La Fondazione del Teatro Petruzzelli di Bari ha messo in scena un altro capolavoro: “Werther” di Jules Massenet con la regia di Stefano Vizioli e la direzione del Maestro Giampaolo Bisanti

Nell’opera di Goethe, c’è un poema che soddisfa tutte le condizioni dell’azione lirica. Werther, sì Werther, la cui anima conosce l’infinità dei dolori e delle gioie. In Werther c’è un dramma umano al quale si mescolano l’incanto e la desolazione della natura. L’immensità del mondo, con i suoi mormorii incantatori o lamentosi, con le sue armonie, le sue luci e le sue ombre, ha l’aria di associarsi alle sensazioni, alle idee, alle sofferenze dell’eroe. Io farò Werther. E Massenet ne scriverà la musica.” (Paul Milliet)

Un capolavoro è un capolavoro e per riconoscerlo non sempre occorre che sia salutato da un plebiscito popolare, da un’acclamazione indefinita, da un consenso astratto ed imprescindibile che fa accorrere pubblico al solo citare l’altisonante titolo d’opera inserito in cartellone; al contrario, è opportuno che si prendano sempre più decisioni coraggiose che consentano agli spettatori di conoscere pagine musicali forse più celate ma non meno interessanti. Fosse solo per questo, andrebbe lodata la Fondazione del Teatro Petruzzelli, ormai avvezza a deliziare la sua platea con un’offerta, seppur tra le più ampie, mai banale, per la scelta di inserire nella propria Stagione d’Opera 2022 il Werther di Jules Massenet, sicuramente da annoverarsi tra le partiture meno convenzionali per quella sua attitudine a non farsi rinchiudere entro schemi rigidi e prefissati.

Già compositore di grande successo, grazie a, tra l’altro, Hérodiade, Le Cid e Manon, Massenet si lascia convincere dal suo editore Georges Hartmann a leggere una bozza di sceneggiatura che aveva tratto da “Die leiden des jungen Werther (I dolori del giovane Werther)”, romanzo epistolare di Johann Wolfgang von Goethe, e ad accettare di trasporla in musica su libretto redatto a quattro mani da Édouard Blau e Paul Millet, che apportarono alcune modifiche alla trama originaria, anche se il compositore volle infine inserire tra gli autori anche il nome di Hartmann per fargli attribuire una parte di diritti d’autore dopo il fallimento della sua impresa editoriale.

Nonostante la trama appaia minimalista e sia, in fondo, il racconto – poco originale e, finanche, un po’ banale – dell’amore infelice fra il protagonista e Charlotte, la quale, per un giuramento fatto alla madre sul letto di morte, decide di negarsi alla felicità e rinunciare al giovane amante amato in favore del più rassicurante Albert, scelta che porterà Werther alla disperazione e, infine, al suicidio, nella notte di Natale e proprio tra le braccia della sua amata, il compositore francese riuscì a realizzarvi il lavoro della maturità, traducendo in musica quello spleen esistenziale che diventerà il vessillo del movimento romantico Sturm und Drang, e rendendo sorprendentemente, utilizzando soprattutto melodie soffuse, intrise di tenerezza e sensualità, un sentimento non solo romantico, irraggiungibile, eccessivo, ma anche concreto e tangibile, che resterà una chimera, un miraggio, perché ciascuno dei due protagonisti non avrà il coraggio di rischiare, allontanandosi e liberandosi dalle convenzioni del tempo.

Se, come affermò per sua diretta conoscenza Madame de Staël, “Goethe dispone del mondo poetico come un conquistatore del mondo reale”, Massenet, attraverso pure elegie malinconiche, desolate, crepuscolari, ne amplifica i sussulti emotivi con toni che, pur conoscendo reminiscenze di Cajkovskij e Schubert, ribaltano ciò che per definizione è la scrittura d’opera, risultando spesso atipici, avulsi, addirittura alieni alla precedente produzione musicale, come, del resto, appare il giovane Werther rispetto al piccolo mondo antico che lo circonda, popolato da ferree tradizioni, allegri buontemponi, bimbi felici e, soprattutto, mogli e figlie fedeli; una società che il protagonista si rifiuta di accettare, giungendo sino all’estrema decisione di non farne più parte, dandosi la morte.

Un capolavoro assoluto, si è detto, quello di Massenet, ma di certo possiamo annoverare nella medesima categoria l’edizione in scena al Petruzzelli (imperdibili repliche ancora oggi, sabato 23 aprile, e domani, domenica 24 aprile, sempre alle ore 18.00) nell’elegante ed affascinante allestimento scenico di OperaLombardia, che ha al suo arco una miriade di frecce appuntite, tutte giunte al cuore della platea, a partire dalla splendida regia di Stefano Vizioli, che, con un’intuizione che ha del geniale, rende tutta la rappresentazione al pari di un flashback cinematografico, regalando l’apertura e la chiusura dell’opera alla sola Charlotte, ormai anziana e relegata su di una sedia a rotelle, ‘costretta’ a ricordare il suo perduto amore attraverso la lettura delle lettere che questi le aveva inviato, scritti che diventano anche parte sostanziale della magnifica quanto essenziale scenografia firmata da Emanuele Sinisi, pregevolmente illuminata dal disegno luci di Vincenzo Raponi, sormontata proprio da uno di quei vecchi fogli stropicciati su cui appariranno di volta in volta, grazie ai suggestivi video dell’Imaginarium creative studio, non solo le parole cruciali dell’epistolario amoroso, ma anche – e, forse, soprattutto – le sensazioni, gli umori, anche del sangue, le nubi e le ombre che attanagliano senza via d’uscita l’animo dei personaggi, classicamente vestiti dai costumi di Anna Maria Heinreich, da cui traspare, particolarmente riguardo ai due protagonisti, tutta l’agghiacciante e siderale solitudine esistenziale che li circonda, li avvince e li assorbe nel vorticoso nevrotico alternarsi di atteggiamenti esasperati, tra esaltazioni parossistiche e recessi malinconici.

La regia di Vizioli, forse guardando più alla rigida pagina tedesca goethiana che alla edulcorata traduzione francese, pur non abbandonando del tutto il sentimentalismo da altri tante volte ostentato, sorprende per la sua sensibilità nel sottolineare i lati più reconditi ed oscuri della mente umana, tratteggiando le fragilità e le ambiguità di tutte le forze in campo e svelandone, con inedita raffinatezza, le gioie, i conforti, gli amori, i dubbi, i turbamenti, la disperazione.

Sublime la parte musicale guidata dal Maestro Giampaolo Bisanti, al ritorno sul podio dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli che ha magistralmente diretto artisticamente negli ultimi anni, con una strabiliante attenzione al dettaglio, ricchezza cromatica, morbidezza ma anche grande tensione unitaria, plasmando un’esecuzione varia, appassionata, intensa, unica, ricca di chiaroscuri e con un’abbondanza di nuance, di forte rilievo teatrale, in modo che l’ensemble suoni come meglio sarebbe difficile ipotizzare, estraendo l’essenza più pura di tutta l’abilissima scrittura di Massenet, trasmettendo con le note anche quello che le parole non riescono ad esprimere, regalandoci un’altra prova di grande accuratezza, come, d’altronde, è sempre accaduto – a mia memoria – quando è stato Bisanti a dirigerla. E se Vizioli esalta le doti attoriali degli interpreti, Bisanti addirittura ne eleva le qualità vocali all’ennesima potenza, specialmente riguardo il poker d’assi impegnato nei ruoli principali della Prima.

Francesco Demuro affronta Werther mostrando di padroneggiare a meraviglia l’eroe tormentato, immerso in un’aura marcatamente romantica, ma anche melanconico sognatore, con punte interpretative di lirico vaneggiamento e morbido decadentismo che, unite ad una tecnica più che pregevole, gli fanno pienamente meritare l’ovazione riservata a un “Pourquoi me réveiller” non meno che magistrale. Ketevan Kemoklidze ha svettato offrendo una prova di grande pregio in un ruolo per nulla semplice, distinguendosi in mezze voci e filati con grande maestria, restituendo una grandissima interpretazione di Charlotte al pubblico che l’ha ampiamente ricompensata con un meritatissimo tripudio, esploso nel terzo atto, quando la ‘controeroina’ massenetiana si conquista pienamente la scena. Le voci potenti, ma con molteplici e limpidissime colorature, dell’Albert di Biagio Pizzuti e della Sophie di Sara Rossini sono risuonate nel Politeama barese, donando il giusto pathos alle combattute personalità dei loro personaggi. Completavano degnamente il cast Francesco Verna (Le Bailli), Valentino Buzza (Schmidt), Stefano Marchisio (Johann), Carmine Giordano (Bruhlmann), Angelica Disanto (Katchen), come pure era apprezzatissimo, nella sua parte delicata e determinante, il Coro di Voci Bianche Vox Juvenes, affidato, come sempre, all’ottima guida di Emanuela Aymone.

Pasquale Attolico
Foto di Clarissa Lapolla photography
per gentile concessione dell’artista
e della Fondazione Petruzzelli

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