Una stella dell’Opera russa ha illuminato il cielo di Bari: Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij nel cartellone della Fondazione Petruzzelli

La natura mi ha dotato di un talento musicale nel quale credo, del quale non dubito, di cui vado orgoglioso, anche soltanto perché la mia musica reca conforto e piacere a persone come Voi. Mi sembra di essere davvero dotato dell’abilità, in modo sincero, sincero e semplice, di esprimere i sentimenti, gli umori e le immagini suggeriti da un testo. In questo senso sono un realista e, fondamentalmente, un russo.” (Pëtr Il’ič Čajkovskij)

Una stella di abbagliante luminosità ha solcato nei giorni scorsi i cieli di Bari, ma, purtroppo, non tutti sembrano essersene accorti. Riteniamo infatti – ce lo si lasci dire senza alcuna polemica – che l’inserimento nel cartellone della Stagione Lirica 2019 – che ormai volge al termine – della Fondazione Petruzzelli di cinque rappresentazioni del prestigioso allestimento dell’Helikon Opera Moscow dell’Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij meritasse accoglienza ben più trionfale di quella che il pubblico – quantomeno della Prima – le ha tributato; e questo non solo in virtù dell’impegno che la Sovrintendenza del nostro Politeama ha profuso nel tentativo di donarci un assoluto caposaldo della cultura universalmente riconosciuto, ma, anche e soprattutto, per l’occasione rarissima, se non unica, di poter conoscere una delle più belle pagine di musica di tutti i tempi, peraltro magistralmente eseguita, con il Coro e l’Orchestra del Teatro Petruzzelli che, forse esaltati dall’ardua prova che si proponeva loro, raggiungevano un livello di perfezione difficilmente replicabile.

A pensarci bene, tale difficoltà del pubblico di accostarsi al capolavoro lirico non avrebbe dovuto stupirci, se già lo stesso autore, presentando l’“Onegin”, profetizzava che “chi ritiene l’azione scenica condizione primaria di un’opera, non sarà soddisfatto; chi invece cerca la riproduzione musicale di sentimenti normali, semplici, universali, lontani dalla tragicità esteriore, dalla teatralità, saranno (spero) contenti della mia opera. Se quest’opera non è adatta al teatro, si farà a meno di eseguirla: ecco tutto. Ieri l’ho suonata tutta dal principio alla fine. Il solo ascoltatore era l’autore. E (…) l’ascoltatore si commosse fino alle lacrime: se le platee future davanti a questa musica sentissero ciò che l’autore ha sentito!

L’autore in questione era Aleksandr Sergeevič Puskin, quello che Dostojewski aveva già definito “il principio di tutti i principî”, che, quasi cinquant’anni prima, aveva dato alle stampe il suo monumentale poema, composto da 5541 versi divisi in strofe di 14 versi preziosamente rimati; Čajkovskij se ne innamorò perdutamente (“Se la mia musica racchiude anche una sola particella di quella bellezza che si trova nel soggetto, allora ne sono molto orgoglioso e compiaciuto.”), al punto che il libretto, redatto dal compositore stesso, con l’aiuto del fratello Modest e di Konstantin Stepanovič Šilovskij, pur concedendosi talune omissioni rispetto al testo puskiniano, operava ben poche interpolazioni, giungendo a rinunciare all’appellativo di “opera” in luogo del – a suo parere – più consono “scene liriche”, in quanto quel che maggiormente interessava al compositore era conservare le preziose simmetrie della dimensione psicologica dei personaggi puskiniani e, se possibile, metterle in risalto attraverso le note. Per realizzare questa iniziale dichiarazione d’intenti, Čajkovskij fece eseguire l’Opera per la prima volta da studenti del Conservatorio di Mosca, anziché da un’orchestra, e da giovani cantanti in grado di renderne la semplicità e la sincerità; chiudendo in una rigida gabbia l’azione scenica per puntare sull’evocazione più essenziale degli affetti attraverso il più delicato lirismo, l’autore raggiunse probabilmente il suo più alto livello di coinvolgimento ed intensità musicale, senza rinunciare mai alla sua estrema coerenza stilistica, ma, semmai, rendendola più duttile, così da suonare inedita nella sua sensibilità emblematicamente romantica.

Ho bisogno di persone vive, non di marionette, di sentimenti comprensibili anche a me. Che ne so di quello che prova una schiava etiope o un pazzo nubiano? Non voglio imperatori o imperatrici, rivolte popolari o battaglie: insomma non voglio nessuno degli attributi della grand-opéra. Voglio un dramma interiore forte, basato su situazioni e conflitti che ho provato e visto, che mi tocchino sul vivo”; con queste premesse, Čajkovskij, nella sua “riduzione” musicale, pose l’attenzione sulla giovanissima Tatyana, che, romantica e sognatrice, vive la sua granitica tranquillità di una quieta esistenza in campagna, sino a quando il passaggio del ricco e carismatico Evgenij Onegin non giunge a demolirla; confessatogli l’infatuazione, in cui riconosce i semi di una eterna devozione, si vedrà impietosamente allontanata dallo stesso, il quale, per dissuaderla, giungerà sino a corteggiarne la sorella Olga, già promessa a Lenskij, l’amico fraterno di sempre, che perirà proprio per mano di Onegin nel duello all’ultimo sangue che ne deriverà. Sconvolto e traumatizzato da quanto accaduto, Onegin vaga per il mondo senza meta, sino a che, anni dopo, incontra nuovamente Tatyana, ora diventata moglie del Principe Gremin, e ne supplica l’amore, certo che potrebbe significare la sua redenzione, ma Tatyana, pur confessandogli di amarlo ancora, lo rifiuta a sua volta, non essendo disposta a tradire il marito per l’uomo che l’ha respinta così freddamente.

Giocosa ed intuitiva, seppur radicale nel recupero dell’originale storico di Konstantin Stanislavsky, “reo” di aver sposato quella staticità scenica richiesta dallo stesso compositore, la regia di Dimitry Bertman ha esaltato soprattutto i momenti di insieme, le grandi scene corali che – come detto – sono state più che magistralmente realizzate dal Coro del Petruzzelli, come sempre preparato da Fabrizio Cassi, grazie anche alla portentosa bacchetta di Valery Kiryanov che, forte di un’incandescente autenticità russa, ha diretto la nostra Orchestra in assoluto stato di grazia, che ha reso l’intera Opera nella più trascinante continuità drammatica. Olga Tolkmit, Aleksei Isaev ed Igor Morozov, rispettivamente nei ruoli di Tatyana, Onegin e Lenskij, regalavano prove superlative al pubblico del Petruzzelli, tanto per la pienezza delle doti vocali quanto per la profonda ed articolata espressività, ben supportati da Natalia Zagorinskaia (Larina), Irina Reynard (Olga), Alexey Tikhomirov (Principe Gremin) e Larisa Kostyuk (Filipp’ovna).

Questa perfetta commistione di elementi ha fatto sì che l’edizione vista al Petruzzelli fosse tutta permeata di una tensione drammatica in costante combustione, come una stella della costellazione dell’opera russa che, in una – forse irripetibile – occasione ha illuminato il cielo di Bari.

Pasquale Attolico

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