Al Teatro Petruzzelli di Bari si rinnova tutta la magia della “Tosca” pucciniana grazie alla regia di Mario Pontiggia ed alla direzione musicale di Giampaolo Bisanti

Vi sarebbe un dramma che, se io fossi ancora in carriera, musicherei con tutta l’anima, ed è Tosca!” (Giuseppe Verdi)

Le novità di Tosca sono inseparabili dalle sue scoperte espressive: il primo tema di Scarpia, ossia quei tre accordi che aprono l’opera e, con alcune varianti, concludono sia il primo che il secondo atto, offrono un giro armonico certamente inedito; ma la forza inventiva di questo «inedito» è nell’additare un monstrum umano che nessuna musica aveva sinora guardato in faccia. E che il Novecento musicale guardò, invece, sempre più volentieri. Salomè, Elektra, Wozzeck: si dovrà ben trovare il coraggio, un giorno a l’altro, di nominare Tosca nella lista; cronologicamente verrebbe al primo posto.” (Fedele D’Amico)

Cosa sarebbe la musica senza l’incessante rinnovamento del linguaggio determinato da Giacomo Puccini? Cosa sarebbe l’opera lirica senza “Tosca”? Domande che, per fortuna, resteranno per sempre senza risposta, avendo il ripensamento del Maestro, inizialmente parso poco interessato, permesso a Casa Ricordi di licenziare Alberto Franchetti e di affidare nuovamente al genio lucchese la realizzazione di un’Opera sul dramma, di cui lo stesso Ricordi aveva già acquisito i diritti, scritto da Victorien Sardou e rappresentato per la prima volta nel 1887 al Théatre de la Porte-Saint-Martin di Parigi con protagonista la divina Sarah Bernhardt; affidato il libretto – poi realizzato non senza difficoltà – ai fidi Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, Puccini si mise al lavoro, rifacendosi al suo immarcescibile motto: “La musica? Cosa inutile. Non avendo libretto cosa me ne faccio della musica? Ho quel gran difetto di scriverla solamente quando i miei carnefici burattini si muovono sulla scena. Potessi essere un sinfonico puro. Ingannerei il mio tempo ed il mio pubblico. Ma io nacqui tanti anni fa, tanti, troppi, quasi un secolo … e il Dio Santo mi toccò col dito mignolo e mi disse: “Scrivi per il teatro: bada bene, solo per il teatro”. Ed ho seguito il supremo consiglio.”. Invece, la sua “Tosca” avrebbe inaugurato il nuovo secolo sperimentando un metodo compositivo del tutto innovativo che, negli anni a venire, sarebbe di fatto divenuto la regola di ogni autore, non ultimi quelli impegnati nella creazione di colonne sonore cinematografiche, Andrew Lloyd Webber e John Williams sopra tutti, con quella che, più tardi, sarà definita come l’ideazione, l’invenzione, la sovrapposizione di un tema musicale per ognuno dei protagonisti e non solo.

Innanzitutto, come ricordato da D’Amico, il Barone Scarpia, l’essenza del lato oscuro, personaggio tra i più crudeli scaturiti da penna, a partire dal Riccardo III shakespeariano giù giù sino al Darth Vader lucasiano, icona dello spasmodico, perverso e maligno desiderio di sopraffazione sull’altro, qui anche sull’oggetto del piacere sessuale, perfetta parafrasi di quel potere fondato sulla tortura, sulla repressione e sulla violenza fisica, che con Tosca si fa anche psicologica malvagità, abiezione morale, sarcasmo e prepotenza; poi Mario Cavaradossi, immagine dell’uomo innamorato, ma, nel contempo, figura politica dell’opera, finanche eroica, ancor più dello sfortunato bonapartista fuggiasco Angelotti, in cui arde la fiamma dell’ideale della Rivoluzione borghese, illusa e delusa dalla parentesi giacobina della Repubblica Romana, ma comunque strenuamente quanto vanamente difesa sino alla morte; quindi – ça va sans dire – Floria Tosca, perfetta riproduzione dell’eroina romantica se non, addirittura, grandguignolesca, la donna forte e fragile allo stesso tempo, fedele in amore e nella devozione religiosa, voce ed attrice inimitabile ed ambita, prorompente e determinata sul palco ma insicura e debole nella vita, diva idolatrata dal pubblico e amante amata e gelosa nel privato; ed infine, su tutto e tutti, Roma, irrimediabilmente in mano ad un potere corrotto e spietato, senza umanità, alimentato e spesso supportato da credenze bigotte e servilismo becero, in quel soggiacere del popolo alle angherie dei suoi aguzzini, fotografata in modo sublime nella omonima trasposizione cinematografica dell’Opera, datata 1973, scritta e diretta da Luigi Magni ed interpretata da una divina Monica Vitti e dal mai abbastanza compianto Maestro Gigi Proietti; una rappresentazione, quella pucciniana, assolutamente indelebile nella sua originalità, perfetta al punto da aver sfidato i secoli, risultando ancor oggi quanto mai scomodamente attuale, cui deve essere riconosciuto il primato di aver colto il più autentico spirito romano e – perché no -, italico, e, soprattutto, di averlo saputo ferocemente criticare per voce del suo Cavaradossi, operazione coraggiosa che, con tutta probabilità, gli valse le contestazioni durante la prima assoluta del 14 gennaio 1900 tenutasi proprio a Roma sul palco del Teatro Costanzi.

Oggi quello spirito, integro, intatto, intonso, sembra tornare ad aleggiare sul prestigioso palco del Teatro Petruzzelli grazie all’ultimo titolo inserito nel cartellone della Stagione d’Opera e Balletto 2021 della Fondazione Petruzzelli, giunto a Bari nell’allestimento scenico della Fondazione Teatro Massimo di Palermo con la regia di Mario Pontiggia, il quale lascia ad altri i – non sempre apprezzati – sforzi di proporre allestimenti sperimentali ed anticonformisti, dimostrando, al contrario, una non comune cura dei particolari nel recuperare a piene mani l’eccellenza dell’immensa tradizione d’arte scenica e pittorica italiana, abbracciandone la lettura più piacevolmente ed elegantemente convenzionale, anche un po’ d’antan, come nella scelta finale di mostrare un Cavaradossi convinto della buona riuscita dello stratagemma della finta fucilazione, soluzione registica ormai abbandonata da tempo, pur inserendovi taluni sprazzi e sussulti inediti, per esempio quando nel turbinoso finale del primo atto irrompono in chiesa i rivoluzionari giacobini.

Complice una recitazione che, seppur risultando assolutamente credibile, risponde agli stessi stilemi del regista argentino, è la splendida scenografia di Francesco Zito (cui si devono anche gli eleganti quanto tradizionali costumi in cui predominano il nero ed il rosso, con uniche concessioni al colore per Tosca) ad attirare, grazie anche alla magia delle luci di Bruno Ciulli, le attenzioni del pubblico che affollava in ogni ordine di posto il nostro Politeama nella sera della Prima: l’enorme cupola di Sant’Andrea della Valle, nel primo atto, che contiene sacro e profano, amore e odio, schiacciando i protagonisti e le loro storie; la grande sala del Palazzo Farnese, nel secondo, rappresentazione della tortura tanto fisica quanto, e soprattutto, psicologica inferta dal potere, ma anche della uccisione del tiranno; i giganteschi spalti di Castel Sant’Angelo, nell’ultimo atto, che ad apertura di sipario fanno palpabilmente sussultare gli spettatori, con un’enorme grata che sembra dividere il sogno dall’amara realtà, l’anelato lieto fine dal dramma, la speranza dalla disperazione.

Ebbene, una messa in scena di tal fattura, opportunamente attenta a non concedere distrazioni o digressioni, va da sé che focalizzi l’attenzione sulla partitura musicale e sulla sua esecuzione. La Tosca di Ailyn Pérez è perfetta: tecnicamente impeccabile, sicura nell’interpretazione vocale e scenica, giustamente acclamata dal pubblico al termine dell’opera, si impone per ricchezza, timbro e colore, padrona di intenzioni e sfumature, dominatrice delle note acute, con armonici di ampio respiro utilizzati sempre a fini espressivi, con drammatica sobrietà, senza eccedere in facili eccessi per accondiscendere la platea; il suo “Vissi d’arte”, che ha avuto ripetute richieste di bis, non concesso, verrà ricordato per molto tempo. Tradizionale sotto ogni profilo, il Cavaradossi di Rame Lahaj, passionale ed irruente senza sosta, physique du rôle finalmente degno del personaggio e voce più che possente che gli consente, addirittura, di cantare da seduto il celeberrimo “E lucevan le stelle”. Inizialmente rigido, quasi ingessato, e poi maturato nel secondo atto, talvolta anche oltre le righe, nel suo crescendo di negatività viscida ed imperiosa, lo Scarpia di Franco Vassallo si lascia apprezzare, ma senza raggiungere vette interpretative memorabili. Assortiti a dovere i ruoli da comprimari, primo fra tutti il Sagrestano, ben caratterizzato dal nostro Domenico Colaianni, sempre bravo, e poi il dolorante Angelotti di Alessandro Spina, lo strisciante Spoletta di Christian Collia, lo Sciarrone di Giovanni Augelli, il Carceriere di Antonio Muserra ed il bravo Pastorello di Adriana Colasuonno.

Mi è piaciuto conservare per ultimi i primari punti di forza di questa edizione barese, eccellenze tra le eccellenze di questo degno saluto del Teatro Petruzzelli all’anno che va a terminare. Innanzitutto il Coro del Teatro, come sempre magistralmente curato da Fabrizio Cassi, che, pur nelle poche parti concessegli da Puccini, ha saputo essere superbo, di innegabile efficacia, raggiungendo la perfezione assoluta nell’intervento fuori scena del secondo atto, successo da condividere con il Coro di Voci Bianche della Fondazione Petruzzelli preparato da Emanuela Aymone.

Impeccabile – ma ormai non è più una sorpresa – ed in totale stato di grazia l’Orchestra tutta del Teatro Petruzzelli, capace di rendere al massimo grado l’altissimo tasso di intensità drammaturgica che caratterizza quest’opera, dall’inizio alla fine, naturalmente grazie alla presenza sul podio del suo direttore artistico con cui ormai forma un connubio inestricabile quanto imprescindibile, il Maestro Giampaolo Bisanti, dominatore assoluto di questa Tosca: la sua bacchetta magica ci concede di vivere appieno le furenti passioni dei protagonisti e di ‘sentirne’ tutto l’incontestabile pathos, grazie ad una concertazione viva, vibrante, emozionante, entusiastica ed entusiasmante, dal ritmo serrato ma anche dai sublimi afflati, esaltando le scelte timbriche e le raffinate armonie dell’autore come la varietà dell’organico, mostrando sempre una religiosa attenzione alle ragioni del canto, così da esaltarne tanto le frasi più liriche e le arie più famose quanto le parti meno conosciute sino ai silenzi, traendone sonorità compatte e dolcissime, con tempi impeccabili e volumi adeguati, in modo che anche l’ascoltatore meno attento non potesse non godere della sublime ricchezza della tavolozza di colori presente sul pentagramma; guardarlo dirigere e cantare – sì, cantare – mentre il suo viso è preda di una mimica perfettamente espressiva ed il suo corpo, mai domo, in evidente stato di esaltazione, appare e scompare dalla buca, è uno spettacolo nello spettacolo, che, pur consapevoli della magnificenza che si sta perpetuando sul palco, meriterebbe una visione esclusiva.

Repliche, anche con altro cast, venerdì 17 dicembre alle 20.30, domenica 19 dicembre alle 18.00, lunedì 20, martedì 21 e mercoledì 22 dicembre alle 20.30 e giovedì 23 dicembre alle 18.00.

Pasquale Attolico
Foto: Clarissa Lapolla photography
per gentile concessione della Fondazione Teatro Petruzzelli

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