“Gravity”, l’ispirata nuova opera del Marco Boccia Trio, conferma in tour tutta la sua forza propulsiva

Non so come apparirò al mondo. Mi sembra soltanto di essere stato un bambino che gioca sulla spiaggia, e di essermi divertito a trovare ogni tanto un sasso o una conchiglia più bella del solito, mentre l’oceano della verità giaceva insondato davanti a me.” (Isaac Newton)

La frase che abbiamo appena riportato troneggia tra le note di copertina del cd che, già da qualche mese, appare, di fatto inamovibile ed in perenne loop, sul nostro personalissimo lettore, vale a dire quel “Gravity” del Marco Boccia Trio, licenziato dalla mirabolante quanto giovane Eskape di Kekko Fornarelli, con il supporto della Puglia Sounds Records 2019, e a noi ha immediatamente fatto tornare in mente una – più recente – affermazione di un altro “scienziato”, questa volta delle sette note, il sommo John Coltrane, il quale, sempre nelle note di copertina di uno dei suoi migliori album, scriveva: “Non so esattamente ciò che sto cercando, qualcosa che non è stato ancora suonato. Non so che cosa è. So che lo sentirò nel momento in cui me ne impossesserò, ma anche allora continuerò a cercare.”; ebbene, crediamo che questo stesso spirito abbia animato la raffinata scrittura di Marco Boccia nella composizione delle otto tracce che compongono il secondo lavoro del suo Trio, un concept album strumentale ispirato dagli studi di Carlo Rovelli sul tempo e sulla gravità, potendosi ritrovare in queste sonorità tutta la lezione, incontaminata, limpida, integra, dei grandi del jazz.

Se il trio resta – verosimilmente – la formazione più amata da quanti vivono di jazz, non solo dagli ascoltatori ma anche e soprattutto dagli esecutori, i quali spesso proprio in queste occasioni si esaltano e toccano vette espressive che difficilmente riescono a raggiungere in altre occasioni, questo si deve senza dubbio ad opere come quella di Boccia, il quale, indubbiamente memore del teorema del sommo Bill Evans, che teorizzava una eguale importanza ed attenzione per tutti gli strumenti impegnati nel trio, senza leader e supporter, prosegue la sua illuminata ricerca di una musica che sia energicamente incisiva, ma mai importuna, quanto dolcemente ammaliante, elevando la dimensione del suo gruppo ad un livello non comune, sino a farlo competere con formazioni ben più blasonate, ma che non contengono nemmeno una parvenza dello sturm und drang che le note di Marco sembrano racchiudere in modo innato; nel confronto con altre “simili” operazioni, “Gravity” risulta assolutamente vincente, a partire dalla splendida copertina di Marina Damato, che pare richiamarsi al noto suino icona dei Pink Floyd, dagli stessi utilizzato in concerto proprio come pallone aerostatico e, quindi, in assenza di gravità, sino – ça va sans dire – al valore della squadra in campo, che gode, di tanto in tanto, dell’ulteriore spinta propulsiva donata dalla presenza del già citato padrone di casa della Eskape, Kekko Fornarelli, formata dalla perfetta unione del pianoforte di Marino Cordascio, la batteria di Gianlivio Liberti ed il contrabbasso del band leader.

La compiuta commistione tra i tre musicisti è apparsa chiara anche al pubblico che ha affollato la sala della Libreria Prinz Zaum di Bari durante una delle tappe del tour promozionale, e che ha potuto essere testimone di una performance che ha rasentato la perfezione, con il gruppo che ha dato in ogni momento il meglio di sé, senza risparmiarsi, cercando inedite ed avvincenti traiettorie per volare sulle ali di ogni brano eseguito: le note di “Human warmth”, primo brano dell’album, che cattura immediatamente con i suoi sette minuti di puro jazz, “90.18”, “Blind faith”, la sognante quanto splendida “Deep sea”, “I don’t forget this”, “Wake up sweet love”, “Monkey morning mood”, cui deve naturalmente aggiungersi la travolgente title track, sono così risuonate nella magistrale esecuzione del Trio, sempre sospesa tra algido tecnicismo e passionale improvvisazione, così da non lasciarne individuare la linea di confine, implicitamente ribadendo il concetto per cui il jazz, per tentare di resistere all’imbarbarimento dei costumi che ci è toccato in sorte di vivere, non ha bisogno di pindariche quanto stravolgenti innovazioni, ma – forse – solo di riscoprire e mandare a memoria le grandi lezioni del passato, dedicando loro energie ed idee nuove, perché, come diceva ancora Coltrane, “non c’è mai fine. Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare. E c’è la necessità di purificare sempre più questi sentimenti, questi suoni, per arrivare ad immaginare allo stato puro ciò che abbiamo scoperto. In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo. Solo così riusciamo a dare a chi ci ascolta l’essenza, il meglio di ciò che siamo”.

Pasquale Attolico
foto di Sara Tamborra

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