Un miracoloso raggio di luce illumina la Stagione Concertistica della Fondazione Petruzzelli: Martha Argerich e Mischa Maisky celebrano il solstizio musicale della bellezza dell’invisibile

La musica può fare di un’anima devastata una Cattedrale.” (Vasile Ghica)

Ci sono sere che riconciliano con il mondo, riaccendono le antiche passioni, fermano il tempo e danno immediatamente la precisa ed inconfutabile certezza di essere parte di un evento assolutamente unico ed irripetibile; non importa quante volte si è già goduto della maestria dei musicisti impegnati ovvero dell’esecuzione delle opere proposte: taluni concerti, concedendoci di vivere le trasparenze e le tonalità della musica come sensazioni ed emozioni che compongono una partitura armonica di forme e volumi, segnano a tal punto la nostra anima che non si tarda a definirli un mirabile inno alla vita, un miracoloso raggio di luce nell’opaca quotidianità del nostro piccolo universo di amanti della musica, un fugace attimo di incontro con l’eterno incanto, a commento del quale non può che ripetersi semplicemente ed orgogliosamente “io c’ero”.

La presenza nel cartellone della annuale Stagione Concertistica della Fondazione Petruzzelli di due artisti del calibro della pianista argentina Martha Argerich e del violoncellista lettone Mischa Maisky era già di per sé sinonimo di evento imperdibile, che, sotto i nostri occhi, si è trasformato in qualcosa di irripetibile, un solstizio musicale che celebrava la bellezza dell’invisibile scolpita nella coscienza dell’umano sentire.

Il programma prevedeva in apertura la Sonata n.2 in Fa maggiore op.99 di Johannes Brahms, pagina di somma intensità, realizzata attraverso differenti situazioni che sfumano l’una nell’altra, che appartiene senza dubbio alla produzione più valida del musicista, in cui il rapporto fra pianoforte e violoncello non è competitivo o squilibrato, ma ricerca un’intima solidarietà che integri la densa scrittura pianistica dell’autore con il registro naturale del violoncello, come testimoniato già da quel folgorante attacco dell’iniziale movimento, seguita dal Fantasiestücke in la minore per violoncello e pianoforte op.73 di Robert Schumann, composto per la musica da camera della piccola borghesia ma, in realtà, molto complesso da eseguire dal punto di vista tecnico, per chiudere con i venticinque sublimi minuti della Sonata in re minore op.40 di Dmitrij Šostakovič, l’opera che, forse più di ogni altra del compositore russo, riesce a miscelare perfettamente una pungente vivacità con una malinconia permeante.

Dinamismo, passione, vitalità ritmica, varietà coloristica, incandescente tensione emotiva, cura per il dettaglio, intensa comunicazione, estrema forza espressiva e, soprattutto, infinita voglia di fare musica sono i tratti distintivi nella magnifica performance della Argerich e di Maisky, in cui era palpabile l’affiatamento, l’armonia, la reciproca intesa che si spingeva sino all’intuizione, alla percezione sonora, in cui gli slanci romantici e gli impeti passionali del violoncello si alternavano all’estrema essenzialità ed alla trasparenza sorprendente del pianoforte, sino a giungere alla irraggiungibile elevazione sonora.

Sul palco del Petruzzelli, i due splendidi solisti, dimentichi persino della loro età, ci regalavano un’esecuzione perfetta, una tavolozza di delicato lirismo con esiti sempre persuasivi, attimi dilatati nell’impalpabile atmosfera, intimi afflati sonori capaci di cesellare lo spazio esaltando tutte le suggestioni che scaturivano dalle tre partiture: Mischa è passione, fuoco, estasi e tormento che ricadono sullo strumento fremente tra le sue braccia; Martha è ancestrale, nuvola eterea pronta ad esplodere in un tuono deflagrante, lucida precisione, scansione ritmica tagliente, delicata, precisa, leggera, ma anche ossessiva e percussiva.

L’interminabile applauso del pubblico osannante, encomiabile per il silenzio che è riuscito a mantenere durante tutto l’evento (non un sol colpo di tosse ha potuto disturbare l’esibizione), era il degno finale di una serata divina, suggellata dalla concessione di ben tre bis, due capolavori per violoncello e pianoforte a firma dell’amato Chopin, l’Adagio della Sonata in Sol Minore Op.65 e l’Introduzione e Polacca Brillantein Do maggiore, ed il soffuso lirismo del magnifico Liebesleid di Fritz Kreisler; in quegli istanti, che avremmo voluto infiniti, potremmo giurare di aver finanche visto le note stesse create dai due interpreti dipingersi nell’aria, attraversare la loro anima e raggiungere il nostro appagato e riconoscente cuore.

Pasquale Attolico
foto di Clarissa Lapolla

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