Con il suo “In Exitu” tratto da Giovanni Testori, Roberto Latini porta in scena al Teatro Kismet di Bari un match contro le dipendenze

Voglio dire: e i cazzi di sette e mezzo in latino, per esempio, che da semplici strumenti sono diventati una specie di fine ultimo? Insomma, a quanto ne so dovrei studiare per strappare un titolo di studio che a sua volta mi permetta di strappare un buon lavoro che a sua volta mi consenta di strappare abbastanza soldi per strappare una qualche cavolo di serenità.” (E. Brizzi)

Ma perché dovrei fare una cosa così?
Io ho scelto di non scegliere la vita
ho scelto qualcos’altro
le ragioni?
Non ci sono ragioni…
chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?
” (I. Welsh)

Il romanzo del 1988 “In exitu” di Giovanni Testori ha avuto una particolare fortuna nella trasposizione teatrale.
La lettura che ne dà Roberto Latini, da unico interprete e regista, per dirla in una parola che non chiude, anzi, apre la riflessione, è “decostruita”.
Le musiche, bellissime, sono di Gianluca Misiti, le luci di Max Mugnai.

La leggiadria dei sudari bianchi sullo sfondo contrasta col corpo sofferente e claudicante che ne viene fuori.
Un corpo per l’appunto decostruito, disarticolato, che parla una lingua che unisce il dialetto milanese al costrutto dantesco, un Manzoni prima del lavaggio in Arno, sporco di ogni fluido corporeo, e sporco di droga. Già, la droga, quella che scorre a fiumi nella Milano degli Anni Ottanta, quella in cui Gino Rigoldi, protagonista del romanzo, vive i suoi ultimi istanti di vita, rimediando buchi e soldi facendo “Il Troio”. La stessa Milano che consegnava centinaia di giovani alla Comunità San Patrignano (protagonista di una recente docuserie Netflix) e definita a sua volta “Madre amorosa e crudele”, in un romanzo scritto da uno dei suoi ospiti più illustri, Fabio Cantelli.

Proprio al Troio per eccellenza della storia del rock, a Freddie Mercury, è ispirata parte del costume: un paio di mutande bianche e l’asta del microfono usata, invece che come simbolo fallico, come stampella della sconfitta definitiva, quella contro la morte, magari incedendo in modo incerto su materassi sfatti e lerci come quelli dei ragazzi di vita di pasoliniana memoria.
E negli Anni Ottanta lo stigma dell’omosessualità aggiungeva sofferenza alla sofferenza dello stigma del tossicodipendente, che chi ha vissuto quel periodo ricorda molto bene.

Anche la voce è decostruita meravigliosamente da Latini, e smembrata in tanti personaggi quanti ne creano i buchi di cui Rigoldi si crivella, in un lavoro di armonizzazione con la mimica facciale che mi ha ricordato tantissimo il lavoro fatto da James McAvoy nel film “Split” del 2016, diretto da M. Night Shyamalan. Lì era un disturbo della personalità, qui è l’eroina a popolare di un demone sempre diverso la coscienza del protagonista.

Prima di quella finale, tante sconfitte esistenziali sono state inflitte a Rigoldi, ciascuna diventata intercambiabile con la dipendenza: l’approvazione dei genitori, prima, e degli insegnanti, dopo. L’ossessione del successo, che avvia una spirale autodistruttiva che può solo avere una fine, seppure i veicoli siano tanti, non necessariamente la droga. È stato il caso di moltissime rockstar, obbligate ad essere sempre sulla cresta dell’onda, finite nel vizio dell’autodistruzione, catalizzato – oppure no – da alcool o droga, come Chester Bennington, leader dei Linkin Park, che cantava così in “Crawling”: “Strisciando nella mia paura, queste ferite non guariranno, ecco come cado nella paura, confondendo ciò che è reale.”

Proprio un episodio, nella narrazione smembrata sceneggiata da Latini, diventa simbolo dell’abbandono della vita: quello dello sprezzo per i rituali funerari egizi, la percezione dell’inutilità di rendere immortale un’esistenza di per sé mortale. Anzi, se mortale dev’essere, perché bisogna consegnarsi belli, o anziani, comunque integri, alla morte?
Ed eccola, la morte, sopraggiungere come una gigantesca palla da tennis, servita come un ace inesorabile, in un topos che diventa dapprima scena, e infine allegoria: la palla da tennis che travolge Rigoldi, che lo fa slogare ancora di più sui materassi, fino a incespicare nel nastro finale, e a finire sull’ultimo binario, quello che non porta da nessuna parte.
Perché le droghe non funzionano, ti rendono solo peggiore, ma spero di ritrovare il tuo viso.” (R. Ashcroft)

Beatrice Zippo

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