L’insopportabile spietatezza delle buone maniere: Annika Strøhm, Arianna Gambaccini, Michele Cipriani e Saba Salvemini portano in scena in prima nazionale al Teatro Kismet di Bari “Il dio del massacro” di Yasmina Reza

Ho acceso un fiammifero a Vienna stasera, ha causato un incendio a New York. Dov’è il mio autocontrollo?” (Editors, “A ton of love”)

A molteplici livelli, dal dibattito politico, al dissing sui social network, osserviamo ogni giorno che non esistono buone maniere e non c’è calma che tenga, se i sentimenti ci spingono a odiare e aggredire il prossimo.
Si suol dire che la calma sia la virtù dei forti. Questo supporrebbe che un mondo perfetto elimini la rabbia, e ne neghi la debolezza. La vita ha insegnato invece a molti di noi che accettare la propria debolezza contribuisce ad alleviare la sofferenza nostra e altrui.

Le dieu du carnage”, il testo francese di Yasmina Reza del 2006, ha visto innumerevoli e pluripremiate trasposizioni teatrali, da Londra a Broadway, che hanno fatto la fortuna di molte produzioni e di chi le ha interpretate, come James Gandolfini e Silvio Orlando. Ne esiste anche un mediometraggio, con la regia di Roman Polański, dal nome “Carnage”, con Jodie Foster, Kate Winslet, John C. Reilly e Christoph Waltz.

Oggi, si misurano con quel testo, tanto da interpreti quanto da registi, Saba Salvemini e Annika Strøhm, Michele Cipriani ed Arianna Gambaccini, fondatori, in coppia, rispettivamente delle compagnie “Areté Ensemble” e “CiprianiGambaccini”, in una produzione andata in scena, con un incoraggiante sold out, in prima nazionale al Teatro Kismet di Bari, che verrà poi ospitata alla Cittadella degli Artisti di Molfetta il 27 febbraio, sempre nell’ambito della rassegna “Tutto Cambia” a cura di Teresa Ludovico. Le scene e le luci sono in consulenza con Michelangelo Campanale, i costumi di Maria Pascale.

La storia de “Il dio del massacro” è quella di un atto di violenza, forse il più veniale e genuino di tutti. Al parco di quartiere, Ferdinand Reille, un bambino di undici anni, colpendo con un bastone il coetaneo Bruno Houllié, gli stacca due incisivi e gli lesiona un nervo. Le coppie dei genitori dei due bambini, Alain e Annette Reille da una parte, Michel e Veronique Houllié dall’altra, si incontrano per definire pacificamente la lite tra i due bambini. Presto però i convenevoli verranno spazzati via da rivendicazioni che poco o nulla hanno a che fare con l’episodio.

Si inscena così un alterco continuo, nelle cui fasi acute le formazioni non sono più le due coppie di genitori, ma cambiano continuamente i propri contorni: donne contro uomini, ricchi contro poveri, genitori contro figli, convenzione sociale contro frustrazione personale, famiglia contro individuo, sincerità contro autocontrollo. Proprio questo ultimo conflitto demolisce tutte le certezze di cartone costruite fino a quel momento.
Due famiglie, apparentemente perfette e tolleranti, nascondono sotto la propria coltre di cortesia sentimenti che crediamo orrendi e lontani da noi, che invece ci affratellano più della reciproca e labile comprensione.

Ne derivano dialoghi senza esclusione di colpi, da cui i protagonisti usciranno svuotati (in un paio di casi letteralmente), scossi, infelici (ma perché prima erano felici?).
La catarsi si estende ai temi sociali grandi e piccoli: disinformazione mediatica, omofobia, specismo, vuoti educativi fanno capolino nel testo, lasciandosi volutamente nello sfondo delle riflessioni a palco spento.
L’allestimento contemporaneo e pulito è fatto per esaltare la quotidianità di qualcosa che può accadere a tutti noi, e spesso accade nel buio delle nostre menti, mentre sopportiamo tante cose in nome del maledetto “quieto vivere”.
Tra i quattro attori, tutti bravissimi ed accolti trionfalmente dal pubblico, l’interpretazione di Annika Strøhm/Annette Reille spicca in maniera decisa, imprimendo il ritmo a tutta la messa in scena.

O forse sono solo spaventato all’idea di perderti, o forse sono le cose che mi fai fare, il disco continua a suonare e a girare in tondo, può essersi incantato, può darsi che sia un suono, può darsi che io e te dobbiamo andare in giro fuori controllo.” (The Chemical Brothers “Out of control”)

Beatrice Zippo

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