Il Barbiere di Siviglia per la Stagione 2019 del Petruzzelli di Bari: la regia di Pier Luigi Pizzi coglie ed esalta la radice profonda della comicità del capolavoro rossiniano

Gli avversari spacciano la musica di Rossini come un vuoto solletico dell’orecchio. Ma se si entra un po’ nelle sue melodie, questa musica è invece estremamente ricca di sentimento, di spirito, e penetra nell’animo e nel cuore.” (Friedrich Hegel)

Io confesso che non posso a meno di credere che Il Barbiere di Siviglia, per abbondanza di vere idee musicali, per verve comica e per verità di declamazione, sia la più bella opera buffa che esista.” (Giuseppe Verdi)

Il Barbiere di Siviglia è l’opera comica più divinamente leggera e più compiutamente perfetta che sia mai stata scritta al mondo.” (Ildebrando Pizzetti)

Resterà certamente negli annali per vivacità, effervescenza, verve, finanche esuberanza, con tanto di imprevisto colpo di scena, la versione de “Il Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini con cui si è trionfalmente riaperta, dopo la pausa estiva, la Stagione d’Opera 2019 della Fondazione del Teatro Petruzzelli, al punto che non tardiamo ad azzardare che sarebbe piaciuto – ed anche tanto – al Genio pesarese, che in estro e genialità non era certamente secondo a nessuno.
Nell’allestimento scenico del Rossini Opera Festival di Pesaro, la regia di Pier Luigi Pizzi, cui si devono anche i coloratissimi costumi e, soprattutto, le monocromatiche scene, con la presenza di un bianco accecante, ben supportato dalle luci di Massimo Gasparon, che a noi è parso un omaggio alla rurale architettura pugliese, ha saputo esaltare ogni minimo dettaglio della comicità presente nel libretto che Cesare Sterbini trasse dalla commedia omonima di Beaumarchais, permeando l’intera messinscena di quella che sempre Hegel, analizzando l’Opera rossiniana, definiva “l’esigenza più profonda del comico: godere dell’infinita certezza di sapersi elevare al di sopra della propria contraddizione e di non essere in questo per niente triste e infelice”; Pizzi sembra liberare i suoi protagonisti in mille diversi rivoli per poi farli riallacciarne i fili e farli confluire in un unico impetuoso fiume che sfocia in una consapevole esternazione di personale felicità, dovendosi infine registrare in ognuno dei personaggi il raggiungimento dei propri originari scopi.

In tale perfetta macchina, solo apparentemente minimalista, le doti attoriali degli artisti impegnati venivano in luce, talvolta richiamando le più elementari leggi della commedia dell’arte di goldoniana memoria, talaltra rifacendosi a rappresentazioni ben più recenti, come quando scimmiottavano i celeberrimi passi di danza di John Travolta ed Uma Thurman nel tarantiniano “Pulp fiction”, regalando al pubblico, che affollava in ogni ordine di posto il nostro Politeama, momenti di buona recitazione a cui la lirica non sempre è avvezza, quasi sempre accompagnata da degnissima performance vocale, con picchi di perfezione nella Rosina della giapponese Aya Wakizono, seguita a ruota dal Figaro di Giorgio Caoduro e, se si eccettua qualche imperfezione iniziale, dal Conte d’Almaviva del turco Mert Süngü. Le medesime lodi avremmo indubbiamente dedicato anche al Don Bartolo di Paolo Bordogna, se – ecco l’accidentale colpo di scena di cui parlavamo in apertura d’articolo – lo stesso non avesse dato forfait al termine del primo atto per un inarrestabile attacco di tosse, che gli faceva addirittura interrompere l’aria “A un dottor della mia sorte” – con annessa benevola ovazione a scena aperta anche da parte degli orchestrali -, egregiamente sostituito da Filippo Polinelli, repentinamente “trafugato” al secondo cast; il Don Basilio di Mariano Buccino, il Fiorello di Italo Proferisce (anche nelle vesti dell’Ufficiale), la Berta di Tiziana Carraro e, soprattutto, l’Ambrogio di Armando De Ceccon, magnifico, con la sua arte mimica, nell’appuntare, senza far ricorso all’uso della parola, i comportamenti folli degli altri personaggi, davano ulteriore smalto allo spettacolo.

E su tutto, come ci capita ormai sovente di dover felicemente ripetere, la prova dell’Orchestra e del Coro del Teatro Petruzzelli, quest’ultimo, come sempre, preparatosi sotto la guida di Fabrizio Cassi, abilmente diretti dal Maestro Renato Palumbo, capace di infondere una tale sicurezza nell’ensemble tutto da consegnarci una versione di tutto rispetto, con un incessante gioco di chiaroscuri che – ci ripetiamo – avrebbe fatto di certo felice anche l’orecchio del Cigno di Pesaro.

Si replica sino a domenica 22 settembre.

Pasquale Attolico

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