“Un ballo in maschera” di rara intensità e sensibilità ha inaugurato la Stagione Lirica della Fondazione Petruzzelli

Verdi interpretava con la forza del sentimento immediato i drammi eterni della vita individuale e le aspirazioni dei popoli, il mondo morale del sentimento.” (Luigi Salvatorelli)

L’artista deve piegare se stesso alla sua propria ispirazione, e se possiede un vero talento, nessuno sa e conosce meglio di lui ciò che più gli è confacente. Io dovrei comporre con profonda confidenza una materia che mi fa bollire il sangue, anche se essa fosse condannata da tutti gli altri artisti come anti-musicale: il successo è impossibile per me se non posso scrivere come mi viene dettato dal cuore.” (Giuseppe Verdi)

Aprire la Stagione Lirica 2020 di uno dei più prestigiosi teatri con “Un ballo in maschera”, la ventitreesima opera di Giuseppe Verdi, realizzata nel 1859 su libretto di Antonio Somma, a sua volta ispiratosi al testo che Eugène Scribe approntò nel 1833 per il “Gustave III, ou Le Bal masqué” del compositore francese Daniel Auber, è già di per sé un atto di coraggio. La perfetta mescolanza ed i repentini cambi dei molteplici registri presenti, dal patetico all’amoroso, dal comico al tragico, fino ad arrivare a toccare il sacro, in un caleidoscopico turbinio che sembra addirittura richiamarsi ad un gusto barocco, richiedendo un’infinita cura delle sfumature, delle dinamiche e degli impasti, non rendono mai semplice, per musicisti e cantanti, accostarsi all’opera universalmente considerata come quella della piena maturità artistica del Cigno di Busseto, in cui gli elementi lirici italiani si coniugavano sorprendentemente con le nuove direttive dell’imperante gusto francese: la resa elegante del dialogo musicale che non si esaurisce nella contemplazione, ma utilizza una strumentazione duttile ed elastica, che si fa, quando occorre, delicata, molto agile, pronta ad accantonare lo sperimentato vigore in favore di una maggior leggerezza e di una inedita vivacità, fanno di Un ballo in maschera l’apice dell’eleganza della produzione verdiana.

Anche i personaggi dell’opera si discostano da quello che era stato precedentemente il rigido modello del compositore, con finanche i congiurati che tracimano nel comico, al contrario di quanto fino al quel momento, rispettando gli stilemi mazziniani, aveva voluto il Maestro: dirà giustamente Mario Bortolotto che “mai come in quest’opera, il gioco dei casi prevale sulle intenzioni e le volontà dei personaggi. Le figure sceniche, gli eventi drammatici sono qui trattati come carte da gioco, ma senza mai arrivare a scoprirsi per tali”.

Verdi mette al centro dell’intero dramma l’amore, un amore impossibile, disperato (Massimo Mila lo definì, a ragione, il “Tristan” italiano), che i protagonisti si negano pur di assoggettarsi ai dettami dell’onore, dell’amicizia e della gratitudine; l’eros ed il piacere frivolo del Rigoletto sono arginati da un’intima ribellione che risponde agli imprescindibili principi dell’onestà, della moralità, del decoro, della rispettabilità, della lealtà. Invero, Un ballo in maschera appare ancora come l’opera con cui il Maestro ha spiccato il suo salto più ardito, con la scelta della contiguità tra comico e tragico che diverrà la costante della sua produzione successiva; sembra che Verdi abbia finalmente colto che in quella dicotomia c’è la sintesi stessa della vita, che, spesso, deve affrontare accadimenti ilari e drammatici nel medesimo istante, nell’inestricabile susseguirsi di continui chiaroscuri che formano un’esistenza.

Alla luce di tali prerogative, già alla vigilia della messa in scena che ha inaugurato l’annuale Stagione d’Opera e Balletto della Fondazione Petruzzelli, non avremmo mai potuto immaginare direzione migliore di quella del Maestro Giampaolo Bisanti alla guida della “sua” divina creatura, l’Orchestra del Teatro Petruzzelli (di cui è direttore stabile), riconoscendo nella sua bacchetta una delle poche al mondo capaci di esaltare tutti gli infiniti colori della tavolozza musicale allestita da Verdi; ebbene, la resa finale è andata oltre ogni nostra più rosea aspettativa, con Bisanti che ci regalava una lettura di rara intensità e sensibilità, plastica, delicata ed impetuosa allo stesso tempo, attenta a mettere in luce gli accenti ed i silenzi, così da dare massimo risalto a quel mirabile impasto di registri stilistici di cui si è precedentemente detto. In questo studiato contesto, non potevano non esaltarsi tanto la stessa Orchestra, magnifica, ormai matura per affrontare qualsiasi prova, quanto il Coro del nostro Politeama, come sempre pregevolmente preparato dal Maestro Fabrizio Cassi, ma anche l’ottimo cast, a cominciare dall’Amelia di Veronika Dzhioeva, splendida e suadente voce, e dall’Oscar della strabiliante Damiana Mizzi, probabilmente la vera protagonista della pièce, capace di unire ad una vocalità ben tornita una più che esemplare espressività scenica, per poi continuare con il nobile fraseggio del Renato di Dalibor Jenis, con la grande padronanza vocale del Riccardo di Giorgio Berrugi, con il forte carattere dell’Ulrica di Elena Gabouri, cui devono aggiungersi le prove dignitose di Italo Proferisce (Silvano), Deyan Vatchkov (Samuel), Andrea Comelli (Tom), Christian Collia e Nicola Cuocci.

La visione profondamente teatrale di Bisanti, poi, si sposa perfettamente con il maestoso allestimento della Fondazione del Teatro Regio di Parma, impreziosito dalla regia e dal disegno luci di Massimo Gasparon, dalle scene e dai costumi di Pierluigi Samaritani e dalle coreografie di Gino Potente, che donano, con saggi artifici tecnici, una profondità sorprendente allo spazio scenico, un gioco magistrale di prospettive che, unito all’utilizzo di colori vivacissimi per i vestiti dei protagonisti, dona all’osannante pubblico, che ha regalato alla Fondazione Petruzzelli il primo sold out di una stagione lirica che pronostichiamo memorabile, un ulteriore motivo di appagamento.

Pasquale Attolico
foto di Clarissa Lapolla

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