Il Bari Piano Festival 2020 rende visibile il fil rouge emozionale tra Stefania Tallini e Kekko Fornarelli

“Prova ad immaginare un pianoforte: i tasti iniziano, i tasti finiscono. Tu sai che sono 88. Non sono infiniti loro. Tu sei infinito e su quegli 88 tasti infinita è la musica che puoi suonare. Questo a me piace. Questo sì.” (Alessandro Baricco)

In principio sono le immagini che catturano: a volte, basta il passaggio di un gabbiano che, intento a tracciare le sue imperscrutabili traiettorie, sorvoli il suggestivo teatro a cielo aperto in cui si è trasformato il Fortino Sant’Antonio di Bari, per riconciliarsi con il Creato, sino a riconquistare il senso più profondo di una umanità che, da qualche mese a questa parte, ci appare matrigna e maligna.
Quando, poi, arriva la Musica, non vi è più alcuna possibilità di opporre diniego al riaffiorare di quell’irrisolto desiderio di riappacificazione con se stessi, facendo sì che il nostro animo, così a lungo martoriato, possa finalmente lenire le proprie ferite, fosse anche solo per un fugace attimo, servendosi delle note come fossero miracoloso unguento.

Nella serata che il Bari Piano Festival 2020 ha dedicato alle performance di Stefania Tallini e di Kekko Fornarelli ci è parso che queste sensazioni fossero addirittura palpabili, tangibili, reali, tanto nel primo quanto nel secondo set; merito, senza dubbio, dei musicisti impegnati, ma anche della felice intuizione del Maestro Emanuele Arciuli, qui nelle vesti di prezioso direttore artistico, per il terzo anno di fila, della manifestazione, che è riuscito, prima di chiunque altro, a vedere il fil rouge emozionale che lega due artisti apparentemente distanti per ispirazione e percorsi, ma capaci entrambi di rappresentare ambiti compositivi indiscutibilmente attrattivi e suggestivi.

Stefania Tallini ha ancora una volta dimostrato la sua innata capacità di costruire melodie che rinuncino ad arrestarsi nei padiglioni auricolari per scendere immediatamente nell’animo anche del più distratto ascoltatore, ispirandosi soprattutto allo spirito vitale della musica brasiliana, lontano dallo stereotipo turistico da laccata cartolina perennemente in preda al carnevale carioca, bensì colto nel suo momento di più raffinata poesia, in una saudade che sa di passione e sentimento; è una musica alta, fatta di brevi ma suggestivi episodi, di istantanee impresse nella memoria dietro cui si celano – lo rileva Stefania introducendo le sue composizioni – fondamentali pezzi del puzzle di una vita che trovano nelle note la loro più naturale espressione. Anche la cover di quel capolavoro irraggiungibile che è “Zingaro”, il brano strumentale composto da Antonio Carlos Jobim che, a seguito dell’aggiunta delle parole di Chico Buarque, verrà ricordato come “Retrato en blanco y negro”, nelle mani della pianista calabrese riconquista tutta la sua suggestiva forza magnetica e ci viene riconsegnato puro, incontaminato, vitale.

Il passaggio dalla musica acustica della Tallini a quella elettronica di Fornarelli trovava anche un coerente trait d’union nella breve ma intensa presentazione dell’interessante libro “Il computer è donna” (Edizioni Dedalo) di Carla Petrocelli, la quale, intervistata dal noto giornalista Rai Pino Bruno, sottolineava con viva partecipazione l’importanza – mai riconosciuta appieno – del mondo femminile nella ideazione e progettazione dei moderni apparecchi e finanche di internet stesso.

Del suggestivo universo di Kekko Fornarelli abbiamo già più volte scritto su queste pagine, proclamandoci estimatori di quella musica senza precisa connotazione, assolutamente inedita, certamente non rintracciabile nelle consuete carte geografiche/musicali, di rara immediatezza e, nel medesimo istante, di elegante ricercatezza; il set che il compositore barese ha regalato a questa edizione del Festival ha, ancora una volta, denotato la sua infinita capacità di irretire indissolubilmente gli spettatori in modo graduale, piegandone pian piano il volere, conducendoli alla scoperta di originali ed ipnotiche architetture musicali, in cui trovava magnificamente posto la splendida “Serenade for the renegade”, nata dal genio del mai abbastanza compianto Esbjorn Svensson, sino a giungere ad un finale che li vedesse irrimediabilmente in balia della musica e delle emozioni che ne scaturivano, persi in quell’ideale limbo armonico che è, per nostra somma fortuna, ancora tutto in divenire.

Pasquale Attolico

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