L’eterno conflitto tra desiderio e coscienza, manifestato con un linguaggio forte, esplicito ed esilarante: a Gioia del Colle è andato in scena “Kvetch – Piagnistei” di Steven Berkoff, esito del laboratorio teatrale curato da Danilo Giuva ed Annalisa Calice

L’esito di un laboratorio teatrale è una cosa seria, soprattutto se il lavoro da cui l’opera scaturisce è stato posto nelle mani di Danilo Giuva; e lo sa bene il pubblico che regala alla performance, guidata dal giovane regista e da Annalisa Calice, una inappellabile serata sold out del Teatro Rossini di Gioia del Colle per la messa in scena di “Kvetch – Piagnistei” di Steven Berkoff.

Una commedia graffiante e comica; una farsa tragica; un dipinto di varia umanità, inquietante e allo stesso tempo commovente. Un ossimoro della contemporaneità.
Cinque i protagonisti: Donna, Frank, George, Hal e la suocera. Personaggi reali con desideri inconfessabili, in cui facilmente ognuno di noi si può identificare, perché vivono esperienze quotidiane e comuni. Esprimono il racconto dell’eterno conflitto tra desiderio e coscienza, manifestato con un linguaggio forte, esplicito e decisamente esilarante.
Donna, è una casalinga frustrata, che sogna di essere violentata da due netturbini; Frank è un piazzista, con pulsioni omosessuali; Hal è il problematico collega di Frank, abbandonato dalla moglie; la suocera è una vecchia ingombrante e fastidiosa; George è un uomo d’affari con l’ansia da prestazione sessuale.

Cinque personaggi, dieci attori.
Vi chiederete come abbia fatto il regista a mettere in scena la pièce.
È qui che la genialità di Danilo Giuva si manifesta. I cinque monologhi dei personaggi diventano dialoghi con se stessi e i ruoli si raddoppiano, richiamandoci alla memoria, tra l’altro, quel capolavoro cinematografico incontrastato che è Synecdoche, New York di Charlie Kaufman con una tra le più straordinarie interpretazioni del divino Philip Seymour Hoffman. Coscienza e desiderio interagiscono sbraitando la volontà di liberarsi dalle imposizioni formali e manichee, che condizionano i comportamenti dei personaggi.

Il sipario è chiuso e il proscenio si popola. Due magliette gialle (Filippo Masi e Marilù Losito);
due camicie azzurre (Michele Lisco e Pasqua Mallardi); due camicie bianche (Enzo Lamacchia
e Luigia Tullio
); due vestiti bianchi (Giovanna Carelli e Marica Colaninno) e due gonne a fiori
(Gabriella Giannoccaro e Elena Dellucci).
Il pubblico attende di capire.
Il sipario si apre e i doppi non si separano: sono l’uno l’ombra dell’altro.
Improvvisamente tutto è palese. Il pensiero si fa forma, corpo, parola manifesta capace di coraggio, priva di censura. Insieme, i pensieri dei protagonisti, diventano lamenti disperati, che implodono in grida soffocate, esplicitando i loro veri sentimenti.
In scena non ci sono oggetti, solo un divano e due sgabelli. È il testo che padroneggia sul palco: ora ironico, capace di sollecitare sonore risate; ora malinconico, con risa che si trasformano in silenzi. Passaggi repentini che ipnotizzano costantemente il pubblico attento.

Danilo Giuva colora un po’ la drammaturgia con pronunce dialettali per far sentire i lamenti dell’anima più vicini al pubblico, radicati in un territorio, il nostro. Lavora sul ritmo, la recitazione, sulla plausibilità dei movimenti, ma allo stesso tempo sull’efficacia scenica, cuce insomma i tempi di una partitura coinvolgente e penetrante.
Bravo Giuva! Non solo perché è stato capace di interpretare un autore contemporaneo, Berkoff, cogliendo le sfumature più nascoste della sua scrittura, ma anche perché ha saputo individuare le peculiarità di ogni attore mettendo in luce gli aspetti meno visibili, includendo, plasmando i suoi dieci allievi per realizzare il suo progetto.
E il pubblico ha apprezzato. In piedi ha applaudito, lasciandosi andare a vere ovazioni, e richiedendo a gran voce una replica nel prossimo futuro.

Dora Intini
Foto di scena di Marilù Losito

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