“La forma della voce” ovvero come imparare ad ascoltare ed amarsi grazie ad un anime su disabilità e bullismo.

È da un anno ormai che le voci ci fanno tanta compagnia.
L’udito ha assunto un ruolo importante in un mondo privato di tatto e, a volte, anche di gusto e olfatto.
Nessun abbraccio, nessun bacio, né una stretta di mano, né dita tra i capelli di qualcuno.
Il mondo è stato popolato solo da voci, provenienti dai telefoni, dalle casse del computer, dalla tv, dalla radio, dai balconi …

In una realtà così plasmata, guardare “La forma della voce” è quasi straniante; è come essere assorbiti da un film “fantascientifico” che fino a poco più di un anno fa rispecchiava la nostra realtà: un mondo in cui i gesti, il contatto, il labiale erano forme di comunicazione tanto quanto la voce.

“A Silent Voice  – La forma della voce” è un film d’animazione del 2016 diretto da Naoko Yamada e tratto dall’omonimo manga di Yoshitoki Ōima.
Il protagonista è Shoya Ishida, un ragazzino di undici anni come tanti altri, preso dalle sue giornate condite da amici, videogiochi e scuola. Un giorno il suo mondo viene “minacciato” da una nuova compagna di classe: Shoko Nishimija. Giunta tra i nuovi allievi, il maestro le chiede di presentarsi, ma piomba il silenzio. L’insegnante le dà un colpetto sulla spalla e Nishimija tira fuori dalla sua cartella rossa un quaderno con su scritto: “Molto piacere, mi chiamo Shoko Nishimija. Mi piacerebbe diventare vostra amica usando questo quaderno”.

Shoko è sorda. È dolce, delicata, con i capelli a caschetto di un castano molto chiaro, un nocciola tendente al rosa. Purtroppo la maggior parte dei suoi coetanei non riesce ad accettarla e la piccola Shoko diventa presto vittima di bullismo.

(Amici!)

Sarà proprio Ishida a tormentarla maggiormente, ma – come afferma un vecchio detto – raccogli ciò che semini. La vita insegnerà tanto a Ishida e il senso di colpa gli camminerà accanto costantemente. Sarà lui stesso a definirsi “mostro” canticchiando “Voglio vedere il mare, voglio amare una persona. Anche se sono un mostro, il mio cuore è …”. Ormai vede i volti della gente segnati da una grande X, tiene sempre lo sguardo basso, non riesce a fidarsi di nessuno e si vergogna delle sue azioni.

La vita è una burlona, si sa, e ci si può ritrovare ad essere vittima delle proprie azioni. In un certo senso, Ishida proverà ciò che ha provato Shoko e i loro destini saranno legati da un filo che attraversa tempo e spazio.

È difficile non rivelare troppo della trama e allo stesso tempo far comprendere l’intensità di questo capolavoro. “A Silent Voice” è uno di quei film che va visto conoscendo meno dettagli possibile. Perciò non aggiungiamo altro.
Ciò che si può certamente dire è che non è solo una storia di bullismo e discriminazione. È uno spunto di riflessione sulla vita, sul suo valore, su chi scegliamo di essere e sull’amore che bisogna provare per se stessi.
Amarsi, è questo il cuore del film.

È la storia di ragazzi che provano emozioni molto forti, segnati in vario modo dalla loro adolescenza, che si interrogano sul senso della vita, sulle loro azioni, sul vero significato dell’amicizia.

  • Nagatsuka, ascolta un momento. Secondo te qual è la definizione di “amico”?
  • Senti Ishida, allunga un po’ la tua mano … Ecco come si diventa amici. Credo che l’amicizia sia qualcosa che vada al di là delle parole o della logica. Non ha bisogno di alcun requisito. Sarebbe ridicolo.

Un semplice gesto, una mano dentro l’altra, un sentimento sincero.
Questo basta per essere amici.
A volte, però, da ragazzini non è tanto semplice comprenderlo e così c’è chi si preoccupa troppo degli altri, chi si annulla, chi, al contrario, pensa solo a sé e chi cerca di crescere in fretta per sfuggire a determinate fasi della vita. Durante l’adolescenza, poi, il bullismo ha un potere troppo spesso sottovalutato, mentre può condizionare il futuro delle persone, anche persone diverse tra loro, ma che mostrano in qualche modo le ferite della stessa spada.

L’opera di Naoko Yamada è anche un monito al mondo dell’istruzione.
I tentativi di inclusione e integrazione ci sono, ma non funzionano. Forse qualcosa deve cambiare, forse bisogna agire subito, comunicare con le famiglie, ascoltare gli studenti, conoscerli e capirli. Non è sufficiente qualche breve lezione sulla lingua dei segni, non aiuta rimproverare gli alunni per i loro errori, se prima non si fa in modo di indicare loro la strada giusta, se non si insegna a conoscere e rispettare le altre persone, custodi di esperienze e vite diverse.

La mente dello spettatore segue la storia e i mille sentimenti di cui è intrisa, catturato dal piano in sottofondo, dai colori tenui, dalle immagini estremamente dettagliate e dall’armonia e l’ordine dettati dalle numerose simmetrie.

Gli specchi d’acqua colorano e illuminano il mondo di Ishida e Nishijmia, attraversati da carpe bianche e rosse. La carpa indica caparbietà, coraggio, è il samurai che non trema davanti al pericolo e simboleggia ciò che i nostri piccoli personaggi desiderano per se stessi e per i loro amici.

Il film, vincitore del premio come migliore film d’animazione al 26° Japan Movie Critics Awards, insegna a non arrendersi, a chiedere perdono, a perdonare, ad amarsi, ma soprattutto insegna ad ascoltare.

“Da domani, guarderò tutti dritto negli occhi. Da domani, ascolterò attentamente tutte le voci.” (Ishida)

Come “direbbe” Shoko Nishijmia: “Ci vediamo!

(Ci vediamo!)

Elisabetta Tota

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