“A secret garden” in concerto a Bari per l’Associazione “Nel gioco del jazz”: Montecalvo, Ottaviano, Magliocchi, Vendola e Cordasco, splendidi esecutori dell’immenso lascito musicale del Maestro Gianni Lenoci

Nella musica, cerco di immaginare l’inaudito, per quanto oggi è possibile. C’è tanta musica ancora da immaginare: “free jazz”, “contemporanea”, ecc., sono solamente categorie molto semplificate; ognuna di esse contiene moltitudini che si nutrono vicendevolmente, superando l’idea stessa di categoria. L’unica modalità standard risiede nel lavoro di preparazione che sta dietro una performance. Quest’ultima è solo la punta di un iceberg che contempla pratica strumentale, riflessione solitaria, studio, analisi di partiture, ascolti profondi e “immersivi”, messa in discussione del tutto e realizzazione finale, in cui lasciare spazio alla parte subconscia senza più remore, sicuri del proprio lavoro personale. Come sostiene Ivo Pogorelich, bisogna “diventare le note. Diventare la musica”.” (Gianni Lenoci)

Per entrare nel mondo musicale di Gianni Lenoci, in quel magnifico e – con ogni probabilità – non del tutto ancora esplorato giardino segreto che il Maestro ha coltivato con cura nei suoi – troppo brevi – 56 anni di vita, occorre, come non mai, fidarsi, abbandonarsi, consegnarsi alle sue ardite costruzioni, lasciarsene attraversare senza indugi, liberi da ostacoli, pregiudizi, etichette, aperti all’ascolto di una musica vera, incontaminata, pura. Pochi come lui hanno saputo esplorare territori e mutare scenari narrativi conservando, con immutata coerenza, una personalissima visione sonora che, seppur intrisa delle grandi lezioni del passato, non risulta mai straniera al suo tempo, anzi, al contrario, è calata sin nel profondo nella sua contemporaneità e finanche nel futuro, quasi ad esprimere un’innata urgenza comunicativa, superbamente praticata e sviluppata anche nella sua lunga attività didattica, che – forse – ci è stata chiara solo a posteriori; l’altissima cifra stilistica delle sue composizioni e lo stile autorevole del suo pianismo, entrambi fortemente ipnotici e visionari, uniti ad una non comune ricercatezza espositiva, ne hanno fatto una delle icone del jazz moderno, la cui traccia – c’è da esserne certi – non andrà perduta, ma, semmai, risulterà sempre più luminosa ed attraente per le generazioni di musicisti a venire.

A due anni dalla sua scomparsa, Gianna Montecalvo alla voce, Roberto Ottaviano al sax soprano, Marcello Magliocchi alla batteria e Giorgio Vendola al contrabbasso, sodali ed amici di Lenoci, assieme al pianoforte di Marino Cordasco, che fu tra i suoi allievi prediletti, hanno dato vita ad un progetto discografico, “A secret garden – In Gianni Lenoci’s music”, prodotto dall’Associazione “Nel gioco del jazz”, che celebra alcune tra le pagine più evocative della produzione del Maestro, più di una semplice raccolta, ma, semmai, una summa del Lenoci pensiero, peraltro operata da artisti che hanno condiviso un pezzo del cammino, del percorso, dell’indomita ed incessante evoluzione musicale cui il nostro ci aveva abituati.

Naturale estrinsecazione di quella registrazione è stato il concerto, inserito nella rassegna “Last concerts 2021” della stessa Associazione barese, che ha proprio in Ottaviano il suo storico direttore artistico, con cui le cinque stelle di prima grandezza impegnate hanno incendiato la sala del Teatro Forma di Bari, producendosi, grazie ad un accurato e compiuto interplay, al massimo delle loro indubbie possibilità, fondendosi perfettamente, ora in uno scambio di battute energiche e poderose, ora in un momento etereo, lirico ed avvolgente, sempre generando una musica evocativa che appariva del tutto inedita, che – come il Maestro certamente avrebbe gradito – sfuggiva ad agevoli classificazioni, talvolta quasi al limite del free, ma con una trama sempre presente a se stessa.

La magistrale – e non ci si sarebbe potuti aspettare di meno, viste le forze in campo – esecuzione di “Martina”, “Archetipi”, “Afrika Metropolitaine”, “Mal Waldron (walking)” e “Steve’s mirror”, tra le altre, faceva sì che dal pentagramma scaturisse un magma sonoro che sembrava sommergere tanto i musicisti quanto il pubblico, un flusso continuo, caleidoscopico, vivo, spesso volutamente irrisolto, inquieto, insoluto, incompiuto, che ci rendeva tutti soggiogati a quell’approccio compositivo differente e – talvolta – destabilizzante, che si traduceva in una densità acuta e non convenzionale, animata da una pulsazione dalle eloquenti coloriture espressive, entusiasta ed entusiasmante, che non appariva mai sfoggio di bravura e maestria fine a se stessa, ma sembrava aprire scenari nuovi ed indefiniti, allargare gli orizzonti verso inattese e futuribili – non sappiamo quanto prossime – visioni, grazie ai cinque splendidi esecutori dell’immenso lascito del Maestro Gianni Lenoci.

Pasquale Attolico

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