“Eterna domenica (La enfermedad del domingo)” di Ramón Salazar: storia di un abbandono della figlia ad opera della madre e di un tragico, mortale e dolce “ricongiungimento” finale

La storia
(CONTIENE SPOILER!)

Siamo a  Barcellona e in un grande palazzo  cammina in maniera regale Anabel, la proprietaria, insieme al ricco marito, del grande palazzo. In una sequenza senza tempo é lei che, prima di dare un pranzo di gala organizzato nella sua sontuosa abitazione, dà le ultime disposizioni dicendo che sono aboliti percing e che ogni cameriere, femmina o maschio che sia, deve servire un solo invitato. Come poi puntualmente avviene in maniera sontuosa e sfarzosa.

Durante il pranzo Anabel ordina alla ragazza che la serve un po’ di vino bianco e tuttavia vediamo che viene servito dalla ragazza solo vino rosso.

Anabel la guarda con occhi torvi e alla fine del pranzo resta sola con la cameriera che non le risponde, ha un viso fiero e altezzoso. e che le lascia un biglietto dalla cui lettura Anabel apprende e  riconosce che quella ragazza ingaggiata per prestare servizio come cameriera è sua figlia che lei ha avuto da un altro uomo e che aveva abbandonato all’età di otto anni, trent’anni prima.

E ne rimane turbata.

La figlia si chiama Chiara, e Anabel di questo fatto informa il marito e la sua figlia legittima Gloria, viziata, che accettano che lei si incontri con Chiara.

Tra freddezza ed imbarazzo, Anabel e Chiara si incontrano il giorno seguente nel club frequentato da Anabel e, con grande sorpresa,  Chiara  avanza una sola richiesta alla madre: passare dieci giorni con Anabel che, sorpresa ma non impaurita, finisce per accettare.

Vediamo Anabel partire per i Pirenei, dove Chiara abita in una casa piuttosto isolata, sui monti. E con scene quasi mute, intervallate come da scatti fotografici, Anabel e Chiara iniziano una sorta di convivenza forzata, apparentemente senza un programma neanche vago in ordine ai dieci giorni da trascorrere insieme. Nella casa di chiara e non in quella elegantissima e sfarzosa di Anabel

Chiara, fredda e determinata, cerca un rapporto non banale con la madre suggerendole di accompagnarla nel fare i servizi in casa ivi compreso l’accudimento di un cane molto affezionato a Chiara. A un certo punto Chiara di fatto costringe la madre ad andare ad una festa per la fiera del paese dove lei si ubriaca dopo  aver baciato a lungo un uomo sconosciuto.

Dopo essersi ubriacata nella festa di paese, Chiara viene recuperata e riportata a casa da Anabel dopo un tentativo di abuso di lei da parte dell’uomo sconosciuto incontrato in paese.

 Assistista dalla madre, Chiara rovescia nel lavandino tutto l’alcool tracannato da lei che non beve,  passa più di due giorni a letto ricordando poco o niente di quello che era successo e soprattutto dell’aiuto della madre. Durante il suo sonno durato due giorni si assiste ad una crisi di dolore accusata da Chiara sulla bocca dello stomaco e alla sparizione dello stesso con una puntura che Chiara si inietta da sola.  

Dopo una lite tra Anabel e Chiara che rinfaccia alla madre di averla abbandonata e che le spacca la testa con una pietra tirata per la rabbia, Chiara le si avvicina e la cura anche con un anestetico in suo possesso.

A questo punto il gelo iniziale tra le due comincia a sciogliersi sempre di più sicché una mattina decidono di percorrere sullo stesso slittino una discesa su un alpine coaster. Insomma un incontro da bambini tra madre e figlia, a rivivere un passato che ritorna con molta sofferenza.

 Durante la discesa Chiara si sente male e Anabel deve portarla in ospedale dove apprende dal medico l’estrema gravità della malattia della figlia. Tutto questo attraverso un incontro tra Anabel e il medico che si intravede solo da lontano dietro un finestrone di ospedale.

Nel frattempo Chiara aveva detto alla madre che suo padre era morto e che era sepolto nel vicino cimitero ove Anabel si reca e non trova alcuna lapide.

A questo punto Anabel comprende che Chiara vive in perfetta solitudine la sua vita buttata via di 40enne e senza il padre che sa della malattia delle figlia alla quale aveva promesso di starsene fuori, su esplicita richiesta di Chiara.

Dopo un po’ di reticenza, Chiara  dice ad un orecchio della madre cosa davvero potrebbe fare per lei. E’ un incontro, tra madre e figlia, di sublime e tenero significato.

Allora vediamo che Anabel tutta sola parte per Parigi dove incontra il suo ex compagno e padre di Chiara, Mathieu, che è ancora profondamente segnato dal suo abbandono e sa già tutto della figlia.

I due in un incontro parlato in francese si dicono tutto del loro pregresso rapporto che è stato troncato da Anabel perché lei non avrebbe resistito a quella vita e perché lei voleva di più, anche abbandonando la figlia di 8 anni. 

Dopo l’incontro con il suo ex compagno, padre di Chiara, Anabel vuole in qualche modo essere di aiuto a Chiara che sta molto male, gravissima, distesa sulla terra vicino al lago conosciuto da tutte e due, dove Anabel porta Chiara morente.

Arrivati sulle rive del lago Anabel prende Chiara, si spoglia nuda e spoglia anche Chiara e si immettono lentamente nelle acque gelide del lago.

Insomma uno struggente silenzioso bagno nelle acque del lago, delle due donne nude, sole, dove Anabel, su richiesta di Chiara, lascerà morire sua figlia già quasi morta in una sorta di catarsi amniotica che presuppone l’avvenuto  ricongiungimento dopo il distacco fetale.

Le mie riflessioni

Eterna domenica (in originale spagnolo “La enfermedad del domingo”, cioè la malattia della domenica) è un film del 2018 diretto da Ramón Salazar. Il film partecipò al Festival di Berlino 2018 nella sezione Panorama.

L’attrice Susi Sánchez, Anabel la mamma di Chiara, ottenne il Premio Goya per la migliore attrice protagonista nella rassegna del 2019.

Poi il film è stato completamente ignorato dalla critica non passando per niente o quasi dalle sale cinematografiche, e fattualmente dimenticato, nonostante la rigorosa bravura del regista Ramon Salazar e la grande interpretazione di Susi Sanchez (Anabel) e di Bárbara Lennie (Chiara)

Dalla storia molto particolare del rapporto tra madre e figlia, dalla scansione del film, dai silenzi e dalle pause, dalla storia di una bimba ora quarantenne abbandonata dalla madre che aveva mirato all’alta società, come poi si è effettivamente verificato, si ricava che Eterna Domenica è un dramma elegante sotto tutti i profili dove il bravissimo regista, in un racconto molto difficile, riesce ad equilibrare, sul piano prettamente visivo, la vita borghese, lussuosa e comunque smarrita di Anabel, e quella bucolica e nello stesso secca della vita di Chiara, che vive da sola in una casa isolata su una collina dei Pirenei.

Il tutto contornato da  scene rurali con “colori”  plumbei ed  eterei nello stesso tempo. Ed è un’atmosfera che si coniuga con la meditazione e il silenzio della relazione tra madre e figlia, dove la primitiva glacialità e distanza tra le due vengono superate da asciutte parole che puntualmente arrivano come collegamento di due esseri, di due anime che sembrano essere  due isole apparentemente separate, ma che poi si uniscono nella ormai imminente tragedia  che si preannuncia.

E questa  loro vicinanza, per dieci giorni, non capovolge mai questo rapporto fatto di silenzi, di rancore, di rabbia, consentendo ad Anabel e Chiara di vivere di timide e fugaci ammissioni, tutte finalizzate a creare una comprensione caratteriale tutta contrassegnata da sfumature. Mettendo in evidenza quello che vogliono, distintamente, Anabel e Chiara:  la noia è solo appannaggio dell’alta società dove vive Anabel, mentre il distacco dalla madre e la tragedia che incombe sono la vita di ogni giorno, la vita che sta per finire per una donna 40enne abbandonata dalla madre all’età di 8 anni.

In buona e definitiva sostanza Eterna Domenica mette in evidenza, senza alcun trucco cinematografico, il disagio di una giovane donna, Chiara, che è cresciuta con un senso di abbandono totale, distrutta dalla rabbia per un gesto incomprensibile (quello della madre), e la consapevolezza di una donna, Anabel, più matura, la cui vita agiata, sfarzosa e appagante è stata raggiunta a caro prezzo.

Da una parte c’è l’impietoso abbandono e dall’altra una sorta di vendetta che consiste  nella imposizione della figlia alla madre della riappropriazione di un ruolo, quello materno, che in un certo senso Anabel non può più riottenere, dopo un abbandono di 35 anni e una avvenuta riunione.

E’, quindi, questa una discussione sulla disperazione e sull’incertezza emotiva, una sorta di divisione innaturale che  accomuna i due personaggi. E’ il rapporto drammatico tra una madre sessantenne e sua figlia che ha abbandonato una trentina di anni prima e che improvvisamente ricompare nella sua vita. E’ il tema centrale dell’intenso film del regista Ramon Salazar.

Il loro rapporto ritrovato si snoda soprattutto tra silenzi, nuove fugaci assenze, scontri, rancore a stento represso, banalità quotidiana, parziali ammissioni, il tutto immerso in un tormento interiore di ciascuna delle due protagoniste e in un crescendo di drammaticità e di intimismo, con un tragico atto d’amore finale quando la madre troverà il modo di farsi perdonare per la scellerata scelta fatta in gioventù.

Sul finale poi il meraviglioso bagno nelle acque del lago, delle due donne nude: una catarsi amniotica, forse il ricongiungimento.

Infatti la madre accetterà la richiesta sussurrata nel suo orecchio da sua figlia e si confronterà con il proprio passato, con una figlia marchiata dal dolore e dai dubbi esistenziali che solo un simile, drammatico abbandono può generare.

Occorre, quindi, da parte di Anabel un gesto contrario egualmente doloroso da parte della madre per ristabilire l’equilibrio, un atto d’amore necessario per cercare di guarire la ferita inguaribile lasciata sull’anima sua e di sua figlia.

Stiamo parlando qui ancora una volta di una morte comunque violenta, della madre che “uccide” sua figlia 40enne lasciandola affogare, con il consenso di Chiara, nel gelido lago di montagna. Una sorta di “eutanasia” o meglio di dolce morte dove l’atto delle madre conclude ancora una volta un distacco, dopo il primo, quello dal liquido amniotico quando è nata e il secondo quando abbandona la propria figlia di 8 anni.

Ma questo “distacco” definitivo che avviene nel lago ghiacciato tra madre e figlia nude, finalmente vicine tra di loro in maniera intensa, si realizza nel momento di massima felicità di Chiara che corrisponde con la sua morte, questa si dolce anche se materialmente violenta.

E qui mi sovviene la storia tra Icaro e suo padre che apprezza e realizza la “felicità” del figlio nel momento in cui Icaro si avvicina di più al sole con grande felicità con le ali di cera che, sciogliendosi con il caldo, lo faranno morire.

Allora concludendo questa morte di Chiara non è eutanasia indotta. No questa è una drammatica storia di ricongiungimento e di reincontro tra madre e figlia dove la morte sussurrata e programmata da Chiara è il ritorno della figlia nel “grembo” materno.

Nicola Raimondo

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