L’infinito spazio tra indulgenza e perdono, nel “Barabba” di Antonio Tarantino con Michele Schiano di Cola prodotto da Teatri di Bari

Quindi non mi interessa difenderti, José, da quello che hai fatto. Anche se l’avessi fatto volontariamente, con lo scopo deliberato di uccidere, non sarei in grado minimamente di giudicarti. Perché facendo quelle cose che hai fatto, nello stesso momento in cui le hai fatte, hai reso tutti più buoni, ci hai resi tutti più buoni, tutta l’umanità, tutti coloro che quelle cose invece non le hanno mai fatte.

(Matteo Galiazzo, “Cose che io non so”, racconto dall’antologia “Gioventù cannibale” a cura di Daniele Brolli)

Barabba è l’uomo che fu amnistiato dal popolo, laddove Gesù Cristo fu mandato in croce, per scelta del popolo dietro cui il potere si nascose.

Barabba” è Michele Schiano di Cola, che interpreta il testo di Antonio Tarantino, con la regia di Teresa Ludovico, lo spazio scenico e le luci di Vincent Longuemare, assistente alla regia Domenico Indiveri e cura della produzione di Sabrina Cocco. Lo spettacolo rientra nel cartellone “Sconfinamenti” della stagione 2022/2023 del Teatro Kismet.

Schiano di Cola inscena un morphing pazzesco di espressioni corporee, di inflessioni, mimiche facciali, timbri e registri, una cosa che finanche per un personaggio inventato al computer sarebbe difficile attuare. Il Barabba di Antonio Tarantino non ha volutamente un vero nome, né una vera collocazione spaziotemporale: svariati riferimenti geografici astraggono il personaggio dal contesto, dalle diverse valute ai riferimenti storici che si slabbrano per dimostrare la tesi che Barabba è l’uomo qualunque, il criminale comune, il perdono a buon mercato, la manifestazione plastica che preferiamo il personaggio più comodo, quello con cui tutti possiamo empatizzare, non è richiesto lo sforzo esistenziale di riconoscere il consenso a chi ci mette di fronte alla nostra coscienza.

Soprattutto, lo spazio scenico è ricco di evocazioni. Costruito come un traliccio metallico, esso a primo impatto, nell’incrocio tra scale e tramezzi, ricorda un Golgota architettato da Escher. Ricorrente è il numero tre, la forma indeformabile delle pareti in cui Schiano di Cola schiaccia e espande il proprio corpo, tre sono i chiodi della croce, ma soprattutto la cella in cui Barabba attende il proprio giudizio è organizzata su tre livelli di iconografia dantesca: quello inferiore, in cui egli tribola, viene torturato dagli uomini e dalle bestie della sporcizia, patisce la fame; quello mediano, in cui si veste, prega, medita, bestemmia lo stesso dio cui chiede conforto, contestualizza l’attimo in cui il carnefice diventa vittima del sistema; quello superiore, in cui Barabba dialoga con Dio, e perde il filo diretto con lui nel momento in cui egli stesso si assurge a divinità, evocando una scena che negli ultimi trent’anni in Italia abbiamo visto un’infinità di volte. Non vi è però nella drammaturgia un percorso unico: il Samsara della cristianità non è un rapporto di causa e effetto, ma una continua tensione tra forze, di ascesi e discesa, l’una a servizio dell’altra.

Perdendo l’umanità perdiamo Dio, in qualsiasi modo venga chiamato, e nell’attimo in cui crediamo di possedere divinità e santità, di essere il miracolo, siamo feccia, fino al prossimo giro.

Beatrice Zippo

Photo courtesy: Teatri di Bari

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