Un lutto rigoroso, quasi eterno: Paolo Morga ci porta ne “La casa di Bernarda Alba”, il capolavoro di Federico Garçia Lorca

Tre repliche per “La casa di Bernarda Alba“, famosa opera di Garcìa Lorca, la produzione dell'”Allegra Brigata” portata in scena al Teatro Sociale di Fasano dal regista Paolo Morga, interpretata da Angela Vitto, Francesco Dibello, Erika Lavermicocca, Eloisa Zippo, Barbara Grilli, Ilia Corbascio, Monica Veneziani, Antonella Lotesoriere, Rosanna Pugliese, Pasquale Marzano, Viviana Pagliarulo, Marina Meuli, disegno luci Jacopo Selicati, scenografia Francesco Angelini, costumi Antonella Rubino

Un dramma commovente ed estremo della tradizione teatrale, che ha tanto da dire ancora oggi per il suo intrinseco e incessante motore di ricerca di libertà e felicità. Motore incarnato dalla presenza/assenza dell’ unico uomo conteso: Pepe il Romano.
La vicenda è conosciuta: rimasta vedova per la seconda volta, la sessantenne Bernarda (Angela Vitto) impone alle figlie – Angustia (di primo letto), Martirio, Maddalena, Amelia e Adele – un lutto rigoroso, quasi eterno, in uno spazio immobile in cui trova posto anche la serva (Francesco Dibello), che è anche amica/nemica di Bernarda.
All’interno di questo stretto perimetro, che ha il sapore di un ospedale manicomiale, si consumano tragiche vicende familiari.

La letteratura da sempre ci ha abituati a immagini di straordinaria bellezze e di inquietante aberrazione del microcosmo familiare e questo testo, scritto nel 1936, continua a parlarci di argomenti scottanti e urgenti: la questione femminile e il ruolo della donna che soggiace e si vincola a quello dell’uomo.
E non solo.
Immediato è anche il collegamento che lo spettatore realizza con la reclusione pandemica appena trascorsa e con tutto quello che ha comportato in ordine alle numerose violenze domestiche che si sono consumate. Non si può, quindi, evitare di scrivere di questo spettacolo che pone l’accento su grandi temi. È un dovere, al di là dei confini propri dello spettacolo teatrale.

Paolo Morga ci presenta una casa blindata, chiusa, divisa in due da un telo grata che ora separa, ora unisce senza consentire a nessuno di solcare la porta. La casa di Bernarda Alba si apre con un funerale e si chiude con un suicidio. La morte è padrona di quello spazio chiuso e asfittico, dove i sentimenti prevalenti sono l’invidia, l’insofferenza, la rivalità, il dominio padronale. Una piccola società che anziché unirsi, consolarsi e difendersi, si disgrega.
Bernarda, la madre dispotica, tiranneggia le figlie e la serva, ma in questa sua mania del controllo, dimostra solo la propria impotenza a governare il disfacimento.
Eppure un piccolo spiraglio si apre proprio nel finale, con l’entrata della suicida Adele.
In questa scena, le donne non sono più vestite di nero, ma tutte in camicie da notte bianche, quasi a voler rinascere alla vita.

Morga riesce a far emergere la bellezza e la brutalità del testo di Lorca, sollecita negli spettatori la capacità di trasferire la vicenda nel nostro presente quotidiano, dimostrando ancora una volta che abbiamo bisogno del teatro, come strumento di comprensione del reale attraverso la finzione.

Il testo di grande e sofferta poesia si apre alla vicende contemporanea in cui l’uomo manifesta la sua fragilità e impotenza e ci suggerisce il bisogno di confrontarci con materie scottanti, così come il bisogno di ricominciare, uscendo tutti da La casa di Bernarda Alba per affrontare il mondo nuovo che si apre ai nostri occhi, ripensandolo, trovando nuovi paradigmi anche attraverso il teatro, per non rimanere soli, incastrati tra quattro mura e vecchi concetti.

Dora Intini
Foto di Pino Mirizzi dalla pagina facebook di Allegra Brigata

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