
Non esistono bambini, esistono persone. (Janusz Korczak)
Devo essere grata a Flavio Albanese. Perché mi ha restituito Pinocchio. Da bambina non amavo il burattino di Collodi. Anzi, per certi versi lo odiavo. Eppure, nello stesso tempo, lo ammiravo. Ammiravo il suo coraggio inconsapevole, la sua curiosità irrefrenabile, la capacità di gettarsi nelle avventure senza sapere cosa lo aspettasse dietro l’angolo. Da bambina ubbidiente e solitaria, seguire Pinocchio in tv mi ha sempre creato disagio. Quello che non riuscivo ad accettare era il mondo che lo circondava. Un mondo fatto di inganni, prepotenze, cattiverie, adulti pronti ad approfittarsi della sua ingenuità. Da bambina avrei voluto una favola rassicurante, popolata di personaggi buoni e giusti. Pinocchio, invece, mi costringeva a guardare una realtà che non mi piaceva, troppo vicina alle contraddizioni del mondo reale. Forse è per questo che, assistendo a Le avventure di Pinocchio raccontate da lui medesimo, portato in scena dalla Compagnia del Sole al Teatro Van Westerhout di Mola di Bari nell’anno del bicentenario della nascita di Carlo Collodi, ho provato un sentimento inatteso, fatto insieme di tenerezza e di sollievo. Tenerezza per quel burattino ostinato che continua a sbagliare e a rialzarsi. Sollievo per aver finalmente ritrovato, da adulta, una storia che da bambina mi aveva inquietata e che oggi riesco a leggere come un grande racconto sulla crescita, sulla fragilità e sulla possibilità di diventare, non migliori, ma più umani. Soprattutto un racconto sull’opportunità di sbagliare, come percorso propedeutico e necessario nel diventare adulti.

Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano. (Antoine de Saint-Exupéry)
È questo il cuore dell’originale omaggio che la Compagnia del Sole dedica a Collodi: non una celebrazione nostalgica, ma la riscoperta di un classico che continua a parlare al presente. Al centro della scena c’è Flavio Albanese. Più che interpretare Pinocchio, Albanese sembra diventarlo. Racconta la storia come se Pinocchio fosse lui stesso, ma senza rinunciare a incarnare tutte le figure che ne segnano il destino. Albanese passa con sorprendente naturalezza da Geppetto alla Fatina, dal Grillo Parlante al Gatto e la Volpe, da Mangiafuoco all’Omino di Burro, fino al Domatore e al Pappagallo. Ogni personaggio prende forma attraverso una voce, uno sguardo, un gesto. È un continuo gioco teatrale che affascina e diverte, ma che soprattutto restituisce la sensazione di assistere a un viaggio dell’anima, popolato di incontri decisivi, come accade in ogni autentico percorso di crescita. L’ironia è una delle cifre più riuscite dello spettacolo. Albanese si diverte e spesso sembra divertirsi delle stesse battute che racconta, trascinando la platea in un susseguirsi di risate spontanee. Lo spettacolo si muove continuamente tra il poetico e il divertente, riuscendo a parlare a pubblici diversi senza perdere profondità. Eppure, non si tratta propriamente di uno spettacolo per bambini. O meglio, non solo. Dietro la leggerezza emergono riferimenti alla realtà contemporanea, alle tensioni sociali e politiche del nostro tempo, alle fragilità di una società che spesso continua a inseguire illusioni e facili promesse proprio come fa il protagonista della fiaba.

Tutti gli usi della parola a tutti: mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo. (Gianni Rodari)
Ad accompagnare la narrazione sono stati i giovani musicisti dell’AYSO Young Soloists: Noemi Cofano al pianoforte, Christian Pio Nese al flauto, Vincenzo Tursi al violino, Gabriele Ruggiero al contrabbasso e Danilo Pontrelli alle percussioni. Le loro esecuzioni hanno dato vita alla celebre colonna sonora composta da Fiorenzo Carpi per l’indimenticabile sceneggiato televisivo di Luigi Comencini, creando un dialogo continuo tra musica e parola. Riduttivo, però, definirli semplici accompagnatori. I musicisti erano parte integrante della narrazione. Seguivano Albanese con gli sguardi, i sorrisi e le reazioni, lasciandosi coinvolgere completamente dall’ironia del racconto. La pianista sorrideva divertita alle situazioni create in scena; il flauto sembrava talvolta rispondere alle battute con leggerezza e malizia; il contrabbasso aggiungeva una nota ironica e quasi complice nei momenti più divertenti. Anche quando non pronunciavano una parola, partecipavano attivamente alla costruzione dell’atmosfera, condividendo con il pubblico risate, stupore e tenerezza. Proprio questa sintonia tra attore e musicisti ha reso lo spettacolo particolarmente vivo. Le celebri melodie di Fiorenzo Carpi non accompagnavano semplicemente la storia: ne diventavano parte, intrecciandosi ai gesti, alle pause e alle emozioni di un Pinocchio che prendeva forma davanti agli occhi degli spettatori. Quelle musiche, custodite nel ricordo di intere generazioni, non hanno rappresentato un semplice accompagnamento, ma una presenza costante e significativa, capace di amplificare tanto i momenti più comici quanto quelli più intensi e poetici.

l bambino è insieme una speranza e una promessa per l’umanità. (Maria Montessori)
Ed è proprio la dimensione poetica a costituire il nucleo più autentico dello spettacolo. Perché il centro della storia non è la trasformazione finale del burattino in bambino, ma il lungo e accidentato percorso che conduce a quella conquista. Pinocchio sbaglia continuamente. Si lascia ingannare, rincorre promesse seducenti, prende decisioni sbagliate, cade e si rialza. Ma proprio nello sbaglio trova la possibilità di crescere. Lo spettacolo coglie con particolare sensibilità questo aspetto fondamentale dell’opera di Collodi: l’errore non come colpa da espiare, ma come esperienza necessaria alla formazione di una persona. Non si cresce evitando ogni caduta. Si cresce imparando da ciò che non ha funzionato, trovando il coraggio di ricominciare. In un’epoca che esalta il successo immediato e la perfezione, il messaggio di Pinocchio appare sorprendentemente moderno. Eppure, mentre si ride delle disavventure del burattino, è difficile non pensare anche al mondo che ci circonda. Il desiderio ostinato di Pinocchio di diventare bambino assume oggi un significato ulteriore. Viviamo in un tempo attraversato da guerre e violenze che, a troppi bambini, negano proprio ciò che Pinocchio desidera conquistare: il diritto all’infanzia. Bambini privati della serenità, del gioco, della scuola, della possibilità di sognare il futuro e persino della libertà di sbagliare, imparare e crescere. Guardando il percorso del burattino, viene spontaneo pensare che la sua ricerca non sia soltanto quella di una trasformazione. Pinocchio cerca il diritto di essere bambino fino in fondo. È forse questa la ragione per cui, a oltre un secolo dalla sua nascita, il personaggio di Collodi continua a parlarci. Perché racconta una verità semplice e universale: diventare umani significa attraversare gli errori senza esserne definiti. Tra risate, musica e momenti di autentica poesia, la Compagnia del Sole offre così un omaggio riuscito a Carlo Collodi nel bicentenario della sua nascita. Uno spettacolo capace di divertire, commuovere e far riflettere senza mai rinunciare alla leggerezza. Al termine della rappresentazione, gli applausi hanno salutato non soltanto una brillante prova teatrale, ma una storia che continua a interrogarci. Perché la vera magia di Pinocchio non sta nel momento in cui il burattino diventa bambino. Sta nel viaggio che lo conduce fin lì. Nelle cadute, negli errori, nei tentativi, nelle ripartenze. In fondo, è proprio questo che da adulta ho finalmente imparato ad amare di lui: quel coraggio inconsapevole che da bambina ammiravo senza comprenderlo fino in fondo. Il coraggio di continuare a cercare la propria strada in un mondo imperfetto, senza smettere di credere che sia possibile diventare, giorno dopo giorno, un po’ più umani.
Come ero buffo quando ero un burattino! E come ora son contento di esser diventato un ragazzino perbene! (Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio).
Maurizia Limongelli
Foto di Raffaele Lazazzera
dalla pagina Facebook della Compagnia