“Il quarto stato” irrompe nella quarta giornata del Bif&st: Cirano riscopre la lotta operaia grazie a “I compagni” di Monicelli

La questione sociale s’impone; molti si son dedicati ad essa e studiano alacremente per
risolverla. Anche l’arte non dev’essere estranea a questo movimento verso una meta che è ancora un’incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore a petto delle condizioni presenti
.” (Giuseppe Pellizza da Volpedo)

Sembrava quasi impossibile, ma finalmente si torna al cinema, in una sala, al chiuso.
Nel pomeriggio della quarta giornata del Bif&st 2020, il Cirano ha fatto il suo ingresso nel cinema Galleria. È tutto vero, ma l’ambientazione è quasi surreale: la cassiera è sola con la sua mascherina, la fila c’è ma solo all’esterno e non si sente il profumo dei popcorn. La sala 5, però, è piena e una signora manifesta la sua fobia chiedendo quali siano le norme anti covid, che, in realtà, tutti gli spettatori stanno rispettando.
Spente le luci, lo schermo si colora di bianco e di nero con “I compagni” di Mario Monicelli. L’audio è così stridente da farci credere di essere all’interno della fabbrica in cui lavorano i protagonisti. La storia, ambientata nella Torino dell’800, narra di un gruppo di operai che, in seguito a un infortunio sul lavoro, decidono di scioperare per ottenere la riduzione dell’orario lavorativo da 14 a 13 ore. È, dunque, la storia della nascita dei sindacati. I poveri operai sono guidati dal professore Sinigaglia, interpretato da un impeccabile Marcello Mastroianni, e dal maestro Di Meo, interpretato da François Périer, che cercava di insegnare agli operai a leggere e scrivere affinché fosse loro
riconosciuto il diritto di voto. Il clima di malcontento si manifesta già nelle prime scene del film che ritraggono lavoratori che non hanno neanche il tempo necessario per finire il pranzo, un padre che non riesce mai a trascorrere un po’ di tempo con suo figlio ed è costretto a salutarlo attraverso il cancello della fabbrica, ragazzi che non possono andare a scuola perché costretti a lavorare, un uomo a lezione a cui viene richiesto di scrivere un pensiero carino alla lavagna e la prima frase che gli viene in mente è “A morte il re”, un operaio di nome Pautasso (Folco Lullo) che alla domanda di Sinigaglia “Scusi, che paese è questo” risponde “Un paese di merda!”.
Toccante è il momento in cui Omero, un ragazzino che lavora in fabbrica, si arrabbia con il fratellino che non si impegna nello studio: “Voglio andare in fabbrica, come te!” – dice il fratellino. “Piuttosto di farti fare come me, io t’ammazzo!” – risponde Omero.
Anche le donne in Monicelli rivendicano i loro diritti, in un modo o nell’altro: Adele e Cesarina, entrambe operaie, partecipano attivamente alla fondazione del sindacato e allo sciopero; Niobe decide di fare la prostituta pur di non farsi sfruttare sino a rischiare la morte; Bianca, interpretata da Raffaella Carrà, taglia i suoi lunghi capelli per venderli.
In una delle scene finali in cui gli operai si dirigono in fabbrica per occuparla, fortissimo è il richiamo al dipinto “Il quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo: è come se il pittore ed il regista condividessero il bisogno di esprimere l’importanza della lotta di quegli uomini e di quelle donne che avanzavano fieri verso un futuro incerto.
Nonostante l’amara realtà rappresentata, Monicelli riesce anche a strappare delle risate a un pubblico ormai lontano dal 1963.
Il finto intervallo annunciato dalla scritta “FINE PRIMO TEMPO”, ma mai realizzatosi, le macchie nere o i flash bianchi della pellicola, i tagli, i cambi di scena improvvisi, le immagini sfocate, riportano a un tempo lontano e, per qualche spettatore, mai vissuto, eppure, forse, ancora presente.

Elisabetta Tota

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