La bacchetta di Sascha Goetzel ed il violoncello di Edgar Moreau catturano il pubblico del Teatro Petruzzelli

La grande musica deve venire dal cuore. Qualsiasi musica fatta solo di tecnica e cervello vale meno del foglio su cui è scritta.” (Joseph-Maurice Ravel)

Chiunque sia stato ad approntare il programma del terz’ultimo appuntamento inserito nella Stagione Concertistica 2019 della Fondazione Petruzzelli merita il nostro incondizionato plauso; inserire le avvolgenti quanto familiari note del Boléro di Maurice Ravel a chiusura di una serata che aveva potuto godere delle esecuzioni della Sinfonia concertante in mi minore per violoncello e orchestra op.125 di Sergej Prokof’ev e dell’Ajace, cantata per coro e orchestra su di un testo di Vincenzo Cardarelli di Orazio Fiume, entrambe permeate di sonorità certamente suggestive eppur talvolta ostiche, soprattutto per l’orecchio meno allenato, ha fatto sì che il pubblico del Teatro Petruzzelli lasciasse, infine, la sala pienamente soddisfatto.

Invero, a darci la precisa ed inconfutabile certezza di essere parte di un evento sarebbe bastata la performance dell’appena venticinquenne violoncellista francese Edgar Moreau, magnifico enfant prodige, che, assieme alla sempre più eccelsa Orchestra del Teatro Petruzzelli, ottimamente diretta da Sascha Goetzel, donava splendore accecante alla pagina prokofievana, nonostante – come si è detto – la sua struttura tutt’altro che tradizionale, ricca di sonorità dissonanti e stridenti, in cui si alternano, in una vastissima varietà e ricchezza tematica, momenti cupi ed epici con altri danzanti e bonari, e faceva risaltare non solo l’energia, l’attivismo, la dinamicità, ma anche tutti i netti contrasti presenti sul pentagramma, cristallizzati nel passaggio dal richiamo – pervaso di quell’ironia un po’ astiosa tipica di Prokof’ev – alla nota canzone bielorussa “Statevi bene” a quel finale disperato che il grande direttore d’orchestra Gennadij Roždestvenskij, scomparso poco più di un anno fa, definiva addirittura tragico. Moreau superava ogni aspettativa, offrendo una prova sublime, di indicibile pathos, coinvolgente, intensa al punto che, dalla platea, non riuscivamo a comprendere se i sospiri che “disturbavano” l’esecuzione (un “difetto” contestato anche all’immenso Glenn Gould) giungessero da Edgar o fossero frutto dell’ansimare del violoncello stesso, così duramente impegnato nella prova.

Se – dobbiamo ammetterlo – non è da tutti porgere l’orecchio all’Ajace, la cantata per coro e orchestra creata dall’eccelso figlio della nostra terra – di Monopoli, nello specifico – Orazio Fiume sulle liriche del poeta Vincenzo Cardarelli, il quale ne fu talmente colpito durante la prima esecuzione, avvenuta il 19 ottobre 1953 alla Scala di Milano, da esprimere il desiderio che fosse eseguito al suo funerale, possiamo immaginare quanto sia enormemente più arduo eseguirla; pertanto, possiamo affermare che, grazie certamente alla coraggiosa bacchetta di Sascha Goetzel, tanto il Coro, come sempre preparato dalla sapiente direzione di Fabrizio Cassi, quanto l’Orchestra del Teatro Petruzzelli abbiano risposto nel modo migliore, superando a pieni voti l’esame.

E l’Orchestra, poi, è stata la assoluta trionfatrice dell’esecuzione del mitico Boléro di Ravel, con ogni probabilità i sedici minuti più travolgenti e popolari della storia della musica, nato per accompagnare il ritmo di una danza – fu commissionata all’autore dalla celeberrima ballerina Ida Rubinstejn e, da allora, è stata oggetto di varie coreografie, tra cui la splendida versione béjartiana nata per il divino Jorge Donn, vista anche al Petruzzelli ed immortalata nel film omonimo di Claude Lelouch – e poi impostosi come magnifica opera concertistica, finanche accostata alle migliori composizioni di Weber e Chopin. Sotto la direzione impetuosa di Goetzel, l’ensemble del Petruzzelli ci restituisce compiutamente la magia del capolavoro raveliano, tutta la sua ossessiva tensione ritmica, trasmettendone tanto il fascino quanto la sensualità, catturando lo spettatore e facendogli vivere un’esperienza inebriante, tanto che ci sentiamo di far nostro l’urlo di quella spettatrice della Prima assoluta all’Opéra de Paris del 22 novembre 1928 – l’unica, a detta di Ravel, che avesse compreso il pezzo – che sentenziò la follia del compositore francese; ebbene, a giudicare dall’interminabile applauso finale, che aveva il sapore di una vera, totale ed incondizionata acclamazione per il direttore e l’orchestra, da parte del pubblico che gremiva il nostro Politeama, è proprio di questa follia che sentiamo l’irrefrenabile ed insopprimibile bisogno.

Pasquale Attolico

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