Una, due, infinitǝ “Evǝ”: il debutto nazionale presso il Teatro Kismet di Bari della pièce firmata da Jo Clifford con Eva Robin’s

Viviamo in un mondo dove facciamo l’amore di nascosto, mentre la violenza viene perpetrata alla luce del sole.” (John Lennon)

Il solo Paradiso in cui andrò, sarà quello in cui sarò solǝ con te, sarò natǝ malatǝ, ma amo tutto questo, raccomandami di star bene, Amen.” (Hozier, “Take me to church”)

Signore e Signori, e tutto ciò che c’è nel mezzo”: è così che inizia “Evǝ”.
Non è la condizione della mia coscienza a necessitare di specificazioni, di spettacoli che spieghino allo spettatore cosa significa avere un’identità di genere o un orientamento sessuale diverso da quello convenzionale.
Però, la sensibilità comune, spesso disorientata finanche di fronte alla sigla Lgbtqia+, ha bisogno di momenti di riflessione, di circostanziare. Non tanto per l’accettazione, che al di fuori di sacche di odio rumorose e strumentalizzate da certa becera politica è un fatto endemico della nostra società, quanto per permettere a sempre più Signore, Signori e tutto ciò che c’è nel mezzo, di affermare la propria identità senza paura.
È in questo ambito che sono necessari spettacoli come “Evǝ”.

Un’anteprima nazionale, per il testo di Jo Clifford, adattamento di un suo romanzo, con la regia di Andrea Adriatico. Clifford parla di se stessa come un padre e una nonna meravigliosǝ. Il proscenio è abitato da tubi primordiali e semoventi, senza genere, dove gli attori, dove noi tuttǝ, siamo costole uguali, eppure diverse, dell’essere umano. A dare anelito alla vita di queste costole ci sono Eva Robin’s, nata Roberto, primo personaggio pubblico in Italia ad aver affrontato una transizione di genere e innumerevoli battaglie legali, dibattiti pubblici, per rivendicare il corpo di donna che è suo; Patrizia Bernardi, aquilana, interprete di una città distrutta che è in perenne e immobile ripartenza; Julie J, artista umbra, multiforme e intersessuale, che ha fatto della sperimentazione, della marginalità, della performance senza confini il proprio manifesto; Anas Arqawi, palestinese, già nel cast de “La Maschia” di Claire Dowie insieme a Patrizia Bernardi; Met Decay, liberato dalla bugia di “Matteo”, con cui nacque; Rodolfo Cascino-Dessy, performer drag.

Sullo sfondo, il simbolo delle astute bugie raccontate a chiunque non fosse maschio ed eterosessuale: una mela, tenuta per il picciolo da una mano maschile con seducenti unghie rosse. Un frutto proibito ai più e alle più, il cui sapore potrebbe essere velenoso, causare la perdita dell’innocenza e del Paradiso, dannando e bandendo chi osa sfidare lo status quo. E quale similitudine è più aderente che quella con la conoscenza, che causa talora la sofferenza della consapevolezza? Quale dono è più pericoloso della libertà? Cosa c’è di più difficile dell’accettazione?

Proprio dal racconto biblico, il manuale di questa crassa bugia, si dipana il testo dell’opera, partendo dai vissuti deǝ performer. La prima bugia è legata alla dicotomia. Il bene e il male, il maschio e la femmina, il divino e l’umano, lassù e laggiù, il giorno e la notte, la polarizzazione che, invece di armonizzare il genere umano, lo schiera di incomprensioni contro il diverso, arrivando a chiamare “abominio” ogni essere non sembiante a una parte o all’altra.
Sarebbe un problema di secondaria importanza, se fossimo liberi di schierarci dove ci pare. E invece no. I maschietti coi lupetti, e le femminucce con le coccinelle, come nella pratica scout. Alle donne, la negazione della conoscenza, agli uomini, la negazione della tenerezza. Negazioni per tuttǝ.

La punizione per contravvenire è l’antipatia di Dio, la qual cosa è quantomeno contraddittoria: questo Dio sarà anche onnipotente, ma si incazza facilmente!
E si incazza facilmente con le altre cattive del creato: le donne, la metà del cielo.
Apparentemente, due battaglie diverse, quelle delle donne e quelle per i diritti della comunità lgbtqia+, e anche l’un contro l’altra armate nel segno del benaltrismo. Però la madre di tutte le oppressioni è una donna, libera, tradizionalmente ritenuta lussuriosa e sparigliatrice della sessualità maschia: Lilith, per certe letture della Bibbia la prima donna ad essere stata creata, prim’ancora di Eva, e cacciata chissà dove, per aver rifiutato un’esistenza da costola, e dunque pertinenza, di un uomo, una vita fatta per partorire altra vita con grande dolore, lontana dalla conoscenza e dai suoi frutti.

Aspettiamo l’aurora, quando i più bei frutti saranno di tutti.” (Litfiba, “Vivere il mio tempo”)

Beatrice Zippo

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