I mirabili e divertenti «Contrattempi moderni» di Raffaello Tullo, a teatro. Tra physical comedy, risate, poesia e tante citazioni. Un apologo sulla solitudine che riflette sul rapporto tra l’uomo e la tecnologia.

«Dove abiti?», chiede Charlot alla monella, interpretata da Paulette Goddard. «In nessun posto, ovunque», gli dice lei, in una delle risposte più poetiche della storia del cinema. Se in «Tempi moderni», nel 1936, Charlie Chaplin rifletteva sulla disumanizzazione del lavoro in fabbrica (specchio anche della perdita di identità a cui l’uomo si abituerà – ahilui – nel secolo a venire), lo stile di quella narrazione ha creato epigoni. Non solo nel cinema, ma anche nel teatro, se è vero che uno spettacolo come «Contrattempi moderni», di e con Raffaello Tullo, è una citazione geniale del capolavoro di Chaplin. Senza per questo saccheggiarlo. Anzi, svelando tutt’altra disumanizzazione: quella del rapporto tra uomo e tecnologia, tra corpo e oggetto, tra identità interna (la propria anima) ed esterna (l’apparenza).

Lo spettacolo ha debuttato lo scorso 12 dicembre al Teatro Traetta di Bitonto, coproduttore insieme a Comune e Parco delle Arti di Bitonto, con il sostegno di «Supermercati Dok & Famila». E torna il 26 dicembre al Nuovo Teatro Abeliano di Bari (biglietti in vendita su vivaticket.it). Nei due set andati in scena (entrambi sold out, con vivo e grande apprezzamento da parte del pubblico) Tullo ha confermato tutto il suo talento, già ampiamente visto negli spettacoli della Rimbamband (di cui continua a essere frontman e autore). Stavolta vi è una scrittura del testo a sei mani, tra lo stesso performer bitontino e due nomi di grido come Alessandro Clemente (autore di Benigni, Crozza, Luca e Paolo) e Alberto Di Risio (quest’ultimo anche regista, autore storico di Fiorello). Direttrice di scena è Martina Salvatore, con la direzione tecnica di Riccardo Tisbo, le luci di Andrea Mundo, gli inserti videografici di Vincenzo Recchia, i video di Michele Didone, la direzione della fotografia di Claudio Procaccio, la scenografia di Claudia Castriotta e Bruno Soriato.

Ma che c’entrano dunque Charlot e la “monella”, con Tullo e le diavolerie di «Contrattempi moderni»? C’entrano eccome. Intanto perché lo stile da film muto che Chaplin aveva utilizzato in «Tempi moderni», con gli effetti sonori sincronizzati, a teatro acquista una magnificenza tutta sua. Intendiamoci: non aspettatevi né Charlot, né le didascalie. Ma troverete la stessa fantasia poetica, in una commistione di linguaggi in cui lo spettatore non fa in tempo ad incantarsi per una trovata, che subito ne dovrà assimilare un’altra.

Merito di Tullo, unico protagonista in scena, costretto a un tour de force drammaturgico e fisico. Sì, perché quella di cui parliamo è una classica physical comedy, che in Italia si vede col contagocce, ma che in Europa e in America trova già da tempo terreno fertile. Lo spettacolo inizia con il risveglio del nostro protagonista nella nuova casa in cui si è trasferito (in una scenografia immersa in qualche scatolone, un piano cucina, un divano un’enorme televisione e uno specchio). E un frigorifero «accecante», quasi magico, dal quale salterà fuori l’impossibile. Forse persino Babbo Natale.

Un uomo solo al comando? Macché. Neanche al telecomando. A dettare legge, in quella casa domotica, c’è un pappagallo petulante, uno smartphone che sputa continuamente i messaggi vocali di una fidanzata assillante (pronta a invadere l’appartamento, a pranzo, con una quantità imprecisata di sgraditi parenti), l’altoparlante “intelligente” Alexa che regola ogni cosa. Ed ancora mille grattacapi, nel quale il protagonista – ancora impigiamato – inciamperà di continuo. L’effetto slapstick di questo teatro così fisico è evidente in ogni azione: tra tip tap, body percussion e oggetti usati come strumenti perfettamente intonati, Tullo si muove da par suo, giocando di continuo con il suo «virtuale», l’identità esterna che si manifesta nei due ledwall in scena (lo specchio e la tv). Creando effetti comici a profusione, ma trovando ogni volta la chiave per stemperare dinamismo e tensione in tenera poesia. E tanta, tantissima creatività: la danza di «Put it On The Ritz» con l’aspirapolvere, ad esempio, è degna dei migliori musical. Senza dimenticare che laddove lo spettacolo sembra muto, è in realtà ricchissimo di suoni, effetti rumoristici, grugniti, grammelot qua e là. Oltre a una colonna sonora nella quale lo spettatore non può non fantasticare: dall’Edvard Grieg del «Mattino» all’esplosività di «Reet Petite», dai Maneskin ad Al Bano (con tanto di cameo esilarante), dalla Danza ungherese n. 5 di Brahms al «Time of my life» di «Dirty Dancing». Con la chicca del «Blue Rondo à la Turk» di Dave Brubeck, e il suo ritmo ossessivo, così simbolico.

Si cita anche tanto altro cinema – da «Il grande dittatore» a «Ghost», da «Frankenstein Junior» a «Titanic» – in un caleidoscopio teatrale che non smette mai di stupire. Ci si commuove nel duetto con la bambola, insieme a «Smile» (non poteva mancare), e si esce da teatro con tanto buonumore e voglia di riflettere. Siamo più schiavi della tecnologia o di noi stessi? Come può un’anima creativa venirne a fuori, senza patteggiare continuamente con i tanti “black mirror” che ci attorniano? Domande forse destinate a restare senza risposta, in questa pièce tragicomica, che è anche un profondo apologo sulla solitudine. Sarà allora il caso di seguire il consiglio di Jamie Cullum, che nel brano di chiusura, il luminoso «Hang Your Lights», invita ciascuno di noi ad «appendere» sempre le proprie luci da qualche parte, o su chi si ama. Perché lì nessuno potrà mai spegnerle. Per continuare a vivere e ad abitare in nessun posto, ma ovunque.

Livio Costarella

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