Quanto veleno ne “Il bacio della Vedova”, il dramma di Israel Horovitz con la regia di Teresa Ludovico in scena al Teatro Kismet di Bari

You might be surprised to hear that gentlemen are sometimes the worst.”
Sarete sorpresi di sentire che i gentiluomini sanno essere i peggiori.”
(“Promising Young Woman – Una donna promettente”, Emerald Fennel)

L’avremo sentito dire decine di volte, da donne e uomini: “Sono troppo buon*”, “Non mi meritano”, come se la gentilezza e la buona disposizione d’animo fossero un compito per ottenere di più, come se essere circondat* d’amore fosse un diritto o un merito. Il rovescio della medaglia è la giustificazione della vendetta, del giustizialismo, della violenza, se il risultato non rispetta la proiezione dell’ego. Tanto, quando tutto manca, è la vittima, a essersela cercata.

Un ego può proiettare ombre molto lunghe, se il Sole della ragione è prossimo al tramonto, e “Il bacio della Vedova” ce ne dà la dimostrazione plastica. Dopo aver circuitato a Salerno, Bologna, Cervia e nei Teatri di Bari, è planato finalmente al Teatro Kismet lo spettacolo del drammaturgo statunitense Israel Horovitz, tradotto da Marinella Minozzi, con la regia di Teresa Ludovico, lo spazio scenico e le luci di Vincent Longuemare. Sul palco, Diletta Acquaviva (Margy Palumbo), Alessandro Lussiana (Georgie Ferguson) e Michele Schiano di Cola (Archie Crisp), amici sin dall’infanzia, poi allontanati dalle circostanze e dai percorsi della vita, ritrovatisi di fronte a un bicchiere di vino e ad aspettative perlopiù disilluse.

Una scena essenziale, in cui un tavolone e sedie rumorose, da ospitare la convivialità e il ricordo dei bei vecchi tempi, diventa contundente: questi vecchi tempi erano poi così belli? Quanto ci vuole, affinché la spensieratezza di un bambino, nell’affibbiare soprannomi, diventi bullismo? Cosa aspetta la vita di una ragazza la cui colpa è quella di unire avvenenza e fascino intellettuale? Può l’invaghimento per qualcun* giustificare ogni mezzo, al fine di attirarne l’attenzione e i favori?

Ce lo si chiede in ogni istante della plumbea drammaturgia, in cui i ragazzi, poveri ma bravi, provano ad intaccare il frutto tentatore di una donna bella, ricca e libera, trasformando il loro “spettacolo d’arte varia” in una dolorosa punizione per un’adolescenza squallida, di cui non conservano la memoria completa e corretta. Parimenti, lo strapotere della superiorità economica e intellettuale, con una donna fisicamente debole a farne il vessillo, porterà a conseguenze nefaste, oggi come ieri.

L’interpretazione è equilibrata nella geometria a tre punte del testo, i cui angoli interni modificano di continuo la propria ampiezza, pur mantenendo una somma costante e compatta.

Non sempre il revisionismo storico delle esistenze dà i risultati sperati, e bisogna essere molto cauti nel padroneggiare i fuochi e i fumi del revanscismo. Ce lo insegna la storia, ce lo ricorda la cronaca, ce lo ripetono le nostre sconfitte quotidiane.

Voglio che mi diciate ti amo.”
(“The Dreamers”, Bernardo Bertolucci)

Beatrice Zippo
Foto di copertina di Beatrice Zippo

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