L’immensa Wunderkammer dell’opera di Morricone nel racconto di “Ennio” di Giuseppe Tornatore

Ennio Morricone ha unito prosa e poesia” (Bernardo Bertolucci)

I nostri anni hanno visto una progressiva critica del mainstream, della cultura popolare, legando i registri più comuni dell’espressione a una mancanza di qualità. Questa critica ha contribuito in maniera preponderante alla polarizzazione delle culture: da un lato, ha relegato la ricerca e la qualità a nicchie sempre più piccole e disgregate, dall’altro ha permesso alla mediocrità e a chi la propina di guadagnare ampie finestre di attenzione in nome della popolarità, con poche eccezioni.
E questi due universi si guardano in cagnesco tra di loro.

Prima di questa polarizzazione, il dibattito esisteva e, parlando di Ennio Morricone, ha costituito una variegatura al fiele nella sua carriera: la convinzione di parte della scena intellettuale, ma anche in una spina nel cuore del Maestro, che chi scrive musica popolare, leggera, per il cinema, scendendo dalla dimensione della musica assoluta, sconta un grave peccato originale.
Il vero peccato, che diventa dolo se qualcuno se ne serve per conservare il proprio status quo, consiste nell’ossessione di etichettare ciò che è, ripetendo canoni il cui fissismo impedisce al nuovo di arrivare, uccidendo lentamente la creatività e il futuro.
Un futuro che Morricone anticipava con lucidissima costanza, una cifra che emerge chiara e forte nel film/omaggio che Giuseppe Tornatore gli ha tributato, non a caso chiamato “Ennio: The Maestro”.

Presentato in prima assoluta al Bif&st 2021 di Bari e in anteprima nelle sale italiane nel weekend del 29 e 30 gennaio, il film sarà nelle sale a partire dal 17 febbraio. Una parte notevole delle due ore e trentadue minuti di film è dedicata alla formazione di Morricone, dal padre trombettista fino all’incontro con colui che sarà sempre il suo primo vero maestro di composizione e il suo primo censore: Goffredo Petrassi, da cui “non reciderà mai il cordone ombelicale” come ricorda la pianista Gilda Buttà.
Emerge anche la vena jazzistica di Morricone, che assieme a una robusta base sinfonica e a una sensibilità altamente sperimentale, ne ha determinato lo stile espressivo sin dagli esordi, vale a dire il gruppo “Nuova Consonanza”, che era un po’ la sala giochi di Morricone, assieme al resto degli associati che ne facevano e ne fanno parte. Lì, distaccandosi da una tendenza all’autoghettizzazione tipica di una sperimentazione fine a se stessa, Morricone inizia a utilizzare il rumore per comporre musica e per arrangiare le canzoni (aggiungerei, una decina d’anni prima che i Pink Floyd si impadronissero della tecnica).

Il contratto con RCA permette a praticamente tutti i cantanti degli anni Sessanta di avere Morricone ad arrangiare un proprio pezzo, e a noi di ricordarli praticamente tutti, ognuno con una trovata geniale, sia per chi la musica la legge e la scrive, sia per il grande pubblico: nascono così “Sapore di sale”, “In ginocchio da te”, “Se telefonando”, “Il mondo” e decine di altri pezzi da antologia della canzone italiana.

Il film equilibra in modo eccezionale l’intervista fiume che Tornatore ha fatto al Maestro, ricca di gestualità, memoria (precisissima e puntualissima di tutta, e dico tutta, la musica composta), commozione, confidenza, aneddoti, a ritratti che del Maestro dipinge praticamente tutto il gotha del cinema e della musica degli ultimi cinquant’anni.
Da Pat Metheny, che si inchina di fronte alle parti di chitarra di “C’era una volta il West”, a Bruce Springsteen, ai footage RAI di Sergio Leone, passando per Gino Paoli, Hans Zimmer, Dario Argento, Lina Wertmüller, Wong Kar-Wai, Liliana Cavani e tantissimi altri.

Il racconto dei propri temi dalla voce, dagli occhi e dai gesti del Maestro, non manca di emozionare, con una nuova consapevolezza negli spettatori, una volta ascoltata la genesi: innanzitutto il verso del coyote per “Il buono, il brutto e il cattivo”; un personalissimo omaggio a Bach (che non spoilero); gli spartiti con intere strisce da improvvisare per i film di Dario Argento; i temi di “Mission”, questi ultimi, da brividi assoluti, presentati praticamente al telefono al regista Roland Joffé, altro ospite del film.

Nell’ombra, ma sempre presente, la prima lettrice della musica del Maestro: la moglie Maria, presenza silenziosa e sempre sorridente, campana di vetro antisfondamento del genio che compone senza sosta cinquecento colonne sonore per il cinema, e numerosa altra musica assoluta.

Un altro cruccio, reso con ottimo ritmo, è l’Oscar, sfumato troppe volte, arrivato nel 2016, finanche dopo quello alla carriera, per “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino. È proprio Tarantino a dire di Morricone le parole in cui più mi riconosco: “Morricone non è solo tra i più grandi compositori di musica per il cinema, è tra i più grandi compositori della storia, come Mozart, come Beethoven”. Ma come gli fa eco il Maestro, di umiltà e rispetto per la professione, prim’ancora che di musica in quanto tale: “un grande compositore può essere ritenuto tale solo dopo duecento anni che è morto”. Fra duecento anni nessuno di noi ci sarà, ma ci saranno le musiche di Morricone, con tutta probabilità.

Parlando di futuro, nel disegno di Morricone c’è tutta l’innovazione di questo mondo: “Nel 1961, ho detto a mia moglie Maria che avrei smesso di scrivere per il cinema nel 1970. Nel 1970 ho detto che avrei smesso nel 1980. Nel 1980 ho detto che avrei smesso nel 1990. Poi ho smesso … di dirlo”.

Beatrice Zippo

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