Con “Moda sotto le bombe” di Luciano Lapadula, la sfilata si fa memoria, identità sociale e antropologica, ma anche elegia della tenacia femminile

Accade raramente che ci si possa trovare in un luogo ed essere trasportati lontano nel tempo e nello spazio.

È ciò che mi è accaduto il 21 dicembre, dopo un primo momento di smarrimento appena varcata la soglia del Palazzo Anmig “Casa del Mutilato” in Piazza Fraccacreta a Bari. 

Entrata nella grande elegante sala, in tipico stile razionalista del periodo fascista, ho capito che lo spettacolo a cui avrei assistito non era semplicemente una sfilata di rari e autentici indumenti d’epoca, datati 1939 – 1945, preservati nell’archivio museale di Luciano Lapadula e Vito Antonio Lerario.

Sarebbe stato molto di più.

Lo spettacolo teatrale sinestetico ideato da Luciano Lapadula è stato una piacevolissima sorpresa, molto più di una sfilata teatrante o di un défilé d’epoca: è il racconto di un buio passato che attraversa nel tempo la brutalità di un’inutile guerra, che invita a riscoprire, nella – seppur minima – frivolezza che era concessa e – soprattutto – nell’amore, la bellezza della vita. 

In questo ambito già di per sé affascinante, irrompe la bravissima ed intensa Rose Mary Nicassio con lo struggente monologo “La giornata di Teresa”; nato da un’idea drammaturgica dello stesso Lapadula, che ha magistralmente riportato sulla scena un racconto tratto dal suo libro “Il macabro e il grottesco nella moda e nel costume”, scritto ispirandosi alla figura di Teresa Gullace, protagonista di quel capolavoro senza tempo che risponde al nome di “Roma città aperta“, il racconto del giorno del matrimonio della protagonista si incastrava perfettamente con quanto si materializzava davanti ai nostri occhi, in modo che la falsa quotidianità della vita vissuta dalle donne durante i bombardamenti fosse rielaborata come una terapia, come l’estremo tentativo di evitare  di sprofondare nel dolore e nella bruttura della malvagità.

Gli abiti frivoli, unitamente alle ricercate acconciature realizzate dalla Nouvelle Esthétique Académie di Bari, indossati da donne comuni che sfilano durante la pièce, come fossero proiezioni o sogni della stessa protagonista, esorcizzano la terribile realtà che comunque traspare dalla povertà della stoffa, conseguenza del ridicolo principio di autarchia, ma soprattutto dalla condizione di indigenza e povertà di una vita sbagliata, di una tremenda realtà che viene violentemente richiamata quando improvvisi colpi forti alla porta risvegliano gli spettatori tutti dal torpore della coscienza, in un attimo che ci proietta tutti sulla scena, come fossimo anche noi spaventati, abbracciati alle protagoniste e, come loro, sottoposti ai rastrellamenti notturni effettuati dalle truppe tedesche, sensazione che torna fortissima, quasi asfissiante, quando, alla struggente dolcezza di Teresa, risponde – entrando prepotentemente in scena – il suo alter ego, interpretato da una ardente e tormentata Barbara De Palma, costretta ad essere la seconda faccia della medaglia, non più l’adorata madre che cerca di salvare il figlio dal rastrellamento o, anche, la moglie fedele, ma la donna (ab)usata nel corpo e nella mente, ruolo in cui l’uomo cerca sempre più spesso di relegarla.

Sì, è stato molto di più di una semplice messa in scena.

Forse perché, tra tutti quei vestiti, tra quelle acconciature e quei trucchi, io ho rivisto mia madre, la sua tenacia, e, con lei, la forza di tutte quelle donne che, a dispetto della stupidità del maschio incapace, in quanto la natura non gli ha dato il dono di “dare la vita”, hanno cercato di ricreare la tranquilla bellezza della quotidianità nell’eccezionale bruttezza della guerra, testimoni viventi di quella legge di vita ricordata dagli stessi autori: “Era bello, nonostante tutto, rendersi conto di come la guerra non ci avesse privato dell’amore, della solidarietà, della voglia di vita“.

Per questo occorre ringraziare gli artisti impegnati, per questo urlo che chiede che quanto è accaduto non accada più, perché la memoria non sia mai più veicolata, come è accaduto ed accade, tanto nell’arte quanto nella musica, quest’ultima qui degnamente rappresentata dal Maestro Stefania Gianfrancesco, appassionata interprete e parte significativa dello spettacolo.
È memoria anche la moda, identità sociale e antropologica di ogni tempo umano e ruolo fondamentale del nostro “come eravamo e come siamo”.
Credo che un’esperienza come quella che ci hanno donato Lapadula e Lerario debba essere condivisa da tanti, soprattutto dai giovani abituati a studiare la storia senza riuscire a comprenderla realmente, perché la realtà è devastante quando è ascoltata e vissuta più che letta.

Maurizia Limongelli

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