Una lunga galleria degli orrori. L’oscena passione USA per la pena capitale.

Mi sono deciso a scrivere queste righe, riordinando pensieri dell’ultima settimana, dopo aver appreso che Christa Pike, la condannata a morte sopravvissuta a due iniezioni letali, ha ripreso conoscenza in un ospedale di Nashville.
Lo stato del Tennessee, dunque, dopo aver cercato maldestramente di ucciderla con una “procedura” di un’ora e sette aghi nelle braccia (uno era stato estratto piegato, come riferito dai suoi avvocati), è riuscito a salvarla e adesso la sta pure curando dai postumi delle “infusioni”. Il sollievo misto a pietà per questa donna, pur macchiatasi di un crimine orrendo, è però durato decisamente poco, giusto il tempo di dare uno sguardo al dibattito sviluppatosi sui media americani. Che non contempla affatto sospetti sulla disumanità e sulla totale inutilità a fini preventivi della pena capitale, ma piuttosto si arrovella sull’adesione ai protocolli e sull’efficacia dei metodi. Questi ultimi, in particolare, devono rispettare un preciso requisito: essere asettici, ipoteticamente poco dolorosi e tali da non impressionare l’americano medio. Che, a giudicare dai sondaggi, spesso non ha ben chiara la differenza tra giustizia e vendetta, apprezza molto le armi ma non gradisce la vista del sangue e ama pensare che si possa eliminare un altro essere umano senza fargli troppo male.
Gli ultimi centocinquanta anni di storia giudiziaria a stelle e strisce sono percorsi da questa macabra ricerca del modo più “pulito” di eliminare gli autori di gravi delitti, magari a distanza di decadi dal fatto, come capitato alla Pike. E pazienza se vivere una buona parte della propria esistenza in attesa dell’esecuzione sia una pena aggiuntiva prossima alla tortura: si potrà sempre dire che al reo sono state concesse tutte le possibilità di difendersi, ma che alla fine la giustizia ha prevalso, certa e implacabile.

È quanto mai utile, pertanto, fare un po’ di luce sulle tecniche utilizzate e sugli episodi precedenti all’odierno.
Il binomio pena di morte – tecnologia risale addirittura al 1890, quando a sperimentare la sedia elettrica fu un uxoricida newyorkese, di nome William Kemmler. Dietro la sinistra invenzione si nascondeva nientemeno che Thomas A. Edison, ben più famoso per aver acceso la prima lampadina della storia. Entrato in concorrenza con Nikola Tesla e George Westinghuse, Edison cominciò a girare varie fiere statunitensi, folgorando cavalli con scariche di corrente alternata, che era quella proposta dai suoi competitor. Lo scopo era di dimostrarne la pericolosità, a fronte del sistema a corrente continua propugnata da lui, ma le autorità americane, a riprova dell’autentica “fissa” per le esecuzioni capitali, immaginarono subito che l’elettrocuzione potesse essere usata su esseri umani colpevoli di delitti, oltre che su cavalli sicuramente innocenti. L’ottimo film “The current war” del 2017 (distribuito in Italia con il titolo “Edison – l’uomo che illuminò il mondo”) mostra efficacemente l’entusiasmo quasi commosso dei giornali americani rispetto alla prospettiva (che Edison supportò in segreto) di esecuzioni capitali rapide e indolori, da interpretarsi come ulteriore segno di progresso e modernità.
Doveva pensarla così anche Kemmler, posto che le cronache dell’epoca lo descrivono calmo e quasi rilassato mentre “si accomodava” da solo sulla prima sedia elettrica della storia e invitava le guardie a posizionare con precisione e senza fretta gli elettrodi. Purtroppo per lui, l’esecuzione durò otto, interminabili minuti e ci vollero tre diverse scariche per ucciderlo, non prima che il suo corpo martoriato fosse sul punto di prendere fuoco e alcuni testimoni terrorizzati cercassero di fuggire dalla sala delle esecuzioni.

Da allora, le raffinate menti americane hanno concepito uno dopo l’altro vari altri metodi alternativi al più retrogrado patibolo, ottenendo sempre lo stesso risultato e cioè che il nuovo “protocollo” (come dicono loro) risultava sistematicamente più orripilante e inumano del precedente.
Fu così che nel 1924 lo stato del Nevada sperimentò la prima camera a gas su un omicida di origine cinese, tale Gee Jon, nel convincimento che si trattasse di un metodo più “umano”. A causa delle basse temperature della struttura frettolosamente reperita, tuttavia, buona parte della sostanza venefica utilizzata (acido cianidrico) si liquefece, depositandosi al suolo. Lo sventurato Gee morì dopo trenta minuti, quando la residua parte di cianuro, rimasta allo stato gassoso, venne inalata e “fece il suo lavoro”.

Nonostante dagli anni ’40 in poi le camere a gas venissero indissolubilmente collegate agli stermini nazisti, centinaia di esecuzioni furono portate a termine con tale metodo, fino all’ultima, in Arizona, nel 1999. Il condannato era un cittadino tedesco di nome Walter LaGrand e il caso portò a una mezza crisi diplomatica tra Germania e Stati Uniti. Le autorità dello Stato ignorarono un pronunciamento della Corte internazionale di Giustizia dell’Aia (un classico americano, a proposito di sovranismo) che imponeva lo stop all’esecuzione, e la posero in atto lo stesso giorno. La “procedura” fu lunga e dolorosa, anche perché LaGrand, proprio per dimostrare l’inumanità del metodo, trattenne il respiro anziché accogliere il pietoso consiglio degli “esperti” di inalare subito il veleno.
Due anni dopo gli USA furono condannati dalla Corte per aver violato i diritti di LaGrand, non avendolo informato di poter chiedere l’assistenza consolare nella fase delle indagini.

Nel frattempo, però, aveva già preso piede la più raffinata e nello stesso tempo atroce delle metodiche mortifere: l’iniezione letale. Qui l’ingegno perverso dei moderni boia ha raggiunto vette difficilmente immaginabili. L’idea, sviluppata a inizio anni ’80, era quella di utilizzare un “cocktail” di sostanze, quasi che la pena capitale fosse un happy hour e la camera della morte un lounge bar.
Al condannato dovrebbe essere somministrata dapprima una dose massiccia di sedativo (ai giorni nostri il tristemente noto pentobarbital), ritenuta di per sé idonea a produrre un coma irreversibile.
In sequenza, gli sarebbe inoculata una sostanza che blocca tutti i muscoli, compreso il diaframma, con conseguente inibizione della funzione respiratoria e, infine, un terzo “farmaco” idoneo a provocare l’arresto cardiaco.

Il primo a sperimentare il nuovo “protocollo” fu, nel dicembre 1982, un omicida afroamericano, di nome Charlie Brooks; sarà stato un caso, ma il suo complice bianco se la cavò con una pena detentiva e venne rilasciato alcuni anni dopo in libertà vigilata. Il fatto che quell’esecuzione e varie altre successive si fossero svolte senza problemi “tecnici” convinse l’opinione pubblica americana che era stato finalmente trovato un metodo “umano” di somministrare la morte, quasi come in una procedura medica da sala operatoria.
Ma la verità venne ben presto alla luce, insieme a casi eclatanti di “procedure” palesemente erronee, anche per il tassativo divieto degli ordini professionali di medici e paramedici di partecipare alle esecuzioni capitali.
Non è che i condannati non soffrissero in quello che era, a tutti gli effetti, un soffocamento. Semplicemente non potevano mostrarlo, essendo i loro corpi completamente paralizzati dal sedativo. In più, la crescente difficoltà di reperimento delle sostanze originariamente destinate a comporre il “cocktail” (le case farmaceutiche, specie se europee, iniziarono saggiamente a non fornirle, sapendo a cosa sarebbero servite), indusse vari Stati a modificare i “protocolli”. In taluni casi vennero utilizzate sostanze vietate persino per l’eutanasia animale, sul presupposto – non dimostrato – che la sedazione impedisse di percepire dolore.

E così, in un ulteriore e inimmaginabile (almeno per noi europei) passo verso l’orrore, nel 2024 l’Alabama praticò la prima esecuzione mediante ipossia da azoto. Al condannato, anche in questo caso un afroamericano, fu applicato un casco come quelli ordinariamente utilizzati per intubare i malati in terapia intensiva solo che, anziché ossigeno, venne introdotto azoto allo stato puro. Che, come ci insegnavano a scuola, è un gas inerte e irrespirabile. È anche facile da trovare, posto che viene utilizzato per gonfiare gli pneumatici, quando si vuole una migliore performance: è geniale, no? E, anche in questo caso, un grande segno di progresso per uno Stato che i neri in precedenza li impiccava o li linciava.

E così siamo tornati al punto di partenza, cioè a Christa Pike. Non è chiaro se se sia stata salvata solo per poterla uccidere meglio, come pure è ben possibile, se non probabile. Lo ha promesso la candidata repubblicana alle prossime elezioni alla carica di governatore, giusto per dimostrare che non è meno tosta dei maschi e non si lascia condizionare da quei rompiscatole dei vescovi. E neanche dal Papa, che sarà pure americano, ma non rappresenta i tanti ‘buoni cristiani’ del popolo MAGA. A noi non resta che sperare, non solo per Christa, che da quelle parti (e anche dalle nostre, dopo aver letto vari commenti agghiaccianti lasciati sui social sulla vicenda) qualcuno voglia provare a restare umano. O, magari, a diventarlo, prima che sia troppo tardi.

P.S.: Nel mentre approntavamo la pubblicazione dell’articolo, è giunta la notizia che l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, l’ex ufficiale dell’esercito, che verrà fucilato il prossimo 3 dicembre in quanto responsabile della strage di commilitoni, di matrice islamista, compiuta in una base militare del Texas nel 2009, sarà trasmessa in diretta streaming. La galleria degli orrori continua ad allungarsi.

Giuseppe Battista

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