“Il Professore e l’Architetto”: il dialogo tra Danilo Dolci e Tommaso Fiore torna a parlare al presente grazie alla pubblicazione curata da Giuseppe D’Ambrosio

Lo confesso. Entrando nell’auditorium dell’IISS “Tommaso Fiore” di Modugno, la città che da alcuni anni considero casa mia, pensavo di assistere alla presentazione di un libro: ne sono uscita con molto di più. Il volume Il Professore e l’Architetto, curato da Giuseppe D’Ambrosio e pubblicato dalla casa editrice napoletana Dante & Descartes, si è trasformato infatti in un viaggio dentro una stagione della storia italiana che continua a interrogare il presente. L’iniziativa, promossa dalla dirigente scolastica Sara Giannetto per celebrare la figura di Tommaso Fiore, al quale è intitolato l’istituto, si è rivelata un’occasione preziosa per riscoprire due protagonisti della storia culturale e civile del Novecento e per offrire agli studenti una riflessione sul valore dell’impegno, della partecipazione e della responsabilità sociale.

Dopo i saluti della dirigente scolastica e del rappresentante dell’amministrazione comunale, l’incontro è stato moderato dal professor Giancarlo Visitilli, che ha ricordato un’altra significativa iniziativa dedicata a Danilo Dolci. Per me fu una sorta di battesimo culturale: lo spettacolo Digiunando di fronte al mare, scritto e interpretato da Giuseppe Semeraro, che mi fece conoscere per la prima volta la figura del sociologo e attivista siciliano. Di quello spettacolo, che mi colpì profondamente per la capacità di restituire l’umanità e l’impegno civile di Dolci, ebbi anche modo di scrivere un articolo (https://www.ciranopost.com/2024/07/19/ciascuno-cresce-solo-se-sognato-la-grande-lezione-di-danilo-dolci-incanta-il-pubblico-del-driffest-2024-grazie-alla-piece-digiunando-davanti-al-mare-con-la-regia-di-fabrizio-saccomando/), scoprendo attraverso il teatro una storia che oggi, grazie alla lettura del carteggio con Tommaso Fiore, si arricchisce di nuove sfumature e significati. Fino a quel momento avevo tra le mani un libro. Ascoltando i relatori, però, quelle pagine hanno cominciato a riempirsi di volti, voci e storie; Tommaso Fiore e Danilo Dolci, per qualche ora, sono tornati a sedersi tra noi, attraverso le parole di chi ne custodisce oggi la memoria. Gli studenti hanno potuto incontrare due protagonisti di una stagione straordinaria dell’impegno civile italiano, scoprendo quanto quelle vicende continuino a parlare al presente.

Tra gli interventi più coinvolgenti, quello di Amico Dolci, figlio di Danilo, che ha restituito un’immagine profondamente umana del padre. Non solo il sociologo, l’educatore o l’attivista, ma l’uomo che scelse di condividere la vita delle persone più fragili per comprenderne davvero le difficoltà. Nel suo racconto sono emersi i valori che hanno guidato l’intera esperienza di Danilo Dolci: l’ascolto, la partecipazione, la cooperazione e la convinzione che la conoscenza della realtà debba sempre nascere dall’incontro diretto con chi la vive. Dalle sue parole ha preso forma il ritratto di una persona che ha trasformato l’educazione e l’impegno civile in strumenti concreti di emancipazione e riscatto sociale, una presenza ancora viva, capace di parlare ai giovani attraverso la coerenza delle proprie scelte.

Il curatore del volume, Giuseppe D’Ambrosio, docente in pensione e profondo conoscitore della storia meridionalista, ha evidenziato la straordinaria statura culturale e morale dei due protagonisti. Le lettere raccolte nel libro testimoniano un dialogo intenso tra uomini che vedevano nella cultura uno strumento di emancipazione e di giustizia sociale. Ascoltando il racconto di quegli anni, è stato inevitabile ripensare a una stagione straordinaria della vita culturale italiana, animata da personalità che consideravano la conoscenza e la partecipazione civile elementi essenziali per la crescita democratica del Paese. Un’epoca in cui figure come Piero Calamandrei, Pier Paolo Pasolini, Aldo Capitini, Adriano Olivetti e Norberto Bobbio contribuivano ad alimentare un dibattito civile e culturale di altissimo livello.

Se Amico Dolci ci ha fatto incontrare l’uomo, e Giuseppe D’Ambrosio l’intellettuale, è stato Giuseppe Barone, saggista del Centro “Danilo Dolci”, a trasformare l’incontro in qualcosa di diverso da una semplice presentazione. Tutto è partito dalle domande dei ragazzi. Domande semplici solo in apparenza: che cosa si può fare concretamente in un mondo segnato dalla violenza, dalla prevaricazione e dall’indifferenza? E che cosa significa davvero la maieutica di Danilo Dolci? Nelle sue risposte, Barone ha scelto di raccontare storie, applicando il metodo di Danilo Dolci: in piedi tra gli studenti, guardandoli negli occhi. Episodi capaci di mostrare come le idee di Dolci siano nate dall’incontro diretto con la realtà e con le persone. Il suo racconto ha letteralmente catturato l’attenzione degli studenti quando ha ricordato il 14 ottobre 1952: quel giorno, davanti alla morte del piccolo Benedetto Barretta, un bambino di appena cinque mesi, vittima delle condizioni di miseria in cui vivevano molte famiglie di Trappeto, Dolci decise di iniziare il suo primo digiuno. Non una forma di protesta spettacolare, ma un gesto di condivisione e responsabilità che voleva dare voce a chi voce non aveva. Guardando gli studenti ascoltare in silenzio, ho avuto la sensazione che quelle domande non riguardassero soltanto il passato, ma il loro presente e, in fondo, anche il nostro. Ancora più significativa è stata la storia di un contadino della zona che, forte di una conoscenza maturata non sui libri ma nell’osservazione quotidiana della propria terra, suggerì una soluzione semplice a uno dei problemi che affliggevano quel territorio: la mancanza d’acqua durante la stagione secca. L’uomo propose di raccogliere e conservare l’acqua delle piogge attraverso la realizzazione di un bacino artificiale. Danilo Dolci comprese immediatamente il valore di quell’intuizione. In quel suggerimento non vide soltanto una risposta tecnica a un problema concreto, ma la dimostrazione pratica di ciò che intendeva per maieutica: la convinzione che la conoscenza non debba essere trasmessa soltanto dall’alto verso il basso, ma possa emergere attraverso il dialogo e l’ascolto delle persone direttamente coinvolte nei problemi. Era una lezione che avrebbe accompagnato l’intera sua esperienza: lo sviluppo non nasce dall’imposizione di soluzioni esterne, ma dalla valorizzazione dei saperi custoditi nelle comunità. Confesso che questo è stato il momento che più mi ha colpito dell’intera esperienza, forse perché in quella storia ho riconosciuto qualcosa che tendiamo a dimenticare: la conoscenza non abita soltanto nelle università, nei libri o nelle istituzioni, ma a volte nasce dall’osservazione paziente di chi vive ogni giorno una terra e ne conosce problemi e possibilità meglio di chiunque altro. Dolci comprese ciò che troppo spesso dimentichiamo: che le persone non sono soltanto portatrici di bisogni, ma anche custodi di conoscenze. Mentre Giuseppe Barone parlava, ho ripensato più volte a Digiunando di fronte al mare di Giuseppe Semeraro; ascoltando, a distanza di anni, questi racconti, ho avuto la sensazione di attraversare davvero l’esistenza di Dolci. È stato come ritrovare un volto conosciuto anni prima e scoprirne finalmente la profondità della storia. Le emozioni suscitate allora dal teatro hanno trovato improvvisamente un contesto storico e umano ancora più ampio.

Le parole di Giuseppe Barone hanno dato una profondità nuova a quel ricordo. Il Danilo Dolci raccontato sulla scena e quello restituito dalla sua testimonianza coincidevano perfettamente: un uomo convinto che nelle parole di un pescatore, di un contadino o di un disoccupato potesse nascondersi una chiave per comprendere e trasformare la realtà. In questa prospettiva acquista un significato ancora più profondo lo “sciopero alla rovescia” del 1956, uno degli episodi centrali dell’esperienza di Dolci e dello stesso spettacolo di Semeraro. Disoccupati e contadini decisero di intervenire direttamente su una strada pubblica abbandonata, trasformando un bisogno collettivo in azione concreta. Per quell’iniziativa Dolci e alcuni partecipanti furono arrestati, ma il processo che ne seguì, grazie anche alla difesa di Piero Calamandrei, trasformò una vicenda locale in una riflessione nazionale sulla dignità del lavoro, sui diritti dei cittadini e sul rapporto tra istituzioni e comunità. Come il digiuno iniziato a Trappeto, anche lo sciopero alla rovescia nasceva dalla stessa convinzione: i problemi non si affrontano parlando al posto delle persone, ma camminando al loro fianco e costruendo insieme le risposte. Anche per questo motivo il carteggio tra Tommaso Fiore e Danilo Dolci appare oggi sorprendentemente attuale. Nelle loro lettere ritroviamo questioni che continuano a riguardarci: il ruolo della scuola, il rapporto tra cittadini e istituzioni, le disuguaglianze sociali, il destino del Mezzogiorno e la necessità di una partecipazione consapevole alla vita democratica. Il merito del lavoro di Giuseppe D’Ambrosio è quello di aver restituito ai lettori non soltanto un prezioso documento storico, ma una conversazione ancora viva. Le lettere non appaiono come semplici reperti del passato, bensì come strumenti capaci di dialogare con il presente e di suggerire prospettive per il futuro.

Quando l’incontro è terminato e gli studenti hanno lasciato lentamente l’auditorium, mi sono accorta che non portavo con me soltanto la voglia di leggere o rileggere le lettere tra Tommaso Fiore e Danilo Dolci. Portavo soprattutto una domanda che continuava a risuonarmi dentro: siamo ancora capaci di ascoltare davvero? In questi giorni il Mezzogiorno torna a essere attraversato da proteste, da lavoratori che chiedono semplicemente di poter continuare a svolgere il proprio mestiere, da famiglie che vedono aumentare le difficoltà quotidiane. La lezione di Danilo Dolci appare allora meno distante di quanto si potrebbe immaginare. Non perché offre soluzioni immediate, ma perché invita a partire dal luogo in cui ogni cambiamento autentico ha inizio: l’ascolto. Danilo Dolci scelse la strada della nonviolenza, della presenza nei territori e della partecipazione dal basso. Decise di vivere accanto alle persone che incontrava, condividendone problemi e speranze, convinto che nessun cambiamento potesse nascere senza una conoscenza diretta della realtà. La sua lezione continua a ricordarci che dietro ogni protesta ci sono volti, famiglie, storie e, molto spesso, la fatica quotidiana di chi lavora e tuttavia rischia di non arrivare alla fine del mese.

Forse è anche per questo che le pagine del carteggio tra Tommaso Fiore e Danilo Dolci conservano una forza straordinaria. Non parlano soltanto del passato, ma ci invitano a guardare il presente con maggiore attenzione, a comprendere le ragioni del disagio prima di giudicarlo e a considerare il dialogo come il primo passo per affrontare problemi che continuano a riguardarci. Il professore e l’architetto non racconta soltanto l’amicizia e il confronto tra due grandi protagonisti del Novecento. Racconta un modo di intendere la cultura come responsabilità, l’educazione come strumento di emancipazione e il dialogo come premessa indispensabile di ogni autentico cambiamento sociale. È questa l’eredità più preziosa che ha consegnato agli studenti dell’IISS “Tommaso Fiore” e, in fondo, anche a me: la consapevolezza che la cultura non serve a osservare il mondo da lontano, ma a entrarci dentro. Perché le domande più importanti continuano a nascere lì dove qualcuno trova il coraggio di fermarsi, fare silenzio e ascoltare gli altri.

Maurizia Limongelli

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