
Sotto la direzione di Sasha Yankevych, l’Orchestra del Petruzzelli, insieme al pianoforte di Alexandra Dovgan e alla voce del soprano Elena Villalón, ha dipinto uno straordinario affresco sonoro capace di evocare, attraverso visioni plastiche e cromatiche, emozioni che hanno attraversato ben due secoli di musica. Si è rivelato un affascinante esercizio di sinestesia, in cui la grande musica sinfonica si è fatta immagine, linea e colore.
La serata si è aperta nel segno di un dinamismo squisitamente visivo con lo Scherzo in re minore di Rachmaninov. La bacchetta di Yankevych ha mosso le file orchestrali con una rapidità quasi impressionista alla Monet. Le note si sono rincorse come macchie di luce sulla superficie dell’acqua, un preludio vibrante e cromatico che ha preparato l’atmosfera per il racconto in musica della serata.

L’atteso Concerto n. 1 di Čajkovskij ha introdotto sul palco Alexandra Dovgan. L’approccio della giovanissima pianista ha evocato immediatamente la forza materica e l’energia primordiale dei corpi in movimento di un quadro di Il’ja Repin, cifra che ha caratterizzato il suo approccio interpretativo al concerto del compositore russo. La Dovgan ha optato per i contrasti forti, prediligendo le pennellate drammatiche, i toni accesi, agiti con una pulizia del tocco straordinaria, nitida.

Proprio in questa encomiabile ricerca di nitidezza, tuttavia, a tratti è emersa la natura inevitabilmente acerba della sua pur cristallina sensibilità. Una sensibilità poetica splendidamente giovanile: geometricamente impeccabile, di piglio, ma non ancora contaminata dalle ombre e dalle complessità della piena maturità espressiva. Yankevych è stato magistrale nel sostenerla, riuscendo a ricucire momenti di impeccabile sintonia, tra pianoforte e orchestra, e leggere scollature.

La seconda parte del programma, dedicata alla Quarta Sinfonia di Mahler, ha trovato la sua perfetta controparte visiva in una sorta di surrealismo poetico alla Chagall. Il suono fluttuava sopra l’orchestra, sospendendo il tempo in un’atmosfera fiabesca e quasi irreale. L’ingresso di Elena Villalón nel quarto movimento è stata come l’apparizione dell’angelo chagalliano, che sorvola i tetti della sinfonia. La Villalón ha intonato “Das himmlische Leben” (La vita celeste) con la grazia magnetica di un angelo rinascimentale, fluttuando sulle campiture orchestrali con un legato perfetto. ll suo timbro vocale esprimeva una purezza geometrica e spirituale in cui la “vita celeste” veniva descritta in modo radioso. Le linee del suo canto fluttuavano leggere, lasciando nel pubblico la sensazione di aver contemplato un capolavoro visivo, prima ancora che musicale.
Il lungo e caloroso applauso del Petruzzelli ha salutato una serata d’arte intensa.
Alma Tigre
Foto di Clarissa Lapolla Photography