
A Barletta il Bari aveva smarrito non soltanto una partita, ma soprattutto sé stesso. Ad Altamura era chiamato perciò a offrire una risposta che andasse oltre il risultato: bisognava ritrovare personalità, ordine e quella consapevolezza della propria forza che una squadra costruita per vincere il campionato non può lasciare negli spogliatoi.
Il 3-0 del Tonino D’Angelo dice che la reazione c’è stata. Non cancella tutte le perplessità né autorizza improvvise dichiarazioni di guarigione, ma consente almeno di considerare la sconfitta precedente un temporale estivo e non ancora l’inizio di una malattia. Il Bari è tornato a fare il Bari: ha rispettato l’avversario senza temerlo, ha sfruttato la propria superiore qualità e ha colpito con la concretezza di una squadra esperta.
Rimane sullo sfondo il paradosso di una società che, per storia, città e pubblico, dovrebbe frequentare altri palcoscenici e invece continua ad aggiungere nuove tappe al proprio personale teatro dell’assurdo. Dopo Alcamo, Marsala, Troina, Castrovillari, Rotonda e Paganese, è arrivato anche il primo confronto ufficiale con l’Altamura. Non è una mancanza di rispetto verso nessuno, ma l’amara constatazione della distanza tra ciò che il Bari dovrebbe essere e il luogo calcistico nel quale si trova.
In Serie C, però, i ricordi non assegnano punti. Semmai il blasone accresce le difficoltà, perché contro il Bari ogni avversario trova energie supplementari: può inciampare con squadre meno celebrate, poi vede arrivare i biancorossi e per una sera sembra trasformarsi nel Real Madrid. È una tassa che il Bari dovrà imparare a pagare senza lamentarsi.
Il risultato racconta una superiorità evidente, ma non una passeggiata. Il Bari ha avuto il merito di indirizzare la gara attraverso il cinismo e l’essenzialità, trasformando in gol le occasioni favorevoli e mettendo subito una distanza rassicurante tra sé e l’Altamura.
La squadra di Rastelli non ha disputato la partita della vita e questa vittoria non entrerà certamente tra le cento migliori esibizioni della storia biancorossa. Sarebbe però ingeneroso pretendere, dopo un 3-0 esterno, anche il certificato di perfezione. Il Bari doveva reagire a Barletta, vincere e dimostrare di essere più forte dell’Altamura. Lo ha fatto senza equivoci.
La parte migliore della prestazione è stata quella nella quale i biancorossi hanno occupato il campo con ordine, governando il pallone e impedendo all’avversario di avvicinarsi alla propria area. In quel periodo si è visto un Bari finalmente tonico, determinato e persino piacevole da guardare. Due gol ravvicinati hanno squarciato la prima frazione, ma non sono stati lampi isolati: hanno rappresentato la conseguenza di una superiorità costruita soprattutto a centrocampo.
Nella ripresa, invece, la squadra ha perso progressivamente lucidità e iniziativa. Probabilmente Rastelli aveva chiesto di amministrare il vantaggio, ma tra gestione e rinuncia esiste una differenza sostanziale. Gestire significa controllare tempi e spazi; abbassarsi e lasciare il pallino all’avversario significa consegnarsi agli episodi.
In Serie C nessun risultato può essere considerato acquisito troppo presto. Come il Bari aveva segnato due volte in pochi minuti, anche l’Altamura avrebbe potuto riaprire improvvisamente la partita. I padroni di casa hanno avanzato il proprio baricentro, trovato fiducia e costruito occasioni sulle quali avrebbero meritato almeno il gol della bandiera.
Il Bari ha comunque saputo soffrire senza disunirsi. Ha modificato il proprio assetto anche per fronteggiare gli infortuni e, quando l’Altamura sembrava poter riaccendere la gara, ha sfruttato con Butić il grave errore del portiere avversario. È stato il colpo definitivo, quello che separa spesso le squadre esperte dalle altre: riconoscere l’occasione e trasformarla senza pietà in una sentenza.
Nel finale i biancorossi sono tornati ad attaccare, sfiorando anche il quarto gol. Hanno così chiuso nella metà campo avversaria, come dovrebbe fare una grande squadra, anche se momentaneamente confinata in Serie C.
Il 3-0 non deve diventare un cosmetico capace di coprire ogni imperfezione. Per quanto si è visto finora, il Bari non è ancora la corazzata annunciata e attesa dalla piazza. Ne possiede la struttura, l’esperienza e la qualità individuale, ma non ancora la continuità necessaria per dominare le partite dall’inizio alla fine.
L’impressione è che questa squadra stia viaggiando al 40-50 per cento delle proprie potenzialità. La notizia migliore, paradossalmente, è proprio questa: se un Bari ancora incompleto riesce a vincere 3-0 in trasferta, i margini di crescita sono considerevoli. A condizione, naturalmente, che il restante cinquanta per cento non rimanga soltanto un’ipotesi sulla carta.
Il Bari deve liberarsi delle pause, delle paure e della tentazione di tirare troppo presto i remi in barca. Possiede qualità sufficienti per imporre la partita, non soltanto per indirizzarla e poi difenderla. Il passaggio decisivo sarà trasformare la propria superiorità tecnica in un’abitudine mentale.
Anche i singoli hanno offerto indicazioni piuttosto chiare. Il centrocampo è stato il reparto migliore: Maggiore, Darboe e Grgić hanno imposto qualità, dinamismo e intelligenza nella gestione del pallone. I gol di Maggiore e Darboe rappresentano soltanto la parte più visibile del loro lavoro. Soprattutto nella prima frazione hanno dato ordine alla squadra, protetto la manovra e fatto valere la superiore cifra tecnica del Bari.
Butić si è confermato determinante. Un centravanti non deve necessariamente inventare sempre il gol: deve anche saper riconoscere l’errore dell’avversario e trasformarlo in una condanna. Lui lo ha fatto senza esitazioni, mostrando quella concretezza indispensabile in una categoria nella quale spesso l’efficacia conta più dell’estetica.
Meno brillanti Tribuzzi e Gómez. Il primo è rimasto ai margini della prestazione collettiva; il secondo, partito dalla panchina e subentrato nella ripresa, non è riuscito ancora una volta a incidere, fallendo anche una buona occasione per lasciare il proprio segno. Da entrambi è lecito attendersi molto di più.
La porta inviolata non deve indurre ad assolvere completamente la difesa. Ad Altamura il reparto ha commesso diversi errori, soprattutto quando tutta la squadra ha arretrato il proprio baricentro. Le occasioni concesse sono state troppe rispetto a quanto racconta lo zero rimasto sul tabellone.
Se l’Altamura non ha segnato, gran parte del merito appartiene ancora una volta a San Cerofolini. Dopo essere rimasto quasi inoperoso nella prima frazione, il portiere si è trasformato nel nume tutelare del Bari, salvandolo in almeno tre circostanze e negando ai padroni di casa persino il gol della bandiera.
Cerofolini si conferma determinante in ogni partita. È una garanzia preziosa, ma anche un piccolo campanello d’allarme: una squadra che deve vincere il campionato non può chiedergli miracoli ogni domenica. La solidità difensiva non può essere confusa con la bravura del portiere nel rimediare agli errori di chi gli sta davanti.
La vittoria di Altamura ricaccia indietro i fantasmi di Barletta e mantiene il Bari nel gruppo di testa. È un successo da accogliere senza riserve, ma anche senza lasciarsi ubriacare dal punteggio. L’esperienza e la qualità hanno avuto la meglio, come era giusto attendersi, ma la crescita collettiva deve ancora compiersi.
Il temporale di Barletta sembra passato. Per escludere definitivamente la malattia serviranno però continuità, maggiore solidità e la stessa consapevolezza mostrata al Tonino D’Angelo. Perché il Bari potrà ambire davvero al primo posto soltanto entrando sempre in campo con rispetto per gli avversari, ma senza alcun timore reverenziale.
Il blasone non segna, non para e non vince da solo. Può però ricordare ai calciatori quale maglia indossano e quale responsabilità comporti. Quando il Bari riuscirà a esprimere non più la metà, ma la misura piena della propria forza, allora potrà davvero diventare la corazzata che la Serie C si aspetta e che la sua storia gli impone di essere.
Massimo Longo
Foto di @SSC Bari