L’ipnotico magma sonoro del Franco D’Andrea Trio inonda l’AncheCinema di Bari per la rassegna de “Nel Gioco del Jazz”

Per me il jazz è la musica più spontanea che ci sia, un linguaggio molto umano, capace di dare tanto a livello emotivo e intellettuale, grazie all’equilibrio tra i diversi elementi che si compenetrano. Io sono tra coloro che hanno amato il jazz nella sua interezza e sfrutto la prospettiva storica come effetto musicale per raccontare una storia un po’ surreale. Vedo un filo rosso nella storia di questa musica: il jazz ha dato senso alla mia vita e mi permette ancora oggi di vivere con pienezza.” (Franco D’Andrea)

Probabilmente basterebbe questa dichiarazione per immortalare tutta l’immensa arte musicale e, soprattutto, per comprendere la viva e vibrante passione che, alla bella età di 78 primavere, con oltre 160 dischi e 20 premi Top Jazz alle spalle, ancora anima Franco D’Andrea al pari di un giovane musicista alle prime armi, ma qualora ne occorresse ulteriore riprova sarà facile rifarsi alla splendida performance, inserita nell’ottimo cartellone della rassegna “Adelante!” creata dalle belle menti dell’associazione “Nel Gioco del Jazz”, concessa dal Maestro nella tappa barese del tour del suo nuovo Trio, completato da Mirko Cisilino alla tromba ed Enrico Terragnoli alla chitarra ed elettronica, con cui ha dato vita al progetto “New Things”, nome coniato probabilmente in malcelato omaggio all’espressione che storicamente è stata l’equivalente del genere “free jazz”.

Introdotto dalle parole del direttore artistico Roberto Ottaviano, illuminate come sempre ma, forse, più emozionate ed appassionate del solito, grazie anche ad un commosso ricordo del grande Gianni Lenoci che nei giorni scorsi ci è stato prematuramente strappato lasciandoci, assieme ai suoi tantissimi ammiratori, orfani della sua Arte, il Trio ha dato immediatamente fuoco alle polveri, letteralmente incendiando la sala dell’AncheCinema di Bari, con il pubblico che spesso salutava i brani con vere ovazioni; freschezza compositiva, accurato e compiuto interplay, ricercatezza espositiva si fondevano in uno scambio di battute sempre energiche e poderose, finanche nei momenti più lirici, che generavano una musica del tutto inedita, in cui il jazz si fonde con suoni elettronici di ardua catalogazione, e che ha come prerogativa di sfuggire ad agevoli classificazioni, quasi al limite del free, ma con una trama sempre presente a se stessa ed ai tre artisti.

Pur trasparendo tutto il lavoro concettuale alla base dell’incontro fra i musicisti, crediamo che grande spazio sia stato dato all’improvvisazione, musa alla quale i tre sembravano inchinarsi, creando la loro esibizione in tempo reale, lasciandosi attraversare e trasportare da risonanze non definite che partorivano un magma sonoro volutamente irrisolto, inquieto, insoluto, incompiuto, in un flusso continuo, vivo, avvolgente, caleidoscopico ed ipnotico, in cui era persino difficile individuare standard che fungessero da pretesto per le estemporanee creazioni del gruppo, seppur crediamo di poter azzardare la presenza di Tiger Rag, St. Louis Blues, Stompin’ at the Savoy e finanche dell’immarcescibile Summertime. Ad ogni modo, seppur può esservi incertezza sugli input, quel che non lasciava alcun dubbio era l’approccio compositivo differente e destabilizzante del trio, che, però, si traduceva in una densità acuta e non convenzionale, animata da una pulsazione entusiasta ed entusiasmante che prendeva forma soprattutto in Cisilino e nel suo ininterrotto ricorso alle sordine, mentre Terragnoli interagiva in modo più defilato, ma comunque sottilmente aguzzo, lasciando al genio del band leader la piena libertà di sperimentare come solo lui può e sa fare.

Pasquale Attolico

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