“Approdi”: l’imperdibile antologia dei primi venticinque anni del Gruppo Terrae

E navigheremo tra le stelle dei nostri antichi desideri, alla ricerca di approdi che abbiano un senso.” (Pietro Nigro)

Una carta del mondo che non contenga il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.” (Oscar Wilde)

Chi si degna di porre attenzione alle nostre parole non può non sapere che non è nostro costume ripeterci e che, soprattutto, proviamo un malcelato malessere nell’autocitarci, ma oggi ci sentiamo obbligati a riaffermare quel che solo pochi mesi abbiamo riportato su queste stesse pagine, allorquando ci siamo professati inesauribili sostenitori del gruppo Terrae, dell’inesauribile vena artistica che alimenta il loro instancabile viaggio, capace di lambire altre coste, geografiche o dell’anima, approdarvi, visitarne i luoghi ed appropriarsene, traendone musiche, parole, colori, profumi, percezioni che, comunque, non hanno mai potuto modificare le fondamenta di un’incantevole architettura, deviare i passi di un percorso d’arte e, soprattutto, di vita che appariva sempre superbamente definito, fedele ad un’idea che non ha pari nell’attuale panorama musicale italiano e non solo.

Ora che Terrae licenzia la splendida antologia “Approdi”, resoconto dei suoi primi venticinque anni d’attività, che il gruppo ha presentato in anteprima nell’affollatissima sala del Museo Civico di Bari, quelle personalissime sensazioni non possono non tornare a catturarci, ad attraversarci, a riportarci in mare aperto, alla ricerca della nostra Itaca, partecipi anche noi del viaggio iniziatico che ha impegnato questi novelli Ulisse alla scoperta di un mondo fatto di una musica che fosse gentile e passionale allo stesso tempo.

Difficile, se non impossibile, riassumere qui la storia delle 21 tracce che compongono la track list dell’album, ognuna delle quali si erge a testimone di un periodo, di un’epoca, di un progetto del gruppo stesso: stille di sangue, respiri vitali, battiti di un cuore pulsante, aneliti di anime che continuano a condividere un sogno, ad alimentare gli iniziali intenti, ad irrorare un albero con le radici ben piantate nel terreno più fertile ed i rami che si innalzano verso cieli ancora limpidi ed incontaminati.
Dall’iniziale “Terza danza”, riproposto nella registrazione originale del 1994, sino a “U pile du cane”, che, di fatto, chiude il cd, prima che si insinui tra i solchi del disco e della nostra anima la magnifica bonus track “Canzone di Pulcinella nudo”, una magia in musica che si deve al genio di Stefano di Lauro, le sonorità dei Terrae catturano, si incuneano tra la pelle e conducono in luoghi “altri”, lontani eppure vicinissimi, talmente prossimi da appartenerci indissolubilmente.

La possibilità di gettare uno sguardo d’insieme sui diversi periodi della produzione del gruppo fa oltremodo apprezzare la costante evoluzione dell’opera di Rocco Capri Chiumarulo, Paolo Mastronardi ed Alessandro Pipino, i quali, sempre impegnati nel tentativo – peraltro riuscitissimo – di creare un dialogo fra differenti linguaggi, ma mai dimentichi della grande lezione della tradizione popolare, continuano a costruire le loro meravigliose trame, intricate eppure semplici al tempo stesso, su cui si inerpicano il canto di Loredana Savino, che si eleva in registri di rara intensità vitale, e, talvolta, la ammaliante voce recitante di Anna Garofalo.

La presenza di tanti sublimi amici, che hanno messo la propria arte e le proprie energie al servizio del progetto, rendono questa antologia un disco ulteriormente imperdibile, tassello indispensabile per comprendere come la più pura vena musicale popolare abbia saputo farsi globale ed attuale attraverso il lavoro del gruppo Terrae, che, col passar del tempo, si è scoperto erede di uno sconfinato quanto prezioso bagaglio ma, anche, sempre pronto ad intraprendere nuove sfide, nuove avventure, nuove esplorazioni, cercando nuovi approdi.

Pasquale Attolico
foto di Nicola Amato

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