La magia dell’incontro tra i mondi musicali di Enrico Pieranunzi e Bill Evans illumina il Bari Piano Festival 2020

È una questione di storie da raccontare. Se si ha una storia da raccontare, se si sa raccontare, l’argomento non è decisivo. Ecco, secondo me il jazz fa questo: prende qualsiasi cosa serva a poter fare dei bei racconti, raccontare belle storie.” (Enrico Pieranunzi)

Nella giornata in cui tutto il capoluogo pugliese sembrava impazzito, affollando Piazza Prefettura nella frenetica attesa dell’incontro (di cui abbiamo già disquisito nelle precedenti pagine) con il Pinocchio (ma anche Geppetto) nazionale, il vulcanico Premio Oscar Roberto Benigni, per noi, malati di musica, il vero evento si consumava poco lontano, sul palco allestito nella suggestiva cornice del nostro litorale (la spiaggia Pane e Pomodoro, per intenderci) per ospitare un altro avvincente affabulatore che, per raccontare le sue storie, si serve in modo sublime delle sette note, una leggenda vivente del piano jazz italiano e mondiale, il Maestro Enrico Pieranunzi, stella indiscussa della terza edizione del Bari Piano Festival, la kermesse che gode della preparata ed appassionata direzione artistica del Maestro Emanuele Arciuli.

L’appuntamento si presentava, poi, assolutamente irrinunciabile per l’annunciata presentazione di un progetto in piano solo dedicato al divino Bill Evans, monumento incrollabile del jazz cui Pieranunzi è, almeno nella seconda parte della sua luminosissima carriera, stato spesso accostato, sottolineando il comune lirismo e – forse – soprattutto la spiccata sensibilità che i due hanno palesato nei loro percorsi musicali; in realtà, come ha confessato il pianista romano, vi sono altri e molteplici punti in comune: una forte preparazione classica, una grande attenzione – se non, addirittura, una vera passione – per le melodie francesi e russe nonché per la musica impressionistica, ma anche per la forma canzone, spesso affrontata in modo eccelso da entrambi.

Ecco, quel che si può affermare, senza tema di smentita, è che tanto Evans quanto Pieranunzi siano riusciti ad utilizzare a proprio piacimento tutti i materiali sonori a loro disposizione, interpretandoli, adattandoli, modificandoli, talvolta anche contaminandoli, esplorando zone compositive vergini, entrambi guidati esclusivamente dalla bussola della fantasia, che per lo più – ma non necessariamente – combacia e si manifesta con la pura improvvisazione, sempre indicando inedite possibilità creative, nuove strade per le generazioni di musicisti a venire che avessero comunque come meta, come fine ultimo, una bellezza espressiva vitale; la loro rispettiva produzione musicale tradisce una profonda quanto inusuale filosofia di vita che li porta, o addirittura li costringe, ad una osservazione del mondo da un diverso e più alto punto di vista, mai, però, alienandosi dalle proprie radici o dai propri riferimenti, senza, in altre parole, mai abbandonare il prezioso fardello della tradizione.

Insomma, Pieranunzi come Evans? La nostra risposta, al netto del gioco di rimandi posto alla base del concerto del Bari Piano Festival 2020, è certamente affermativa, non solo per la riconosciuta capacità del pianista romano di lasciar intravedere tutte le infinite zone d’ombra ed i chiaroscuri che dominavano l’animo di Bill, ma anche per quell’aplomb – altra indiscutibile qualità dell’icona statunitense – che il nostro dimostra di possedere nelle brevi introduzioni ai brani, in cui, con metodo filologico, dà sfoggio della sua immensa conoscenza del musicista e dell’uomo Evans, ricerca raccolta nel libro a sua firma “Bill Evans. Ritratto d’artista con pianoforte”, condendola con una impagabile ironia, come quando ricorda, tra le risate dei presenti, che gli è stata dedicata una tesi universitaria dal titolo “Enrico Pieranunzi: un pianista in ¾”, affermazione che dà adito a molteplici – e non sempre piacevoli – significati.

Passando, senza soluzione di continuità, da registri poderosi e brillanti a momenti intimi e sussurrati, nell’esecuzione tanto di brani di sua composizione quanto di pietre miliari della produzione di Evans, tra cui “Blue in green”, capolavoro inserito in “Kind of blue” di Miles Davis (per molti la Bibbia del jazz), o il Tema dal film “M.A.S.H.”, spesso scelto come sigla dei suoi concerti, probabilmente anche per il sottotitolo “Suicide is painless”, Pieranunzi costruisce una scaletta di fortissimo impatto emotivo in cui i due universi musicali si mescolano e si amalgamano perfettamente, scevra dal mero “svolgimento del compitino” che tanti musicisti sanno inculcarci quando si confrontano con i miti del passato; nella magnifica opera di Pieranunzi c’è tutta la grandezza di un artista che incontra un altro artista, facendone suo ogni palpito e miracolosamente restituendocelo elevato alla potenza, con una espressività ed un equilibrio sì rari da incantare ad ogni nota.

Pasquale Attolico

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