La regia di Joseph Franconi Lee e l’Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari vincono la sfida con la Tosca pucciniana.

Vi sarebbe un dramma che, se io fossi ancora in carriera, musicherei con tutta l’anima, ed è Tosca!” (Giuseppe Verdi)

Ogniqualvolta assisto ad una messa in scena della Tosca di Giacomo Puccini, non posso evitare di chiedermi chi possa esserne considerato il vero protagonista, mai riuscendo a trovare risposta al quesito, pur non restringendo la ricerca ai soli personaggi, ma allargandola ad ogni elemento che possa spiegare l’inesauribile successo di un’Opera che da 119 anni illumina la scena, fa vibrare i cuori, agita le coscienze, avvince ed emoziona sino alle lacrime. Non vi è dubbio che gran parte del merito debba essere ascritto all’incessante rinnovamento del linguaggio musicale di Puccini, il quale, preoccupato di rappresentare il più fedelmente possibile il dramma scritto da Victorien Sardou, rappresentato per la prima volta nel 1887 al Théatre de la Porte-Saint-Martin di Parigi con protagonista la divina Sarah Bernhardt, inaugurò il nuovo secolo mettendo la propria musica al servizio del libretto, realizzato – non senza difficoltà – dai fidi Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, con un metodo che, negli anni a venire, sarebbe di fatto divenuto la regola di ogni compositore, non ultimi quelli impegnati nella creazione di colonne sonore cinematografiche: “le novità di Tosca sono inseparabili dalle sue scoperte espressive: il primo tema di Scarpia, ossia quei tre accordi che aprono l’opera e, con alcune varianti, concludono sia il primo che il secondo atto, offrono un giro armonico certamente inedito; ma la forza inventiva di questo «inedito» è nell’additare un monstrum umano che nessuna musica aveva sinora guardato in faccia. E che il Novecento musicale guardò, invece, sempre più volentieri. Salomè, Elektra, Wozzeck: si dovrà ben trovare il coraggio, un giorno a l’altro, di nominare Tosca nella lista; cronologicamente verrebbe al primo posto”, ha giustamente osservato Fedele D’Amico, tratteggiando il lato oscuro di un personaggio tra i più crudeli scaturiti da penna insieme al Riccardo III shakespeariano, addirittura sovrapponibili nello spasmodico, perverso e maligno quanto passeggero desiderio dell’oggetto del piacere sessuale, perfetta parafrasi di quel potere fondato sulla tortura, sulla repressione e sulla violenza fisica, che con Tosca si fa anche psicologica malvagità, abiezione morale, sarcasmo e prepotenza.

E se è fuori di dubbio che Floria Tosca riproduca perfettamente l’eroina romantica, la donna forte e fragile allo stesso tempo, prorompente e determinata sul palco ma insicura e debole nella realtà, diva idolatrata dal pubblico e amante amata e gelosa nel privato, non si può non sottolineare che il suo compagno, il pittore Mario Cavaradossi, non sia solo immagine dell’uomo innamorato, ma si stagli, assieme allo sfortunato bonapartista fuggiasco Angelotti, come, a sua volta eroica, figura politica dell’opera, in cui arde la fiamma della Rivoluzione borghese, illusa e delusa dalla parentesi giacobina della Repubblica Romana che aveva sostituito lo Stato Pontificio nella Capitale tra il 1798 ed il 1799; la strenua quanto vana difesa dell’ideale politico di Mario nonché della fedeltà amorosa e della devozione religiosa di Tosca, vengono contrapposti da Puccini al male supremo ed imperante di Scarpia, dirigendoli tutti verso il punto estremo della loro parabola tragica che li condurrà alla morte.

E, su tutto, Roma, irrimediabilmente in mano ad un potere corrotto e spietato, senza umanità, alimentato e spesso supportato da credenze bigotte e servilismo becero, in quel soggiacere del popolo alle angherie dei suoi aguzzini; una rappresentazione, quella pucciniana, assolutamente indelebile nella sua originalità, perfetta al punto da aver sfidato i secoli, risultando ancor oggi quanto mai scomodamente attuale, cui deve essere riconosciuto il primato di aver colto il più autentico spirito romano e – perché no -, italico, e, soprattutto, di averlo saputo ferocemente criticare per voce del suo Cavaradossi, operazione coraggiosa che, con tutta probabilità, gli valse le contestazioni durante la prima assoluta del 14 gennaio 1900 tenutasi proprio a Roma sul palco del Teatro Costanzi.

Se l’iniziale quesito è destinato a restare senza responso, non ci si può qui sottrarre dall’indicare i punti di forza, i protagonisti dell’edizione della Tosca inserita nel cartellone dell’annuale Stagione della Fondazione del Teatro Petruzzelli, su allestimento scenico originario della Fondazione del Teatro Regio di Parma, che ha fatto registrare meritatissimi sold out per tutte le dieci recite in programma.
Chi, dunque? Non il Barone Scarpia di Carlos Almaguer che, seppur abbia partorito un secondo atto di pregevolissima fattura canora, ha la gravissima colpa di non aver retto il confronto con il famigerato “Te deum”, il finale del primo atto, universalmente riconosciuto come una delle pagine più sublimi ed entusiasmanti della musica di tutti i tempi. E nemmeno – spiace dirlo – la Tosca di Svetla Vassileva, che, al contrario, si fa trovare pronta all’impervia prova con il “Vissi d’arte, vissi d’amore”, regalandocene una versione davvero da brividi, mentre appare sopra le righe, tanto vocalmente quanto scenicamente, nel corso dell’intera rappresentazione, probabilmente a causa del suo arrivo all’ultimo minuto in sostituzione dell’annunciata Alex Penda. Esame invece superato a pieni voti ed annessa lode per Giuseppe Gipali, il quale ci offriva un Cavaradossi pulsante, vibrante, assolutamente convincente e coinvolgente, che rasentava e talvolta raggiungeva la perfezione, come nella celeberrima “E lucevan le stelle” e, forse ancor più, nella splendida “Recondita armonia” del primo atto; molto efficaci anche Andrea Comelli (Cesare Angelotti) e Giuseppe Esposito (il sagrestano).

Ma in un’ideale – e personalissima – classifica stilata la sera della prima di questa davvero strabiliante edizione, non è possibile non posizionare ex aequo sul gradino più alto due assolute eccellenze: la immaginifica, monumentale e visionaria regia di Joseph Franconi Lee, nata sullo sviluppo di un’idea di Alberto Fassini, che, con il determinante supporto delle luci di Roberto Venturi e, soprattutto, delle scene e dei costumi di William Orlandi che trasportavano il nostro Politeama in una gigantesca quanto suggestiva tela d’autore, dove era la prospettiva a farla da padrona, con la giusta inamovibile presenza di un’enorme scalinata, regalava al pubblico del Petruzzelli una visione mozzafiato, emotivamente appassionante ed appagante, trascinante al pari della superba performance, anch’essa da incorniciare, dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli, che, unitamente al Coro del Teatro ed al Coro di voci bianche “Vox Juvenes, rispettivamente affidati alla guida di Fabrizio Cassi ed Emanuela Aymone, probabilmente memore dell’edizione del 2016 sotto la guida del suo Direttore stabile Giampaolo Bisanti, rendeva al massimo, complice la bacchetta del Maestro Antonio Pirolli, la sublime musica del geniale compositore, concedendoci finalmente di vivere appieno le furenti passioni dei personaggi e di ‘sentirne’ tutto l’incontestabile pathos.

Pasquale Attolico

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