblico nella tappa barese di un mini tour che ha toccato Bologna, Matera, Taranto e infine Milano.

Lady Blackbird è senza dubbio una delle grandi rivelazioni vocali degli ultimi tempi. Di recente ha vinto il titolo di Artista internazionale dell’anno al Jazz FM Awards. Arriva in Italia con il suo primo album, Black Acid Soul, e stupisce che sia solo il primo, vista l’indiscutibile maturità dell’artista. Lei stessa ci racconta che la sua gavetta è stata lunghissima, con alti e bassi, momenti di esaltazione e crisi, e che canta praticamente da sempre, da quando era bambina. È stato però l’incontro con Chris Seefried (che è produttore dell’album e con il quale collaborava già da diversi anni) che ha dato concretezza al suo talento e che ha fatto nascere Black Acid Soul, con pezzi originali scritti da entrambi e cover di brani iconici che si sviluppano in modo assolutamente originale, cuciti addosso a questa artista che ne fa occasione di nuove e intense emozioni. Del 2021, l’album è stato di recente remixato con l’aggiunta di nuovi brani ed è uscito in deluxe edition nel 2022.

Sul palco con Lady Blackbird, oltre allo stesso Seefried alla chitarra, il basso di Jonny Flaugher, la batteria di Jimmy Paxson e il pianoforte di Deron Johnson (che in passato aveva collaborato anche con Dizzie Gillespie).
Si parla di Marley Munroe (questo il vero nome della Lady) come di un mix tra Nina Simone, Sara Vaughan, Billie Holiday, ma noi aggiungeremmo anche Tina Turner e Grace Jones, per grinta ed energia. E non sono paragoni esagerati in un eccesso di benevolenza: davvero il richiamo a queste dee dell’Olimpo musicale non è eccessivo. Questa artista infatti porta in sé qualcosa di ognuna di loro, ma aggiunge poi del suo. Ne scaturisce un mix che le consente una profonda libertà espressiva e che le permette di vestire abiti diversi, di esplorare muovendosi in varie direzioni.
Il suo stesso nome in qualche modo racconta la sua personalità artistica e musicale. Lady, per la sofisticata eleganza della voce e del fraseggio; Blackbird (dal brano scritto da Paul McCartney per i Beatles) per il richiamo ad un uccello che può volare ovunque, senza vincoli di genere. E questo ripete in tutte le interviste, quando racconta la sua passione per più stili musicali.

Anche se l’impronta immediatamente riconoscibile è quella del jazz, la sua voce è densa di soul, gospel, blues. Una voce da contralto potente, densa e bellissima, che domina la scena e cattura cuore e cervello. Da un lato tinte scure e malinconiche, dall’altro un suono moderno e graffiante in cui la Black Music acquista vigore ed energia. E si fa fatica a credere che non abbia mai studiato canto, visto che con la voce la Munroe fa davvero quello che vuole, puntando tuttavia su arrangiamenti essenziali, su una architettura quasi scarna, pensata per mettere in risalto l’impatto emotivo della sua interpretazione. È una voce audace la sua, eppure è estremamente elegante, lontana da esibizionismi e accattivanti vocalizzi. Passione e rigore, misura e libertà.

I brani si susseguono quasi senza soluzione di continuità, inanellati uno all’altro come in un unico discorso. Tra i più suggestivi senza dubbio la cover di Blackbird come fu realizzata da Nina Simone, che è diventato un inno del movimento Black Lives Matter, dopo l’omicidio di George Floyd. Qui resta intatta l’atmosfera originale, il senso del brano, ma l’arrangiamento è assolutamente moderno: dolente, ma con un’energia e una forza che lo colorano in modo nuovo ed estremamente convincente. Incredibilmente bella Fix it, forse la più emozionante, che nasce come cover di un brano strumentale di Bill Evans (Peace Piece) ma viene arricchita di un testo. Completamente trasformata, si sviluppa poi in un modo del tutto originale. Un incanto e, per ammissione della stessa artista, forse il brano in cui si sente in assoluto più vulnerabile e nuda. E poi Come together dei Beatles, che avevamo ascoltato qualche giorno fa sullo stesso palco nella bella versione di Karima. Qui il ritmo quasi sincopato lascia il posto ad un discorso altrettanto grintoso ma più fluido. It’s not that easy (cover di Reuben Bell) e I am what I am (cover di Jerry Herman), se confrontate con le versioni originali, sono pervase da un’anima nera che le rende quasi irriconoscibili e nello stesso tempo appassionate, eleganti.

È la Black Music che pervade fino all’ultima nota questo preziosissimo lavoro di Lady Blackbird, un filo conduttore coerente, autentico, mai ripetitivo. Un’artista con una personalità ben strutturata, capace di far emergere senso e significato dai brani che interpreta. Per questo anche eventuali perplessità che possano affiorare davanti ad un album composto in buona parte da cover sono immediatamente fugate al momento dell’ascolto, quando ci si accorge che gli arrangiamenti essenziali che lasciano spazio alla voce nuda e l’energia creativa sono davvero in grado di nobilitare e rigenerare qualunque brano. Lady Blackbird innerva di profonda passione e personalissimi colori tutto quello che canta, gli dà un’anima nuova che sorprende, tocca il cuore nel profondo, con delicatezza ma anche con potenza ed energia. Sembra che stia già lavorando ad un secondo album, che secondo le sue intenzioni dirà ancora meglio di sé e della sua anima. Lo aspettiamo, e speriamo di riascoltarla presto, perché davvero con lei l’espressione “musica dell’anima” acquista un senso bello, un significato chiaro.

Imma Covino
Foto dalla pagina Facebook del Teatro

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