Il “Riace Social Blues” per chi si trova clandestino: Mimmo Lucano in scena al Teatro Traetta di Bitonto

If you’re a long way from home, can’t sleep at night
Grab your telephone, something just ain’t right
That’s evil, evil is goin’ on wrong
I am warnin’ ya brother, you better watch your happy home

Se sei lontano da casa, e non puoi dormire di notte,
e prendi il tuo telefono, e qualcosa proprio non va,
è il male, il male fa andare le cose male,
ti avviso, fratello, è bene che guardi la tua casa felice

(“Evil” – Howlin’ Wolf)

Li ha portati il vento”.
Così definisce il passaporto civile dei nuovi abitanti di Riace Enrico Fierro, compianto autore del testo di “Riace Social Blues”, scomparso lo scorso novembre. Perché non importa il posto da dove vieni, quanto dove sei, chi incontri e dove vai.

Lo spettacolo, nell’ambito della stagione BITONTOteatro, in collaborazione con Teatro Pubblico Pugliese – Consorzio Regionale per le Arti e la Cultura, porta sul palco l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, con l’attore biscegliese Cosimo Damiano Damato, i musicisti Djana Sissoko (voce e chitarra) e Baba Sissoko (djembé) e la danzattrice Lucia Scarabrino.

La scenografia è abbastanza diretta e essenziale: le statuette dei Santi Cosimo e Damiano, che accomunano nel culto dei santi patroni Riace e Bitonto; la bandiera arcobaleno della PACE e quella dell’ANPI, tanto più necessaria quanto più siamo vicini al 25 aprile; due delle coperte termiche metalliche con cui siamo stati abituati dai telegiornali a vedere avvolti i corpi ancora vivi, spesso con lesioni e ipotermie che i giornali però si guardano dal mostrare.
Lo strazio dei corpi morti è raccontato invece negli incubi delle registrazioni fatte ascoltare qui e lì durante il racconto di Damato. Questi incubi sono uguali per tutti coloro che ce l’hanno fatta ad attraversare il mare dopo migliaia di chilometri in terre perlopiù sconosciute, dopo i lager libici dove solo la storia troverà il compiuto coraggio di dire cosa sta succedendo.
Tre le sedie narranti: quella di Damato, quella di Lucano, quella col cappello di Fierro.

La delizia vera dello spettacolo è la commistione delle musiche e delle danze: una triade avente al centro la dolenza di chi parte per mare e arriva col vento accomuna la tarantella calabra, i griot nigeriani e i blues del delta del Mississippi, da Manu Chao alle ninne nanne delle mamme africane, la musica, al solito, ci scopre fatti di una sola carne e di un solo sangue.
Il testo si dipana senza colpi di teatro, lungo la narrazione che ripercorre tutta la narrativa delle lotte civili e di disobbedienza degli ultimi decenni, e i relativi emblemi della narrativa vicina e lontana: dal mito di Antigone, a Fabrizio De André, fino alle dediche contemporanee di Papa Francesco e Erri de Luca.

La sintesi è nell’aneddoto chiave che Fierro porta sotto gli occhi: “Quando vedi un bambino dalla pelle scura che corre per i vicoli del vecchio borgo e ti saluta in dialetto calabrese, tu capisci che quella è l’utopia della normalità sognata e costruita da Mimmo Lucano. Il mondo che vive normalità, un mondo che vive sintonia, che annulla le differenze, che affronta insieme tutte le difficoltà e le asprezze della vita”.

Lo standing sul palco di Mimmo Lucano, a sorpresa, pone interrogativi, più che corroborare certezze. Gli interrogativi vertono sui veri colpevoli del “reato di umanità” per cui attualmente risulta condannato, interrogativi su cosa e chi, in nome del “modello Riace” abbia negletto, eluso o infranto la legge, su quali fossero i livelli di consapevolezza degli attori della vicenda.

Ma affacciandosi verso il Mediterraneo da quest’ultimo lembo di continente, respirando a fondo la salsedine lontano dai veleni e dagli interessi minuscoli della politica, è chiaro, chiarissimo che è solo una questione di tempo. Cambieranno i governi, i consigli d’amministrazione delle fabbriche di bombe, i board delle banche internazionali; cambieranno le rotte dei disperati, i cartelli dei trafficanti, le mani degli assassini. Ma il sangue degli uomini resterà sempre lo stesso, così come resterà sempre la stessa la voglia di libertà e di migliorare la propria condizione e quella dei propri figli. E allora, presto, la Storia, quella con la S maiuscola, tornerà a bussare alle nostre case. E lo farà con la sua solita forza.”
(“Le stelle di Lampedusa” – Pietro Bartolo)

Beatrice Zippo
Foto di Beatrice Zippo

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