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I Patagarri impattano come una piccola meteora in televisione nel 2024, quando irrompono a X Factor col brano Caravan. Il suono sporco, apparentemente grezzo, conquista immediatamente un pubblico trasversale, stonando fin da subito nell’ecosistema ordinato e rassicurante del talent show. La competenza tecnica dei musicisti era indubbia, la personalità esplosiva del frontman Francesco Parazzoli indiscutibile, lo stile Gipsy Jazz affascina gli ascoltatori abituati a forme artistiche artificialmente sedate.
L’inizio è promettente, il primo album in major un discreto successo e il percorso sembra giungere al suo naturale apice col concerto del Primo Maggio di Roma del 2025.
Lì qualcosa si rompe.
Il giorno dopo il Corriere della Sera titola in virgolettato “Un’esibizione macabra e sinistra”: la colpa è quella di aver cantato un coro in sostegno della causa palestinese sulle note di Hava Nagila, brano di ispirazione ebraica tradizionale.
Il gesto sputa i Patagarri fuori dal grande mercato musicale e li fa atterrare con uno schianto dirompente nel favore di quel pubblico che da anni ormai ha spento il televisore, disgustato dalla faziosità del palinsesti Rai e dal valzer delle Tv di governo.
La premessa è forse prolissa, ma doverosa per comprendere lo spirito e il significato della loro esibizione la sera del 18 settembre sul palco dell’Eat Up! Festival, che dal 17 al 20 dello stesso mese ha portato a Roma Est culture provenienti da tutto il mondo con quattro giorni di musica, cibo e lotta politica senza esclusione di colpi. La cornice è quella dell’Ex Snia, un tempo complesso industriale e da molti anni ormai centro di aggregazione della Capitale, luogo privilegiato di incontro e vitalità della zona del Prenestino.
La parola chiave dell’esibizione è sicuramente energia. C’è quella dei musicisti, abili nel riarrangiare i brani più amati per trasformare ogni traccia in un’esperienza unica, ben lontana dal semplice ascolto in cuffia. E c’è quella del pubblico, che risponde con entusiasmo a ogni stimolo, lasciandosi trascinare dalla lucida follia del frontman, che salta per il palco agitando una matassa irsuta di ricci con la tromba infilata sotto il braccio.
L’impressione è proprio quella di trovarsi in mezzo a una festa, di fronte a una band che si muove in totale scioltezza tra i propri simili, decisamente più a proprio agio rispetto ai palchi televisivi dei loro esordi. Colpiscono le voci roche, i fiati graffianti, le trombe, il sax e le chitarre percosse con forza dalle mani abili di chi – come ci tengono a precisare gli stessi artisti – “per suonare pulito si è fatto dieci anni di classica”, per poi scegliere di disimparare e cercare la propria strada. La decostruzione si configura così come una scelta consapevole, che si sposa con un linguaggio schietto e senza filtri, guidato dalla furia di chi si è genuinamente “rotto il cazzo” di conformismi e ribellioni calcolate ad uso e consumo del mercato.
“Da piccoli ascoltavamo La Locomotiva di Guccini; ho sempre odiato quella canzone perché il dirottatore veniva fermato. Senza schianto che gusto c’è?”.
È proprio questa la morale dietro brani come Il Camionista, in cui un guidatore sorpassato con arroganza da una Ferrari decide di far valere tutto il peso del proprio mezzo. La rabbia di una musica convulsa si tinge così dei toni dolceamari di chi abbraccia una militanza brutta, sporca, cattiva e autentica, in perfetta sintonia con la cultura dei centri sociali e degli spazi di aggregazione spontanea.
In quest’ultima scia bisogna inserire brani come La Bomba Intelligente, denuncia all’influenza del mercato delle armi, Diavolo, dove il male biblico si incarna in un uomo elegante e piacente con in mano un contratto discografico e Il Pollo, storia di un mendicante che si vendica di una ricca donna spocchiosa che ignora le sue richieste di monete, divorandole il piatto di carne sotto gli occhi increduli e scandalizzati. Lo scandalo è la principale esigenza che sembra muovere il gruppo, che non giunge mai però a formulare una teoria di liberazione: La Bomba Intelligente esiste solo come formula di sterminio umano – in una pragmatica cinica che ricorda da vicino il finale della Coscienza di Zeno di Svevo – il Diavolo vince sempre e non lascia ai peccatori che la preghiera e, infine, il mendicante viene arrestato.
“[…] ci sono poche regole in sto mondo. / Sai le cose cadon sempre verso il basso / e alla moglie del ministro non si può rubare il pollo”.
L’impressione finale è quella di trovarsi di fronte a un gruppo di amici che si diverte e vuole renderti partecipe delle loro risate. I Patagarri non sono perfetti: sbagliano, a volte stonano, fanno saltare corde e invertono le parole, ma rappresentano un’esperienza autentica e genuina di musica fatta per il gusto di suonare.
Sono la storia di un successo annunciato che ha scelto la coerenza al grande pubblico, di chiudere il proprio tour europeo con una serata gratuita in un centro di aggregazione, in anni in cui gli spazi di lotta politica sembrano fare più paura delle bombe. Sono simboli inconsapevoli di un pensiero post ideologico che ha scelto di distruggere le forme canoniche di espressione non con lo spirito sfidante del punk, ma col distacco ironico e caustico del surrealismo letterario.
Forse, in tempi di torpore sociale, abbiamo bisogno di antieroi senza mezze misure che ci salvino dal Diavolo e dai suoi contratti.
Andrea Donà
Foto dal web