Il “Morabeza Tour” di Tosca supera anche la prova estiva e conquista il pubblico dell’Agìmus Festival di Mola di Bari

Quando ascolti l’assolo di uno strumento musicale, capisci se quelle frasi sono sincere o se chi sta suonando sta solo facendo virtuosismi o esercizi. Quando c’è verità, lo senti: lo senti in uno strumento e lo senti nella voce umana. Il suono della voce è come lo sguardo: è quello che dice agli altri se siamo sinceri o no. Il suono della voce viene prima delle parole, prima della musica, prima della canzone. Se siamo convincenti, lo siamo già nella musicalità che mettiamo in quello che diciamo. Il suono della voce è una chiave per attraversare le frontiere. Se tu sei convincente, non importa in quale lingua stia cantando: gli altri ti capiranno.
(Ivano Fossati dal docufilm “Il suono della voce” di Tosca)

L’ho già affermato pubblicamente più volte, ma voglio ripeterlo: il Morabeza Tour di Tosca è tra le produzioni live più belle che siano state realizzate negli ultimi anni, non solo capace di gareggiare con quelle nate negli italici confini, ma anche di competere a testa alta e finanche di vincere se confrontata con molte proposte che giungono sino a noi annunciate dalle trombe di un supposto ed effimero – e, spesso, non meritato – successo internazionale.

E mi piace ripeterlo adesso che ho potuto beneficiare di una replica estiva dello spettacolo, in tutto sovrapponibile alla versione invernale (ma perché, poi, modificare la perfezione?), inserita nell’ottimo cartellone dell’Agìmus di Mola di Bari, come sempre diretto dall’immarcescibile Pietro Rotolo, così da potermi felicemente rituffare nelle atmosfere provenienti da ogni angolo del globo, in quell’incessante susseguirsi di stili, idiomi e sonorità, specchio delle eccitanti innovazioni e fusioni di un caleidoscopico incrocio culturale in cui sembrano confluire tutte le musiche del mondo, con echi che provengono dal Centro e dal Sud dell’America come dal Nord dell’Africa, dalla Francia e dal Portogallo, in altre parole, nell’universo che, ormai da tempo, è il marchio di fabbrica di Tosca, denominatore ed insieme segno indelebile della sua altissima cifra stilistica.

Padrona assoluta di una creatività sconfinata, Tiziana Tosca Donati (questo il suo nome all’anagrafe) appare ormai come un nucleo dall’incalcolabile energia, capace di assorbire, rielaborare, impreziosire ed, infine, donare la musica – ogni musica – che le gira intorno e dentro, trasformando quei virtuali elettroni in note, parole, immagini e suggestioni, restituendoci tutto con la straordinaria e dirompente forza di un’idea, un concetto, una visione di vita che supera l’ambito artistico e che, poi, altro non è che l’estrinsecazione del suo mondo interiore, dotato di un’innata, preziosa e rara antenna che capta segnali ben oltre la superficie, un meccanismo che scava e arriva lì dove riposa la poesia, che, al suo bacio, al suo tocco meraviglioso, al suono magnifico della sua voce, si risveglia e si palesa, indossando un lungo vestito melodioso.

La versione estiva dello spettacolo, anch’essa curata da Massimo Venturiello per la parte teatrale e da Joe Barbieri per quella musicale, non solo conserva la splendida scenografia di Alessandro Chiti, che ha immaginato un salotto sudamericano in cui – dolcemente invadente – soffia l’alito vitale dell’amata figura di Frida Kahlo e dei suoi imprescindibili feticci, ma ripropone anche (per fortuna!) tutti i capolavori musicali già incontrati in inverno, perle di indicibile bellezza che rispondono al nome di “La mia casa”, scritta da Francesca Corrias in portoghese ed adattato in italiano da Cristina Renzetti, “Um a zero” di Pixinguinha, una versione brasileira di “Piazza Grande” del mai abbastanza compianto Lucio Dalla, “La bocca sul cuore” e “Giuramento”, in perfetto stile Joe Barbieri di cui viene ripresa anche “Cosmonauta d’appartamento”, “Via Etnea”, “Mio canarino”, “Hibrahim”, “Train de vie”, “Melache meluche”, “Vai saudade”, “Volver”, “Volta” e, naturalmente, “Morabeza”, la title track dello splendido album del 2019 da cui tutto è nato. E poi ci sono tre momenti che hanno del divino, che non sarà possibile dimenticare per quanti – e speriamo tanti – concerti ci sarà concesso di seguire ancora: la splendida “Alfonsina y el mar”, scritta da Ariel Ramirez e Felix Luna e resa immortale da Mercedes Sosa, grazie a cui scopriamo che anche un tavolino può diventare “strumento” per diffondere musica ed indimenticabili emozioni, “Libertà”, il brano, anch’esso mutuato dalla sensibilità musicale di Joe Barbieri, che Madeleine Peyroux ha costruito sulle splendide liriche di Paul Eluard e che ci commuove sino alle lacrime ad ogni nuovo ascolto, e, infine, la magnifica “Ho amato tutto”, dono sublime della penna di Pietro Cantarelli.

Sempre più rodata sino ad apparire assolutamente perfetta è la performance dell’intero ensemble di musicisti, giammai band di supporto, ma anima pulsante del concerto, cinque magnifiche menti pensanti (e, di questi tempi, è già un miracolo) che rispondono al nome di Giovanna Famulari al violoncello, pianoforte e voce, Elisabetta Pasquale al contrabbasso, cavaquinho e voce, Fabia Salvucci alle percussioni e voce, Massimo De Lorenzi alla chitarra e Luca Scorziello alla batteria e percussioni, che suonano, cantano, duettano, attraversano a piedi nudi un percorso tanto tortuoso quanto affascinante, in un continuo dono di musica, parole, passione e sguardi, diventando, di volta in volta, protagonisti e, soprattutto, formando un corpo solo con la leader, così da proporre un sound avvolgente, ipnotico, puro e contaminato, antico ma anche contemporaneo e finanche innovativo, che coglie la Musica, e l’Arte più in generale, nel suo spirito migliore, nella sua missione salvifica, nella sua essenza vitale. Solo in questo modo è possibile godere di un viaggio “il cui traguardo – come ha detto Tosca stessa – è riuscire ad amare quello che fai”, cogliendone ogni attimo per poi abbeverarsene e, semmai, centellinarne malinconicamente ogni goccia all’occorrenza nel corso della propria esistenza, lasciandosi catturare da quella sensazione di sottile dolore che accompagna i momenti più belli, intensi e preziosi del presente e la certezza della loro irripetibilità, unicità, irrecuperabilità se non nella memoria del passato prossimo, quando ci si lascia catturare dalle sensazioni che può donare quella nostalgia che in capoverdiano è chiamata proprio morabeza.

Ecco: crediamo che Tiziana sia ormai tra le poche a poter affermare di possedere queste qualità, perché, come ha giustamente affermato Imma Covino, “Tosca non è solo un’artista, una cantante, un’interprete: è una donna che ti riversa addosso un mondo intero, un pozzo cui attingere, è una viaggiatrice che si aggira in un mercato di spezie a Zanzibar e annusa, assaggia, guarda, ascolta, e poi, quando torna a casa, svuota davanti a te la borsa della spesa; e le spezie, i frutti dal nome sconosciuto, le stoffe colorate sono tutte lì. E tu guardi e tocchi tutto, come un bambino stupito e curioso; e lei ti guarda e sorride, perché ancora una volta la magia è riuscita: Tosca è riuscita a catturati e a portarti nel suo mondo.”

Pasquale Attolico
Foto di Giuseppe Mirizio
tratte dalla pagina Facebook
dell’Agìmus di Mola di Bari

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