Un arazzo di femminilità multiforme, eterogenea, originale: “Un’ultima cosa”, di e con Concita De Gregorio ed Erica Mou, inaugura il cartellone del Teatro Kismet di Bari per la Stagione 2021/2022

Tutto Cambia”: è con questo tema che il Teatro Kismet di Bari stende il suo cartellone per la Stagione 2021/2022. Una rassegna di ventinove spettacoli (https://www.ciranopost.com/2021/10/14/tutto-cambia-ventinove-spettacoli-disegnano-la-stagione-2021-2022-del-teatro-kismet-di-bari/), a cura di Teresa Ludovico, un bouquet composito di classici e sperimentazioni, in cui non mancano collaborazioni importanti e altrettanto importanti patrocini.

La Prima è uno spettacolo a decisa trazione femminile, “Un’ultima cosa”, sottotitolo “Cinque invettive, sette donne e un funerale”, di e con Concita De Gregorio, la regia di Teresa Ludovico, le musiche live di Erica Mou, i costumi di Antonio Marras, le scene di Vincent Longuemare, prodotto da Teatri di Bari|Rodrigo in collaborazione con Sabrina Cocco e Valeria Orani.

Le parole della De Gregorio tracciano la mappa della serata: «Mi sono appassionata alle parole e alle opere di alcune figure luminose del Novecento. Donne spesso rimaste in ombra o all’ombra di qualcuno. Ho studiato il loro lessico sino a “sentire” la loro voce, quasi che le avessi di fronte e potessi parlare con loro. Ho avuto infine desiderio di rendere loro giustizia. Attraverso la scrittura, naturalmente, non conosco altro modo. La galleria delle orazioni si apre con quella di Dora Maar, la donna che piange dei quadri di Picasso, che mi accompagna sin da bambina. Poi sono venute Amelia Rosselli, poeta della mia adolescenza. Carol Rama e la sua ossessione artistica per il sesso motore di vita, l’anticonformista che mi ha accompagnata nella giovane età adulta. Maria Lai che ha ricamato libri e tenuto insieme, coi suoi fili dorati, persone, paesi e montagne: la maturità. Infine, Lisetta Carmi, che – unica vivente – mi ha aperto le porte di casa sua e reso privilegio della sua compagnia, delle sue parole, della sua saggezza. A queste cinque donne è dedicata un’orazione funebre, immaginando che siano loro stesse a parlare ai propri funerali per raccontare chi sono e chi sono sempre state.  Invettive, perché le parole e le intenzioni sono veementi e risarcitorie. Ho usato per comporre i testi soltanto le loro parole – parole che hanno effettivamente pronunciato o scritto in vita – e in qualche raro caso parole che altri, chi le ha amate o odiate, hanno scritto di loro».

Tra i pizzi della tradizione che zangolano le tavole del palcoscenico, la calda voce della De Gregorio e quella cristallina della Mou intessono sulla trama invettive, tutte immaginate, all’infuori dell’ultima, vera, e sull’ordito ninne nanne tradizionali in spagnolo e in dialetto, in un arazzo di femminilità multiforme, eterogenea, ciascuna con il proprio disegno originale.


Quella di Dora Maar, musa sterile di Picasso, è dolente, devota, sanguinante, e in punto di morte, le parole che le vengono regalate parlano della vera condanna della sua esistenza: quella di non poter uccidersi, per non dar ragione al Maestro che la immaginava così. Anzi, Dora Maar fa di più: castiga Picasso col suo perdono, per renderne inefficace l’infedeltà, la crudeltà e lo scherno.


Struggente è l’omaggio alla Llorona, figura leggendaria dell’America Latina, che rappresenta uno spettro di donna che piange, originariamente cantata da Ángela Aguilar e resa da Mou, che arriva sul palco annunciata da ombre cinesi su luci di colori solidi, le ombre incombenti di un’esistenza che finisce, illuminate dai colori delle emozioni. De Gregorio definirà la voce di Mou come carica di duende, termine spagnolo che definisce un’emozione ancestrale e inquieta.


L’invettiva di Amelia Rosselli, poetessa figlia di Carlo, antifascista assassinato da Mussolini, trova il suo equilibrio tra poetica e nevrosi (Rosselli, schizofrenica, morì suicida a 65 anni), un dualismo che a sua volta si sfalda e disintegra in compulsioni, plurilinguismi, fughe e ritorni, in un fascismo che “tornerà e vi troverà vegliardi”.
L’ultima fuga, quella fuori da una finestra, è in realtà una fuga di Bach, suonata da quell’organo meraviglioso che è la mente.

Irrompe nel teatro il racconto di Carol Rama, artista torinese, con il suo funerale sopra le righe, un’invettiva sboccata e ipersessualizzata come le sue opere, conscia che lei ed esse non piacciano a nessuno, raffigurando organi sessuali, pratiche masturbatorie, esplosioni della sessualità femminile, lingue tanto astratte quanto esplicite. Mussolini fece addirittura distruggere le sue opere, ma d’altronde “se non hai limiti, puoi essere punita per tutto”. In realtà la sua arte, nota ai suoi contemporanei, da Duchamp a Bourgeois, ha lasciato semi di estetica nell’arte contemporanea, che aiutano artisti e osservatori a distinguere la sessualità dalla pornografia, l’espresso dal violento.

Erica Mou regala una ninna nanna in dialetto scritta apposta per lo spettacolo, con una vocalità che abbraccia quella degli spirituals.


Preannunciata da una luce dorata, come dorati erano i fili dei suoi ricami, De Gregorio declama l’invettiva di Maria Lai, artista barbaricina. Fili che pungono, fili che uniscono e che delimitano, fili che traggono la propria ispirazione dalle api, che con il loro ordine geometrico e la loro metodica guerresca ci insegnano a unire eventi, a cucire pezzi, a riordinare ciò che ci sembra scomposto.


L’ultima invettiva, l’unica scritta ora che la protagonista è ancora in vita, è quella dedicata a Lisetta Carmi, una donna la cui lunga vita ne contiene tante, come tante sono le micro-invettive che dedica e si dedica per mano e per voce della De Gregorio, ciascuna per ognuna delle sé morenti. Dapprima pianista transfuga in Svizzera a seguito delle leggi razziali, poi fotografa delle anime, infine ritirata nel suo ashram induista di Cisternino. Proprio a Cisternino l’ha raggiunta De Gregorio, in uno scambio durato sei mesi.

Quale migliore occasione, il cambiamento, per consegnare parole di ipotetici auto-epitaffi all’umanità di un nuovo presente? Quale miglior bagaglio, l’esperienza di sensibilità passate, da portarsi dietro negli infiniti futuri che la vita ci sta aprendo?
Proprio come dice De Gregorio all’inizio dello spettacolo, “i primi mesi di vita e gli ultimi si toccano”, come un ciclo infinito di consapevolezze e liberazioni.

Lo spettacolo stesso, in quanto gli spiriti delle morte ormai non hanno nulla da perdere, è un momento fortemente catartico, un’invettiva al di là di ogni convenevole, una distruzione di circostanze che è anche creazione di risposte, o di nuove domande, come dirà la Mou nello spazio di discussione condotto da Teresa Ludovico e moderato dalla Prof.ssa Francesca Romana Recchia Luciani, con lo “spettatore critico” Paky Ferrara.

La pièce verrà replicata sempre al Kismet fino al 22 ottobre, e poi il 26 e il 27 ottobre, per poi spostarsi al Teatro Radar di Monopoli il 2 e il 3 dicembre.

Beatrice Zippo

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