Con i suoi “Miracoli Metropolitani”, la magnifica Compagnia Carrozzeria Orfeo infrange la sottile parete tra speranza e miseria umana

Era venuto qui a giocare un po’ alla “Caccia al negro”: all’epoca la ricompensa era cinquemila più la licenza di vantarsi, ma per i ribelli figli della battaglia cinquemila solo per tagliare la testa a un negro sono soldi facili.” (Quentin Tarantino, “The Hateful Eight”)

Dopo aver toccato il Teatro Elfo Puccini di Milano e prima di approdare al Teatro Vascello di Roma (dall’11 al 23 gennaio), e ad altre date in tutta Italia, è tornata al Teatro Kismet di Bari, aprendo il nuovo anno del cartellone della Stagione teatrale “Tutto cambia” a cura di Teresa Ludovico, la magnifica Compagnia mantovana Carrozzeria Orfeo con “Miracoli Metropolitani”, la nuova produzione con la drammaturgia di Gabriele Di Luca, anche alla regia assieme a Massimiliano Setti (autore delle musiche) e a Alessandro Tedeschi, le scene e le luci di Lucio Diana e i costumi di Stefania Cempini, che annovera nel cast Elsa Bossi, Ambra Chiarello, Beatrice Schiros, Federico Gatti, Pier Luigi Pasino (con un doppio ruolo), Federico Vanni e lo stesso Massimiliano Setti, oltre alla voce fuori campo di Barbara Ronchi.

La scena è quella di una dark kitchen, così dark che si trova nel garage di un’autocarrozzeria, bottega, ma anche casa di una famiglia improbabile, in cui ogni personaggio degli otto presenti, con un lavoro di scrittura pazzesco, possiede personalità che sono chiavi a doppia mappa. Plinio, il marito, ex chef stellato, per compiacere sua moglie rincorre la cucina di cibi pronti sempre aggiornati con le ultimissime scelte alimentari alternative, senza poter esprimere la sua personalità, i suoi sogni, e infine il suo amore. Clara, la moglie, ex lavapiatti ossessionata da una scalata sociale a colpi di stories di Instagram che passano la soglia dell’abominevole, non si rende conto che il meccanismo in cui cerca di ingranarsi è fatto per tritare anche lei. Igor, figlio di Clara, analfabeta esistenziale e emotivo, passa le sue giornate a urlare contro un videogame dal titolo “Affonda l’immigrato”, permanendo in uno stato di ignoranza in senso stretto, fino a un cambio di direzione che non sarà indolore. Patty, madre di Plinio, settantenne militante femminista e antifascista, del tutto disarmata di fronte alla più fallibile delle battaglie, quella dei sentimenti. Attorno a loro, Mosquito, (la cui spacconeria ricorda un contemporaneo Belcore donizettiano), detenuto che lavora come fattorino nell’ambito di progetti coi fondi europei, in cerca di riscatto come attore; Hope, lavapiatti etiope, con un passato oscuro, e un presente e degli obiettivi ancora più oscuri; Cesare, aspirante suicida, prigioniero dei suoi amori perduti, in cui ha anche perduto se stesso; Mohamed, libanese, professore in madrepatria, rider pagato a cottimo in Italia.

Come in una caverna platonica, il videogioco “Affonda l’immigrato” offre l’allegoria di quello che è diventato il mondo fuori dal garage: un’ondata di liquami, partita dalle fogne, sta invadendo le città, e come da manuale del populismo, in un modo o nell’altro la colpa del malessere è stata data agli extracomunitari, e il movimento xenofobo “Prima la Patria” è riuscito a trovare espressione politica in Decreti Sicurezza che hanno aperto una vera e propria caccia al migrante.

Ancora Platone rivive nel racconto del concepimento di Eros, un Amore che, come frutto dell’incontro tra la Carenza e l’Espediente, squaderna la tensione duale di ciascun personaggio, e presenta finalmente le lenti narrative giuste: se ognuno si crogiola nelle sue miserie e mancanze, se ognuno spera in un riscatto a vario titolo, come potrà far sì che i propri progetti trovino una realizzazione, senza danneggiare l’altrui esistenza? Segni dall’aldilà, yoga, alimentazione alternativa, letture informate, sgambetti a destra e a manca, a cosa ci aggrappiamo per diventare persone migliori?

Non a caso il testo attinge a piene mani anche dalla poetica di Camus, in particolare dal suo “Saggio sull’assurdo”, sotteso dal racconto del mito di Sisifo, e del suo destino sempre in cammino, in cui il masso di ieri rappresenta lo sforzo di domani.

Le risate della prima parte dello spettacolo, che vola per oltre due ore, vengono intervallate sempre più da amare angosce, quand’anche non da gravi commozioni, in un susseguirsi continuo di stati d’animo che volge sempre più a favore delle ultime.

C’è tanto, c’è tutto nei “Miracoli Metropolitani”, finanche un bagaglio di profondità e rimpianti, che lo spettatore può portare con sé, affinché la lotta per un mondo più giusto smetta di essere un pollicione su Facebook, e diventi un tempo al servizio dell’esistere.

Proprio il fallimento delle speranze vacue e la consapevolezza di una miseria comune, come comune sarà l’ondata di liquami (che può assumere un significato che va dall’ideologia del diverso, passando per l’emergenza climatica, fino alla morte del corpo) che travolgerà le città, senza guardare in faccia a bianchi, neri, ricchi, poveri, mettono un punto e a capo alla considerazione del sé.

Il viaggio non è sempre bello. Non è sempre comodo. A volte fa male, ti spezza persino il cuore. Ma va bene. Il viaggio ti cambia; dovrebbe cambiarti. Lascia segni sulla tua memoria, sulla tua coscienza, sul tuo cuore e sul tuo corpo. Prendi qualcosa con te. Spero che tu lasci qualcosa di buono. ” (Anthony Bourdain, cooking star mondiale, morto suicida nel 2018)

Beatrice Zippo
Foto di copertina: Beatrice Zippo
Altre foto estratte dalla pagina Facebook “Carrozzeria Orfeo”

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