De Ana, Bisanti, l’Orchestra del Teatro Petruzzelli: con La Bohème delle meraviglie si chiude il 2019 della Fondazione Petruzzelli

“Più invecchio e più mi convinco che La Bohème è un capolavoro.” (Igor Stravinskij)

“La Bohème ha un parlare suo speciale, un gergo.” (Giacosa ed Illica)

È inutile nasconderlo: ci sono produzioni liriche che nascono per essere ricordate, citate, menzionate, replicate, duplicate, copiate, per ergersi a punto di riferimento per le edizioni – se non per le generazioni – future. Ebbene, crediamo di poter affermare, senza tema di smentita, che a questa genia appartenga il nuovo allestimento scenico voluto dalla Fondazione Petruzzelli per l’ultimo titolo in cartellone per questo 2019; infatti, a memoria, non ci pare di ricordare una messa in scena de La Bohème di Giacomo Puccini che fosse altrettanto incantevole sotto qualsivoglia prospettiva.

Certamente larga parte della riuscita dell’operazione deve essere ascritta alla regia di Hugo De Ana, che pare essersi ispirato alla fonte dell’opera stessa, vale a dire al romanzo “Scènes de la vie de Bohème” che Henri Murger pubblicò nel 1851, da cui gli stessi Giuseppe Giacosa e Luigi Illica si dissero più che influenzati per la scrittura del magnifico libretto. Il dichiarato differimento dell’ambientazione dalla Parigi del 1830 a quella del 1920 non solo ha dato una luce tutta nuova alle vicende dei protagonisti, ma ha permesso al regista argentino di assemblare avvenimenti che hanno fatto la storia della Francia e del mondo intero, creando un sottile ma evidente fil rouge tra gli eventi stessi.

Partendo dalla data di composizione dell’opera (1895), ad esempio, De Ana ha probabilmente pensato di fare riferimento alla nascita, nel medesimo anno, del cinematografo per mano dei fratelli Lumière, mentre, riflettendo sulle scelte di vita che Puccini ha fotografato con perfezione chirurgica, ha ritenuto di richiamarsi al più grande ed inguaribile bohémien della storia del cinema, incarnato nella figura del vagabondo Charlot creata dal genio assoluto di Charlie Chaplin, nato nel 1889 come il simbolo stesso della Francia, la Tour Eiffel: questi e mille altri elementi stimolano la mente e, soprattutto, gli occhi degli spettatori ancor prima che il sipario si levi, con le immagini d’epoca e le frasi del romanzo rimandate in loop sullo schermo, fino ad entrare nella rappresentazione stessa, così da darle un taglio certamente cinematografico, ma, al tempo stesso, pienamente teatrale, con le scenografie ed i costumi, nel loro complesso firmati dallo stesso De Ana, e le luci di Valerio Alfieri che arricchiscono esponenzialmente lo spettacolo.
Così i quattro giovani artisti scapigliati sembrano vivere proprio all’interno del notissimo scheletro in ferro della Torre parigina, e l’amore che sboccia tra Mimì e Rodolfo pare intriso di tutti gli elementi scenici dei migliori musical in celluloide, mentre il Caffè Momus – nel magnifico secondo quadro – si trasforma in un circo a cielo aperto e Parpignol (Vincenzo Mandarino) in un enorme volatile, ed il vecchio Alcindoro, vittima delle grazie di Musetta e – praticamente – da questa ridotto al mutismo, potrà esprimersi solo grazie al suo doppio (cinematografico), incarnato proprio da Charlot (Bruno Lazzaretti, anche nei panni di Benoit); al terzo e quarto quadro pare spetti, invece, il compito di rientrare nei canoni della tradizione, scelta perpetuata – forse – nel tentativo di non distrarre il pubblico e farlo avvolgere dal turbinio di emozioni che solo il capolavoro pucciniano riesce a trasmettere, lasciando che la musica prenda assoluta padronanza sulla nostra psiche, riaffiorando dalle profondità della nostra anima dove l’avevamo costretta, spingendoci finanche alla commozione più evidente, perché probabilmente nulla più della musica di Bohème ha il potere di evocare un’atmosfera, di accendere un ricordo, di far rivivere un attimo con intensità.

Ma – lo sappiamo bene – per permettersi un tale gioco di prestigio occorre potersi affidare ad un grande ensemble musicale: credete a noi quando affermiamo che l’Orchestra ed il Coro del Teatro Petruzzelli hanno fatto volare questa produzione verso cieli inesplorati, per merito certamente dell’impegno dei musicisti impegnati, cui deve, come sempre, aggiungersi Fabrizio Cassi per la preparazione del coro, ma anche ed indiscutibilmente della bacchetta del Direttore stabile del nostro Politeama, il Maestro Giampaolo Bisanti; è soprattutto grazie alla sua perfetta conduzione se questa Bohème non è stata una semplice rappresentazione dell’opera, ma – semmai – un pensiero, un palpito, un nuovo, inamovibile frammento del nostro cuore. Bisanti e – lasciatecelo dire – la sua Orchestra, unitamente all’ottimo cast che assemblava nuove luminose stelle del firmamento della lirica, hanno fatto sì che fossimo anche noi Rodolfo (Matteo Desole) quando scalda la gelida manina della sconosciuta Mimì (Mihaela Marcu), condividessimo gli slanci e le paure di Schaunard (Seung-Gi Jung), godessimo dell’allegria del Momus, vivessimo con Marcello (Francesco Landolfi) e Musetta (Elena Gorshunova) la loro travagliata passione amorosa, sentissimo la stessa responsabilità di Rodolfo nel tentare di allontanare l’amata ammalata, ci disperassimo con Colline (Alessandro Spina) sulla sua vecchia zimarra, agonizzassimo ed infine morissimo sul letto con Mimì, in tal modo restituendoci il capolavoro pucciniano in tutta la sua ipnotica bellezza, la sua perfezione musicale, quella indiscussa meraviglia che non ha mai smesso – e certamente non smetterà mai – di sorprenderci, di catturarci, di emozionarci.

Si replica sino al 29 dicembre. Non perdetevela.

Pasquale Attolico

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