Quando il calcio aveva il volto di Sandro Mazzola

La morte di Sandro Mazzola non chiude soltanto la vicenda terrena di un grande campione. Porta via un altro testimone di un’Italia che osservava il calcio attraverso la nebbia delle immagini in bianco e nero, ne ascoltava le imprese alla radio e imparava a memoria le formazioni come si faceva con le poesie. Un tempo lontano, forse persino ingenuo, nel quale i calciatori entravano nelle case senza raccontare ogni giorno se stessi e proprio per questo diventavano figure quasi mitologiche.

Mazzola aveva ricevuto in eredità un cognome che poteva essere un privilegio, ma anche un peso insostenibile. Suo padre Valentino, capitano del Grande Torino, era scomparso nella tragedia di Superga quando Sandro era ancora un bambino. Crescere significò dunque confrontarsi con un’assenza enorme e con il ricordo di un uomo che il dolore collettivo aveva già consegnato alla leggenda.

Sandro non provò mai a liberarsi di quella storia. La portò con sé, ma seppe evitare che diventasse una gabbia. Non oscurò il padre e non rimase nella sua ombra: trovò una luce propria. Prima fu Sandrino, il ragazzo che si formava sui campi milanesi ascoltando gli insegnamenti di Giuseppe Meazza; poi diventò Mazzola, senza più bisogno che qualcuno specificasse di chi fosse figlio.

Il principio della sua carriera sembra scritto da uno sceneggiatore dotato di una particolare inclinazione per i paradossi. Nel 1961 l’Inter, in polemica con le decisioni assunte dopo una controversa partita contro la Juventus, schierò a Torino la squadra dei ragazzi. Finì 9-1. L’unica rete nerazzurra la segnò su rigore quel diciottenne dal cognome già celebre. Una disfatta per tutti, ma per lui l’inizio di un viaggio straordinario. Quasi la rappresentazione perfetta della sua idea della vita: anche quando la vittoria è fuori portata, si entra in campo e si fa la propria parte.

Con Helenio Herrera sarebbe diventato uno dei volti della Grande Inter. Il baffo, lo scatto improvviso, il tacco, la capacità di intuire prima degli altri dove si sarebbe spostata l’azione. Il suo calcio possedeva eleganza e concretezza: sapeva creare e concludere, inventare e colpire. Non sembrava limitarsi a inseguire il pallone; dava piuttosto l’impressione di conoscerne in anticipo le intenzioni.

Nel 1964, contro il Real Madrid, segnò due dei gol che consegnarono all’Inter la prima Coppa dei Campioni. In quella sera europea avvenne forse il passaggio definitivo: il figlio di Valentino diventò pienamente Sandro Mazzola. Non aveva cancellato il padre, ma aveva scritto accanto alla sua una seconda storia, diversa e altrettanto luminosa.

Le vittorie, gli scudetti e le coppe sono lì, negli archivi. Ma la grandezza di un calciatore non coincide mai soltanto con la somma dei trofei. Vive soprattutto nei frammenti rimasti nell’immaginario comune: una finta, una corsa, il boato dello stadio, la voce concitata di un radiocronista. Anche la musica finì per accorgersi di lui. Mina inserì il suo nome in una canzone, mentre il calcio, il cinema e il costume si mescolavano in un’Italia popolata da campioni e artisti, nella quale anche Adriano Celentano poteva ritrovarsi tra i pali durante una partita tra amici.

E poi ci fu la Nazionale, con l’Europeo, i Mondiali e il Messico del 1970. Ci fu soprattutto Gianni Rivera. Per anni l’Italia si divise tra loro come Milano si divideva durante il derby. Mazzola raccontava che, camminando per strada, lui e Rivera finivano quasi simbolicamente su marciapiedi opposti: da una parte gli interisti, dall’altra i milanisti.

La Nazionale trasformò quella ricchezza nella famosa staffetta. Mazzola nel primo tempo e Rivera nel secondo, come se la presenza contemporanea di due fuoriclasse potesse alterare qualche delicato equilibrio nazionale. Era il trionfo della cautela applicata al talento: avendone due, si preferiva mostrarne uno per volta. Anche questa contrapposizione, però, con il passare degli anni perse la propria asprezza. Rimase l’immagine di due uomini che, da sponde differenti, avevano rappresentato la stessa irripetibile stagione del calcio italiano.

Nel ricordo di Mazzola trovano posto anche le partite disputate contro il Bari, a San Siro e al Della Vittoria. Incontri ormai lontanissimi, ma ancora nitidi nella memoria di chi li visse quando il campionato scandiva le domeniche e l’arrivo dell’Inter costituiva un avvenimento.

Al Della Vittoria, in particolare, vedere da vicino quei campioni significava accorciare improvvisamente la distanza tra la realtà e le figurine. C’erano le gradinate di cemento, il brusio della folla, l’attesa che cresceva e la maglia biancorossa da sostenere contro tutto e tutti. Mazzola era un avversario e si sperava che il Bari riuscisse a fermarlo. Eppure, davanti ad alcuni giocatori, persino la rivalità concedeva spazio all’ammirazione.

Sono memorie che il tempo non ha consumato. Anzi, le ha rese più limpide. È uno dei misteri dell’età: si dimentica ciò che è accaduto pochi giorni prima e si ricordano un movimento, un colore o un pomeriggio di molti decenni fa. Quelle partite non erano soltanto calcio. Dentro di esse c’erano la giovinezza, le persone con cui si andava allo stadio, le attese e una parte di vita che allora sembrava destinata a durare per sempre.

Per questo Mazzola non appartiene esclusivamente alla storia dell’Inter. I colori rimangono, le rivalità pure, ma davanti alla scomparsa di un autentico campione le vecchie divisioni perdono consistenza. Chi lo affrontò e chi tifò contro di lui finisce per riconoscersi negli stessi ricordi. Il calcio separa mentre accade; molti anni dopo, invece, spesso riunisce.

Sandro aveva confidato di voler essere ricordato soprattutto come un uomo perbene, uno che continuava a battersi anche davanti alle cause apparentemente perdute. È un desiderio che vale più di qualsiasi elenco di successi. Il nome di Valentino, dato anche all’ultimo nipote, mostra inoltre come il filo della famiglia non si sia mai spezzato: ha attraversato il dolore, le generazioni e la gloria sportiva.

Mazzola diceva di sognare il ricongiungimento con suo padre. Oggi è inevitabile affidarsi a quell’immagine: Sandro che arriva con il pallone, Valentino che finalmente lo riconosce non soltanto come il bambino lasciato troppo presto, ma come l’uomo e il campione che è diventato.

Forse non serviranno parole, classifiche o medaglie. Basterà un abbraccio. E, per la prima volta, nessuno dei due dovrà giocare portando sulle spalle il nome dell’altro.

Massimo Longo
Foto dal web

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