Victor García Sierra sposa indissolubilmente la musica di Donizetti e la pittura di Botero e regala alla rinascita della Stagione d’Opera della Fondazione Petruzzelli “L’elisir d’amore” dei sogni

La Gazzetta giudica dell’Elisir e dice troppo bene, troppo, credete a me, troppo!” (Gaetano Donizetti a Giovanni Simone Mayr, 13 maggio 1832)

Pur non essendo a conoscenza delle lodi in cui si produssero i critici dell’epoca, non abbiamo ragione di credere che fossero dissimili da quelle che animano la nostra penna quest’oggi, all’indomani della visione de “L’elisir d’amore” con cui la Fondazione Teatro Petruzzelli, per prima in Italia, ha deciso di riprendere la Stagione Lirica “al chiuso”; a dirla tutta, se le tutele previste dalle misure anti Covid19, tutte minuziosamente rispettate dal nostro Politeama, non limitassero i posti a disposizione, vi consiglieremmo di prendere d’assalto il botteghino del Teatro, non solo per testimoniare in modo tangibile il dovuto supporto nei confronti di una istituzione che sta cercando in tutti i modi di resistere ad un periodo storico che non ha eguali, ma anche e soprattutto per assistere a quella che, a nostra memoria, può certamente essere ritenuta una delle più belle versioni del capolavoro di Gaetano Donizetti, universalmente riconosciuto come il melodramma giocoso per eccellenza, esempio fulgido – e molto di rado raggiunto – di come si possa, partendo da una storia esile quanto farsesca, costruire un’opera d’arte assoluta, prova titanica indiscutibilmente riuscita al genio incontrastato del compositore bergamasco e del suo librettista Felice Romani, che avrebbe addirittura del leggendario se si volesse dar credito a quanti vogliono l’Opera realizzata in soli quattordici giorni, sette dei quali utilizzati da Romani per tradurre pedissequamente ed adattare alla lingua italiana il testo originale “Le Philtre (Il filtro)” scritto l’anno prima da Eugène Scribe per Daniel Auber.

Ciò che pare quasi impossibile è che, in sì breve lasso di tempo, Donizetti, battendo sul tempo tutti gli operisti italiani suoi contemporanei, fosse riuscito a dar vita ad una creatura che superasse l’ingombrante confronto con i modelli lirici in voga, peraltro senza rinnegare il passato, ma, semmai, immergendovisi nel profondo per poi tornare in superficie a respirare aria nuova, di fatto collocandosi, con un proprio singolare peso specifico, accanto al più umoristico Barbiere rossiniano ed anticipando in qualche modo la sfavillante insolenza del Falstaff verdiano. La trama semplice, con le giuste e necessarie incomprensioni per far sorridere il pubblico, pervasa da una tenerezza pulita che, nonostante l’umorismo, trasuda sempre un po’ d’amarezza, indibbiamente distinguendola da altre opere del genere, non deve trarre in inganno, perché nell’Elisir c’è tutto: il classico ed il moderno, l’opera buffa e la commedia borghese, il melodramma e la commedia musicale; ci sono ancora i recitativi accompagnati dal clavicembalo che quasi stridono con una costruzione musicale innovativa; c’è il romanticismo unito al realismo, la comicità alla commozione, il divertissement alla malinconia, ma anche l’amore al sesso, presentato in modo infantile, ostentato, irriverente, sfrontato, divertente, giocoso per l’appunto; in altre parole, vi si ritrova un’alchimia talmente perfetta che in molti non tardano a vederci una versione parodistica del Tristano e Isotta wagneriano, che – però – vedrà la luce “appena” trent’anni dopo.

Ogni argomento nell’Elisir è affrontato da Donizetti e Romani con un’ironia che riesce a non trasformarsi mai in dileggio ed una leggerezza che non è mai inconsistenza, qualità che sono state senz’altro rese all’ennesima potenza dalla regia del venezuelano Victor García Sierra, già noto cantante d’Opera, grazie anche al colpo di genio di donare alla sua messa in scena atmosfere circensi, non solo ispirandosi a quel mondo, ma addirittura trasportandoci, grazie alle scenografie da lui stesso ideate, nel ciclo di quadri “El circo” che Fernando Botero ha dipinto sull’argomento, sposando indissolubilmente i principali personaggi donizettiani con la colorata e – a suo modo – sensuale umanità immaginata dal grande artista colombiano, così da creare un ulteriore universo fantastico, un mondo dal vivace cromatismo, pieno di poesia, ingenuità, malinconia, simpatia, vivacità, vanità ed astuzia, che supera le usuali forme e prospettive. Nel magnifico allestimento della Nausica Opera International, che ha goduto anche dei coloratissimi costumi di Marco Guion e del disegno luci di Stefano Gorreri, Belcore è prima un domatore di bestie e poi un militare, mentre Dulcamara, colui che gestisce e dirige i fili della trama, è (come potrebbe essere altrimenti?) il direttore del circo, il Mangiafuoco collodiano, e la protagonista Adina sembra sia uscita dai dipinti di Botero, ma anche dai personaggi della Disney (Alice, sopra tutte) o dal recente “Dumbo” di Tim Burton. In questo spettacolo dall’intenso dinamismo e dalla tenerezza policroma, che ha nel tendone giallo acceso e nella pista rotonda e mobile del circo il suo fulcro, ove prendono vita e si manifestano le umane e ferventi vicende del libretto di Romani, Sierra non si lascia sfuggire la possibilità di costruire amene metafore sceniche, richiamandole direttamente dalla comune gioventù (ad esempio, Nemorino che, per difendersi, si improvvisa discepolo del “Karate kid” cinematografico), ma anche pesanti reminiscenze e richiami operistici, come per la sublime romanza “Una furtiva lagrima” che il protagonista canta in giubba da clown pierrottesco, rievocando il dipinto “I musici” di Botero, ma anche – crediamo – l’acume drammatico del Canio dei “Pagliacci” di Leoncavallo.

L’audacia dimostrata dal regista nel fondere, con approccio trans-moderno, arti diverse e lontane come melodramma e pittura, trovava un indispensabile alleato nell’equilibrio tra canto e musica realizzato dalla direzione musicale della giovane bacchetta di Michele Spotti, che ha esaltato ogni istante della bellezza celata nel pentagramma, comprendendo e realizzando perfettamente lo spirito gioioso e allo stesso tempo malinconico delle note di Donizetti, mostrandosi sempre attento e fedele alla partitura, preciso negli ingressi, elegante nel gesto e nella forma, non abbandonandosi mai al ritmo diabolico ma lasciando respirare la musica, così da trasmettere vita e pathos all’intera Compagnia; nelle sue mani, l’eccellente Coro, come sempre mirabilmente preparato da Fabrizio Cassi, e la strabiliante Orchestra, seppur in compagine rimaneggiata a causa delle prescrizioni pandemiche, della Fondazione Petruzzelli sono stati impeccabili, sempre all’altezza della situazione, brillanti ed equilibrati allo stesso tempo, dimostrandosi lucidamente ed acutamente pronti alle nuove impegnative sfide artistiche.

Il cast, poi, si lasciava oltremodo apprezzare per il suo altissimo livello artistico. La qualità della bellezza vocale ma anche della esplosiva vis scenica del Nemorino di Ivan Ayon Rivas è stata sorprendente, al punto da farci affermare di trovarci di fronte a uno dei migliori tenori in circolazione, con una voce di un colore perfetto e con uno stile elegantemente personale, ma anche con una proiezione spettacolare inedita e vitale, delicata e tenera, che talvolta ci ha richiamato alla memoria malinconie chapliniane, che ne fanno certamente la star indiscussa del futuro della lirica; ci ricorderemo a lungo della sua performance per le emozioni che ci ha trasmesso, come non sarà facile dimenticare l’esibizione di Marigona Qerkezi che ha costruito un’Adina vocalmente impeccabile, con assoluta padronanza soprattutto nei brillanti acuti. Vittorio Prato conferisce al suo Belcore quell’aria arrogante che gli è necessaria restando sempre irreprensibile, superato in fanfaronesca simpatia solo dal Dulcamara di Fabio Capitanucci, inappuntabile tanto nella scena quanto nel belcanto, mentre, con rara grazia, Rinako Hara ha dato vita al breve ruolo di Giannetta.

Tutto il resto, compresa la presenza in scena dei tanti acrobati, funziona perfettamente e dona ulteriore veste sognante ad una messa in scena obiettivamente unica, spassosa ed allegra, gioia pura per occhi ed orecchie che – azzardiamo – speriamo possa godere di una ripresa nella prossima Stagione del Teatro Petruzzelli, in un’epoca – che si spera assai prossima – libera dall’incubo Covid19.

Pasquale Attolico
Foto di Clarissa Lapolla
per gentile concessione della Fondazione Petruzzelli

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