L’Odissea di chi resta: “Circe, una dea contemporanea” trascina il pubblico e Ilaria Drago in infinite metamorfosi per ‘Il Peso della Farfalla 2026’

Questa tarda estate, l’Odissea di Nolan ha comportato un nuovo giro dell’eterno ritorno di Ulisse, costretto a recuperare la memoria di un viaggio terribile e doloroso come quello che lo riporta a Itaca. Una narrazione che passa essenzialmente attraverso le donne che hanno popolato l’Odissea. Un ruolo estremamente carismatico è quello di Circe. Anche per chi ha imparato l’Odissea da una donna, com’è successo a me, che ho studiato la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Circe è una specie di maliarda che attira gli uomini a sé e li tramuta in maiali. Così, perché le va. Poi cresci, e di base capisci come mai Circe lo faceva, anzi, segretamente, e neppure tanto, la speranza era che si aprisse un franchising in ogni città. Anzi, essendo che Circe ha dato il nome della tradizione al promontorio del Circeo, ci siamo chieste più volte dove fosse finita mentre le povere Donatella Colasanti e Rosaria Lopez venivano seviziate a scopo di ucciderle. Da adulte, finalmente, ci spieghiamo tante cose, che c’entrano con i maschi, ma soprattutto con una serie di dinamiche che essi conservano e perpetrano.

Su tali dinamiche, la fiorentina e bravissima Ilaria Drago ha scritto e interpreta la sua “Circe, una dea contemporanea”, spettacolo che ha il compito di avviare il secondo capitolo della dodicesima edizione de Il Peso della Farfalla, rassegna teatrale curata da Punti Cospicui nella persona della sua direttrice artistica Clarissa Veronico. La rassegna non è un semplice cartellone di teatro off, ma è il frutto di un impegno costante nel non scendere a compromessi di posti facili da immaginare come teatri o di spettacoli orecchiabili, pur in uno scenario in cui ci sembra socialmente e moralmente accettabile che le istituzioni definanzino progressivamente le produzioni culturali per darsi a quelle di armi. Una trasformazione dei bilanci pubblici che è solo una delle tante trasformazioni, belle e brutte, cui Clarissa Veronico intende rivolgere la sua preghiera laica prima dello spettacolo. E proprio riflettere sugli inutili bellicismi in cui siamo stati trascinati nostro malgrado vale già il prezzo del biglietto di questo spettacolo.

Circe dapprima ci invita a unirci a lei, sull’isola di Elea, vestita nel modo in cui la narrazione patriarcale ce l’ha sempre restituita: un vestito procace, due ali di Iside piene di lucine, una parte da apparente svampita (impossibile non riconoscere un tributo a Anna Marchesini). Poi, però, iniziano le numerose metamorfosi, in cui Circe è sia antropomorfa che zoomorfa, bei simboli, nelle sembianze, nelle movenze, nei costumi, nella voce. La sua voce modula galline e canti marini, i costumi valicano secoli di storia e mille identità di genere, le movenze e le sembianze evocano il mito omerico senza toni revisionisti o apologetici, il simbolo del maiale, abbinato invariabilmente alla guerra, entra qui e lì nel racconto. Il simbolo più potente, però, è un ramo, apparentemente abbandonato al centro della spiaggia scenografata nella chiesa di San Gaetano, sbiancato dal mare.

Nel momento in cui Circe solleva il ramo come se fosse una Pietà decostruita, è impossibile che la mente non torni alla spiaggia dello steccato di Cutro, o a quella di Bodrum dove il piccolo Alan Kurdi si è addormentato per sempre. Il ramo diventa dunque una culla, spinta da una ninna nanna sarda, ed è tutto chiaro. La contemporaneità di Circe avrebbe sicuramente tramutato un bambino o un naufrago in una creatura marina, o in un cigno dal candido piumaggio, che è ciò che accade al ramo. Nel suo piccolo, la Dea bianca, la maga stigmatizzata da interpretazioni reazionarie del mito che la derubricano a una fattucchiera particolarmente talentuosa, prova a salvare il mondo dalla furia maschia, bellicista, coloniale. Circe diventa la celebrazione di colei che prova a cambiare il mondo dal posto in cui si trova, con i mezzi, ancorché potentissimi, a sua disposizione. Non ricerca la gloria: la attrae sulla spiaggia di Elea, tramuta anch’essa in un porco sentimento, lo stesso che tende a fare diventare maiali tutte le persone che per ottenere la gloria si nutrono di qualsiasi cosa.

Questo è il segreto di Circe, che per diventare quello che è non ha dovuto compiere grandi gesta, né incredibili traversate: la sua giustizia trasforma ciò che siamo in ciò che di noi si vede, perché un mondo senza infingimenti e ipocrisie forse è più bello da vivere, o forse no. Di fatti, se fosse così bello avere le fattezze giuste per noi, Circe sarebbe diventata una specie di star dei miracoli, invece essere noi stessi, non ci fa un po’ paura?

Beatrice Zippo
Foto di Antonio Ficai

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