Colligo Festival 2026 a Gravina: da Kyoto a Nico Arezzo, passando per Rareș e Populous, la musica corre tra talento e nuove promesse dell’indie italiano, ma l’organizzazione mostra ancora incertezze tra ritardi e problemi tecnici

Ci sono festival che nascono nelle grandi città, con budget importanti e nomi già affermati. E poi ci sono quelli che provano a costruire qualcosa partendo dalla provincia, dove organizzare eventi musicali di un certo livello è spesso molto più complicato. Il Colligo Festival appartiene a questa seconda categoria e, già soltanto per questo, merita attenzione.

Venerdì 10 ottobre, a Gravina in Puglia, è andata in scena la prima serata di un’edizione che ha scelto di puntare su alcuni dei nomi più interessanti della nuova scena alternativa italiana. Kyoto, Nico Arezzo, Rareș e Populous: quattro progetti molto diversi, ma capaci di raccontare alcune delle direzioni che sta prendendo la musica indipendente contemporanea.

Quest’anno il festival si svolge nell’ex cinema Sidion, una location interessante anche per il suo valore simbolico. Restituire uno spazio alla musica dal vivo è sempre una bella notizia, soprattutto in una regione come la Puglia, dove troppo spesso le proposte più coraggiose finiscono per concentrarsi nei soliti luoghi.

Le premesse, insomma, sono ottime. Peccato che tra le premesse e quello che succederà durante la serata ci sia una certa distanza.

Una birra calda e il tempo che non passa

Il programma pubblicato sulle pagine social del festival è piuttosto chiaro: Kyoto alle 20, Nico Arezzo alle 21:15, Rareș alle 23 e Populous a chiudere con il suo DJ set dalle 00:15. Spoiler: gli orari rimarranno sostanzialmente un’indicazione teorica. Arrivo intorno alle 20:30, convinto di trovare Kyoto già sul palco. Invece non è ancora cominciato nulla. Poco male. Chi frequenta i festival sa benissimo che possono esserci imprevisti, problemi tecnici e ritardi. Fa parte del gioco. Decido quindi di ingannare l’attesa prendendo una birra. Sei euro. Per una lattina di una nota marca barese, peraltro calda, versata in un bicchiere da 0,25 litri che non ne contiene nemmeno tutti i 33 centilitri. Ora, non vorrei trasformare una recensione musicale in una battaglia sul prezzo della birra, ma una considerazione mi sembra necessaria.

Il Colligo si rivolge soprattutto a un pubblico giovane. E chiedere sei euro per una semplice birra in lattina, senza nemmeno garantire che sia fresca e servita interamente, mi sembra una scelta quantomeno discutibile. Non è tanto una questione di prezzo in assoluto. Se pago sei euro, vorrei almeno avere un prodotto che li valga. Ma torniamo alla musica, che fortunatamente avrà parecchio da offrire.

Kyoto: elettronica, rabbia e qualche problema di troppo

Sono circa le 21 quando finalmente comincia il primo concerto. Sul palco arriva Kyoto, cantautrice barese che ha costruito un linguaggio personale attraverso elettronica, sperimentazione e una scrittura spesso attraversata da tensioni politiche e sociali.

Il suo set è interessante, a tratti spigoloso, lontano dalle forme più rassicuranti del pop contemporaneo. Le strutture elettroniche accompagnano una voce che non sembra voler cercare necessariamente la melodia facile, ma piuttosto dare forma a un’inquietudine. C’è rabbia nella sua musica. E si sente.

Purtroppo, però, l’esibizione è continuamente disturbata da problemi tecnici, presenti già dall’inizio e poi ricomparsi durante il concerto. Una situazione che inevitabilmente compromette parte dell’esperienza, soprattutto quando si ha a che fare con un progetto in cui il lavoro sui suoni è così importante. Kyoto, comunque, riesce a portare a casa una buona performance, dimostrando personalità e una direzione artistica ben definita.

Durante il cambio palco arriva un DJ set house che, personalmente, trovo piuttosto fuori contesto. Non tanto per la qualità della musica, quanto per la scarsa coerenza con il resto della line-up. Sembra quasi una parentesi inserita per riempire il tempo, senza una particolare attenzione al percorso musicale della serata. E di tempo, nel frattempo, ne è passato parecchio.

Nico Arezzo: il groove ha trovato un nuovo protagonista

Quando finalmente arriva Nico Arezzo, il ritardo rispetto al programma è ormai vicino all’ora e mezza. L’ex cinema Sidion è pienissimo. Forse anche troppo. La sala è soffocante, l’aria circola poco e la sensazione è che il numero di persone presenti sia eccessivo rispetto al comfort che lo spazio può garantire. Non posso giudicare la capienza autorizzata, ma da spettatore la situazione è tutt’altro che piacevole.

Poi, però, comincia il concerto. E per un po’ tutto il resto passa in secondo piano. Nico Arezzo è probabilmente la mia rivelazione musicale del 2026. Il cantautore siciliano, classe 1998, sembra possedere molte delle qualità che oggi cercherei in un artista capace di rinnovare la canzone italiana senza rinunciare alla sua immediatezza. C’è il funk. C’è il groove. C’è una scrittura che racconta sentimenti, relazioni, insicurezze e situazioni quotidiane senza diventare eccessivamente autoreferenziale. Ma soprattutto c’è una band fenomenale.

La chimica tra i musicisti è impressionante. Si percepisce quella complicità che trasforma una buona esecuzione in un concerto vero, dove ogni strumento sembra dialogare continuamente con gli altri. Il basso spinge, la batteria incastra ritmiche serrate, le chitarre si muovono con grande naturalezza tra funk e pop. E Nico, davanti, tiene tutto insieme con una presenza scenica spontanea e convincente. È musica che ti fa ballare senza chiederti il permesso. E contemporaneamente ti racconta qualcosa.

Il suo ultimo lavoro, Non c’è fretta, rappresenta un passaggio importante nella sua crescita artistica, anche grazie alle collaborazioni con nomi come Anna Castiglia, Ainé e Lauryn. Ma il concerto non vive soltanto del materiale più recente. Quando arrivano pezzi come “Teste di nicchia”, “Fossi nato gemelli” e “Tutto va come viene”, la sala diventa praticamente una discoteca. La gente canta a squarciagola. Balla. Salta. E la cosa più interessante è che tutto questo succede con canzoni che conservano una forte identità cantautorale.

È forse qui il vero punto di forza di Nico Arezzo: riuscire a tenere insieme scrittura e fisicità, melodie e ritmo, senza sacrificare nessuno dei due elementi. A Gravina si conclude anche il tour iniziato a marzo, e il risultato sembra quello di un artista che ha trovato una dimensione live particolarmente efficace. Se dovessi scommettere su uno dei nomi destinati a crescere maggiormente nei prossimi anni, il suo sarebbe sicuramente tra i primi.

Rareș: la semplicità che arriva dritta allo stomaco

Sono circa le 23:45 quando finisce Nico Arezzo. E finalmente arriva il momento di Rareș. La sensazione è che buona parte del pubblico sia venuta principalmente per lui. L’attesa è evidente, così come l’entusiasmo che accompagna il suo ingresso.

Il cantautore di origini rumene ha vissuto un anno di crescita impressionante. Dopo i primi lavori rimasti relativamente lontani dai grandi riflettori, SINCERO ha rappresentato una vera svolta, portandolo al centro dell’attenzione della nuova scena indie italiana. Il concerto segue inizialmente l’ordine dell’album. E bastano pochi brani per capire perché queste canzoni abbiano funzionato così bene.

La scrittura di Rareș è estremamente semplice. Ma attenzione: semplice non significa necessariamente banale. Anzi, spesso è proprio questa immediatezza a renderla efficace. I suoi testi parlano di sentimenti e fragilità con un linguaggio diretto, quasi disarmante, senza cercare continuamente metafore elaborate o costruzioni particolarmente sofisticate.

“Giorni di sole”, “Gatti”, “Robina”. Sono canzoni che arrivano facilmente, che sembrano quasi già familiari al primo ascolto. E il pubblico lo dimostra cantando ogni parola a un volume impressionante. Una delle cose che mi colpiscono maggiormente è la voce di Rareș. Ha un timbro originale, immediatamente riconoscibile, e una capacità interpretativa che riesce a dare profondità anche alle frasi più semplici. Tra i momenti migliori della serata metterei sicuramente “Strappacuore”, eseguita al pianoforte. Qui, senza troppi artifici, emerge tutta la sua sensibilità. Un’esecuzione davvero toccante. Non tutto, però, mi convince allo stesso modo.

Una delle caratteristiche più interessanti di SINCERO è l’importanza degli arrangiamenti di fiati, che contribuiscono in maniera decisiva all’identità sonora del disco. Dal vivo, invece, non ci sono musicisti a suonarli. Le parti vengono affidate alle sequenze. Ed è un peccato. Perché proprio quelle trombe e quelle sonorità avrebbero potuto dare al concerto una dimensione molto più organica, aggiungendo dinamica e imprevedibilità a brani che, in alcuni momenti, tendono già ad assomigliarsi parecchio. Non è un difetto sufficiente a compromettere l’esibizione, ma è una scelta che personalmente mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Soprattutto perché le canzoni meritavano qualcosa in più.

Il concerto non è lunghissimo e si conclude con il brano realizzato insieme a Faccianuvola, un altro momento emotivamente intenso che il pubblico accoglie con grande partecipazione. Rareș conferma di essere un artista con una scrittura efficace e una voce notevole. La sfida, adesso, sarà capire come far evolvere questo linguaggio senza perdere quella spontaneità che lo ha reso così riconoscibile.

Populous e le ultime energie rimaste

A chiudere la serata arriva Populous, uno dei produttori elettronici italiani più interessanti e riconoscibili, capace negli anni di costruire un universo musicale fatto di contaminazioni, ritmiche globali e suggestioni da club. Il suo DJ set è interessante e avrebbe meritato sicuramente un contesto migliore. Il problema, però, è che ormai è tardissimo. Dopo ore trascorse in una sala pienissima, con poca aria e una temperatura sempre più difficile da sopportare, godersi fino in fondo un set elettronico diventa complicato. Ed è un vero peccato, perché un artista come Populous avrebbe potuto rappresentare una chiusura perfetta per una serata così ricca di proposte differenti. Invece si arriva all’ultimo appuntamento con la sensazione di aver già consumato gran parte delle energie, non soltanto per i concerti ma anche per tutto quello che li ha circondati.

Il talento c’è. Ora serve il festival.

Uscendo dall’ex cinema Sidion mi porto dietro due sensazioni piuttosto diverse.

La prima è estremamente positiva. Il Colligo Festival ha costruito una line-up davvero interessante, dimostrando di saper intercettare alcuni dei nomi più promettenti della nuova musica italiana. Nico Arezzo e Rareș, in particolare, rappresentano due modi differenti ma altrettanto efficaci di interpretare il cantautorato contemporaneo. Da una parte il groove, la band, la fisicità. Dall’altra la delicatezza, la scrittura diretta, l’emotività. Due progetti che, personalmente, continuerò a seguire con grande interesse.

La seconda sensazione riguarda invece l’organizzazione. I ritardi, i problemi tecnici, il servizio bar, la gestione degli spazi e soprattutto la logistica interna hanno reso la serata più complicata di quanto avrebbe dovuto essere. A un certo punto, uscire dalla sala e provare a rientrare sembrava quasi un’esperienza ispirata alle scale di Hogwarts: il percorso cambiava continuamente e non era mai chiarissimo da dove bisognasse passare. Una confusione che, sommata al sovraffollamento percepito e alla scarsa ventilazione, ha finito per pesare sull’esperienza complessiva. E dispiace, soprattutto perché il potenziale è evidente.

La Puglia ha bisogno di festival come il Colligo. Ha bisogno di iniziative che partano dalla provincia, che diano spazio alla musica emergente e che abbiano il coraggio di proporre artisti prima che diventino nomi da grandi palchi. Ma proprio perché il progetto è interessante, credo sia giusto essere esigenti. Un festival non è soltanto la somma dei concerti che propone. È anche il modo in cui permette al pubblico di viverli.

E venerdì sera, a Gravina, la musica è stata decisamente migliore dell’esperienza organizzativa. Con qualche accorgimento in più, il Colligo potrebbe diventare un appuntamento capace di competere con altre realtà pugliesi ben più consolidate. Gli artisti, almeno per questa prima serata, hanno già fatto la loro parte. Adesso tocca al festival stare al passo.

Claudio Ladisa
Foto di Claudio Ladisa

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