Un fanciullino di ottant’anni: la leggenda vivente Brian Auger infiamma Bari per l’Associazione “Nel Gioco del Jazz”

Non ho mai sentito di un musicista jazz che è andato in pensione. Ami ciò che fai. Quindi, se vai in pensione, cosa fai? Suoni per i muri?” (Nathaniel Adderley)

Qualche giorno fa, amabilmente dibattendo con un carissimo amico che ci accusava simpaticamente di essere restati musicalmente aggrappati al passato, dichiaravamo, senza tema di smentita, che non intendevamo recedere di un passo nella nostra determinazione di non rinunciare ad alcuna delle performance live dei nostri miti, preferendo – quasi sempre – i grandi vecchi alle giovani leve, assolutamente certi del fatto che la produzione considerata d’antan fosse, il più volte, più proiettata nel futuro di quella odierna.
Il Maestro Roberto Ottaviano, che – ormai ne siamo certi – riesce a leggerci nel pensiero, ha, con parole ovviamente ben più alte, di fatto avvalorato il nostro stesso concetto nella – come sempre – ottima presentazione del concerto del Brian Auger’s Oblivion Express, evento inserito come “fuori programma” nel cartellone di “Adelante!”, l’annuale rassegna dell’Associazione “Nel Gioco del Jazz”, di cui Ottaviano è inamovibile direttore artistico, e tenutosi in un AncheCinema di Bari straripante di osannante pubblico, tra cui si celavano numerosi preparatissimi cultori del genere.

Brian Auger è universalmente considerato un genio assoluto, un sublime caposcuola, un eccelso precursore, il creatore di quell’acid jazz ottenuto miscelando il ritmo del rock e del rhythm & blues con le percezioni armoniche improvvisative del jazz, talvolta spruzzandovi una buona dose di soul, funk e pop, il musicista che ha dato vita, assieme a Julie Driscoll, alla mitica formazione dei Trinity, ottenendo un successo planetario, ed ha messo le sue tastiere ed, in particolare, il suo leggendario organo hammond al servizio di gente del calibro di Rod Stewart, Tony Williams, Eric Burdon, Led Zeppelin, Sonny Boy Williamson e Jimi Hendrix (“Me lo proposero come chitarrista dei Trinity, ma io ne avevo già uno – ricorda Brian – e così lo invitai solo a fare una jam session con noi sul palco in cui suonammo anche “Hey Joe”; quando, quella sera, Eric Clapton lo sentì, disse disperato a Jeff Beck ed Alvin Lee che potevano cambiare tutti mestiere!”). Da quando, nel lontano 1970, ha fondato il gruppo che, naturalmente con mutevoli formazioni, tutt’oggi lo accompagna, Brian gira il mondo irradiando luce, sprizzando simpatia e distillando musica di altissimo livello, sempre controcorrente, in direzione ostinata e contraria alle tendenze della musica commerciale, dichiarazione d’intenti già contenuta nel nome della band (“treno espresso verso l’oblio”) e mai tradita né disattesa.

Sul palco del Teatro barese, l’artista londinese, dimentico degli ottant’anni compiuti in luglio, si è lasciato andare alla solita miscela di energia, entusiasmo, ironia (“quando ho inciso il mio primo disco, in Inghilterra era appena sbarcato Giulio Cesare”, dice nel suo simpatico italiano, mutuato dagli insegnamenti della moglie Ella, nata in Sardegna), e grande, grande musica, suonata per il solo piacere del dono e della condivisione, con il supporto di una band di ottima fattura, con suo figlio Karma Auger alla batteria, Andrea Geck al basso ed una portentosa Lilliana de los Reyes alla voce (ed anche – invero trascurabilmente – alle percussioni), anch’essa figlia d’arte del batterista Walfredo, già padrona di una gamma di espressioni e di armonie enorme quanto sorprendente, una voce che cattura al primo ascolto, capace di passare dalla dolcezza all’impeto, dall’ambrosia al veleno in meno di un batter di ciglia, un talento che – profetizziamo – avrà ancora molto da dire nel panorama musicale mondiale.

E, su tutti, Brian, il vecchio fanciullino di sempre, con la sua tempesta ormonale perenne, le sue mitiche cavalcate sfrenate e mozzafiato su e giù per la tastiera, con quell’agilissima diteggiatura dalla ritmica martellante che sembra non conoscere limiti, ancora capace di farci saltare su dalla sedia e, finanche, staccare il corpo da terra quando fa ruggire, miagolare, ululare il suo hammond, con brani storici e di più recente composizione, tra i quali abbiamo riconosciuto “Straight ahead”, “Season of the witch”, rubata a Donovan, “Indian rope man”, estratta dal forziere di Richie Havens, “Road to Cairo”, “Bumpin on sunset”, dedicata all’immenso Wes Montgomery, sino a chiudere, con una accattivante versione della mitica “Light my fire” dei Doors, un concerto che, consentendoci di entrare in contatto dal vivo con una leggenda del jazz, con una stella di prima grandezza ancora splendidamente integra e pulsante, ha di gran lunga superato ogni aspettativa, regalandoci un fuggente attimo di gioia che avremmo voluto infinito.

Prossimo appuntamento della rassegna il 22 novembre con il Perfect Trio di Roberto Gatto.

Pasquale Attolico
foto di Mba’Rock Crudele

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