Ofertório: a Bari in Jazz 2019 la magnifica elegia della famiglia Veloso.

“È uno show per famiglie, nato dal mio desiderio di trasmettere felicità. Ho sempre desiderato fare musica con i miei figli in concerto. Avere dei figli è la cosa più importante nella mia vita adulta: quello che ho imparato dalla loro nascita non ha un nome e non ha un prezzo. Da quando sono piccoli ho sempre amato stargli vicino, ho sempre cantato per farli dormire. Seguendo percorsi diversi, tutti si sono avvicinati alla musica in un momento della loro vita ed ognuno ha le sue particolarità. Credo, veramente, che la nostra non sia una famiglia di musicisti qualunque: c’è un carattere genetico dedicato alla musica.” (Caetano Veloso)

Nonostante lui non faccia assolutamente nulla per assurgere al ruolo che gli compete di diritto, non vi è alcun dubbio che Caetano Veloso – che tra pochissimi giorni compirà 77 anni – debba essere annoverato tra i miti della musica di tutti i tempi, probabilmente l’ultimo rappresentante di quella scuola brasiliana che ci regalato alcune tra le melodie più luminose che l’essere umano abbia mai saputo partorire; ne deriva che ritrovarsi al suo cospetto crei, almeno in noi, suoi fedelissimi discepoli, sempre positive vibrazioni, come è accaduto anche nel corso del concerto tenutosi nella straripante Piazza Ciaia di Fasano, uno dei tanti eventi inserito nell’annuale cartellone del Festival metropolitano Bari in Jazz, in cui, anzi, le indicibili emozioni si sono addirittura quadruplicate grazie alla presenza sul palco dei suoi tre figli (ma di madri diverse), vale a dire Moreno, Zeca e Tom, che raccolgono, di fatto, un’eredità che giunge sino a loro non solo dal padre ma anche dalla nonna e dalla zia paterne, rispettivamente Dona Canô e Maria Bethânia. Ed è proprio alla prima che questo show è dedicato, dato che il titolo Ofertório è stato tratto dalla canzone composta ed eseguita in chiesa dal non credente Caetano durante la messa che ne celebrò i novant’anni, che, naturalmente, qui assume tutt’altro significato, fondendosi e confondendosi con il motivo stesso di questa tournée, quasi un’elegia della spiritualità della famiglia, che si propone – riuscendovi – di fondere intere e distanti generazioni travalicando spazio e tempo, o, come afferma lo stesso Veloso con parole ben più pagane, una semplice “celebrazione della riproduzione”.

Chiariamo subito un punto: Ofertório non è la solita vetrina allestita da un padre per mostrare – e vendere – al mondo i propri gioielli, ma è, al contrario, una vera rarità nella produzione musicale che l’imperante mercato ci propina; la commistione tra i fantastici quattro è di altissimo livello, con armonie vocali che raggiungono e spesso superano la perfezione, quattro menti pensanti che sono state in grado di mettere in cantiere e realizzare qualcosa di unico e – forse – irripetibile. Lo spettacolo è magnifico, ammaliante, magico, a partire dalla scenografia, pensata dall’amico e collaboratore di sempre Hélio Eichbauer, venuto improvvisamente a mancare proprio durante il tour, che è tanto semplice quanto suggestiva: quattro sedie d’antan, circondate da chitarre acustiche, percussioni, un piano e un basso elettrici, e alle spalle, a sovrastare i quattro artisti, una grossa corda che raffigura il cordone ombelicale.

La scaletta, naturalmente costruita sull’omonimo bellissimo disco live di recente produzione, è a suo modo coraggiosa, decidendo di tralasciare, per una volta, i successi mondiali di Caetano, quelli che ogni essere umano degno di questo nome deve aver ascoltato almeno una volta nella vita, ad eccezione praticamente della sola Leaozinho che – crediamo scherzando – Moreno confessa di aver appreso solo alla vigilia del tour (“del resto – celia il figlio maggiore, già famoso a capo del suo trio – credo che nemmeno papà conosca e ricordi tutte le sue canzoni”), e scegliendo brani che siano strettamente collegati all’occasione, composti dagli stessi rampolli o da questi ispirati nella fulgida mente del Maestro. Scorrono così capolavori, spesso dimenticati, che narrano le vicende di famiglia, come Baby, la giusta introduzione per questo progetto, Boas vindas, scritta in occasione della nascita di Zeca, la splendida Um canto de afoxé para o bloco do ilê, prima collaborazione tra Caetano e Moreno, Reconvexo, la dolcissima Todo homem di Zeca, A tua presença Morena, Um passo à frente, Força estranha, Alexandrino, con Tom, il più piccolo, perennemente scalzo, che si abbandona ad una danza travolgente, come più tardi faranno anche tutti gli altri, chi più chi meno impacciato, durante How beautiful could a being be, samba che Moreno ha scritto per il padre, sino alla chiusura con la magnifica A luz de tieta. Nel mezzo, assieme al commosso ricordo del mitico João Gilberto, recentemente scomparso, c’è un momento che, diventato quasi un appuntamento fisso, fa vibrare più velocemente i nostri cuori: “Vi abbiamo cantato il Brasile – dice Caetano – ma qui siamo in Puglia” e intona, accompagnato solo dalla sua chitarra, Nel blu dipinto di blu omaggiando uno dei più grandi figli della nostra terra, Domenico Modugno.
Ecco, fosse solo per questo momento, per questo rinnovato incommensurabile dono, non potremmo non definire indimenticabile questo nostro nuovo incontro con una reale leggenda vivente.

Pasquale Attolico

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