7 novembre 2019 – Nubi su Taranto

Mi pare che Carlo Calenda abbia ragione quando afferma che, In una situazione come quella di 3 anni fa (arresto dei Riva e amministrazione straordinaria dell’ILVA) e in un quadro che prevedeva la continuazione della produzione dell’acciaio a Taranto, la soluzione adottata dal Governo Renzi fu la migliore possibile.
L’offerta pubblica se l’aggiudicò -come noto- la A.M.
Teoricamente vi era un possibile quadro alternativo, ossia dismettere la produzione dell’acciaio a Taranto e decidere di acquistare l’acciaio -di cui non si può fare a meno- dall’estero a costi decuplicati e lasciando ad altri Paesi il correlato onere ambientale.
Qualcuno preferiva questa 2° opzione; i più, naturalmente, la 1°.
E una volta optato per la prima, soluzione migliore, obiettivamente, non c’era, scudo e tutto.

Le vicende dello “scudo” sono note: la richiesta di non essere coinvolti in responsabilità ambientali pregresse appariva ragionevole a fronte di un investimento tanto ampio che garantiva buoni livelli di occupazione e un certo contenimento del rischio ambientale, salvi eventuali profili di illegittimità costituzionale di tale esenzione.

Poi – anche questo è noto – il governo Salvini-Conte-Di Maio cancellò unilateralmente la norma sullo scudo; AM si sentì danneggiata, protestò e chiese di tornare indietro, ottenendo vaghe promesse mai mantenute.
Oggi han deciso di andarsene sostenendo di non essere in grado di portare avanti quell’investimento senza scudo e senza sacrificare metà dei lavoratori.

E’ una rogna obiettivamente non facile da gestire e spero che il Presidente Conte riesca a farlo al meglio.
Non servono le sparate di Calenda (che aveva ragione, da “tecnico”, all’epoca ma che oggi sembra anteporre inutili esigenze di visibilità “politica” su cui mi sembra abbia meno ragione); sono ipocrite le accuse di Salvini che ha contribuito in prima persona a creare questo caos imponendo la cancellazione dello scudo e offrendo un assist ad AM degno del miglior Andrea Pirlo; e appare fonte di ambiguità (o forse è solo incertezza) la posizione dell’on Di Maio e, soprattutto, quella dell’onorevole salentina del suo partito, famosa per le sue teorie sul rapporto tra condizionatori d’aria e PIL.

Mi pare di capire, dalle parole del Presidente, che non c’è spazio per accettare supinamente le richieste di A.M.
E ha ragione, perché la richiesta non è solo quella di reintrodurre lo scudo ma anche quella di scaricare 5.000 dipendenti.

C’è da capire se vi sono margini per una trattativa (comunque peggiorativa della soluzione Renzi-Calenda di 3 anni fa); vanno valutati gli aspetti contrattuali e la possibilità di richiesta di una sostanziosa penale in danno di A.M.

C’è da capire se la 2° classificata sia interessata a subentrare promettendole magari l’incasso della suddetta penale da far pagare ad A.M.

C’è soprattutto da capire se in un quadro politico dominato da surreali parole d’ordine su improbabili “poteri finanziari che vogliono la sostituzione etnica” (Meloni), o su “trasformazione dell’Ilva in centro di arrampicata sportiva sulle ciminiere” (Grillo) o su “prima gli investitori padani” (Salvini), vi sia qualche grande gruppo intenzionato ad investire in un disgraziato Paese in cui populismo, razzismo, complottismo e sciatteria la fanno da padroni.

C’è da capire se l’Italia vuol rinunciare (come richiesto da alcuni settori a 5S e da alcune associazioni ambientaliste) del tutto alla produzione dell’acciaio optando così per la soluzione “dismissione” con perdita di 10/15 mila posti nel settore e con una crisi drammatica per Taranto.

E c’è da capire quanto sia realistica l’opzione (propugnata dall’area FdI/Lega e da qualche settore residuale della sinistra) del ritorno alla “nazionalizzazione” della produzione dell’acciaio.

In questa ultima ipotesi, ammesso che lo Stato abbia risorse per tale operazione, va però detto che nessuno può garantire la rimozione del danno ambientale, che, come si ricorderà, cominciò inevitabilmente ed irreversibilmente proprio quando la produzione era gestita direttamente dallo Stato.

Insomma, un quadro a tinte fosche e con nubi (peggiori di quelle che escono dalle ciminiere) per la bella città dei 2 mari.

Lng

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