
Nico Arezzo appartiene a quella categoria di artisti emergenti da tenere d’occhio.
Vederlo al Locus Festival 2026, nella suggestiva cornice della Masseria Ferragnano, accanto a un nome internazionale come Thundercat, è stato particolarmente suggestivo; il Locus ha sempre avuto il merito di non considerare la musica una semplice successione di concerti, ma un luogo di incontro tra generazioni e geografie musicali differenti. La ventiduesima edizione ha portato in Puglia venti grandi eventi distribuiti in otto location, confermando quella vocazione alla contaminazione che da oltre vent’anni caratterizza il festival.
E qui l’artista siciliano è apparso nella sua giusta dimensione, un cantautore e non solo.
Ascoltando brani come “Teste di nicchia”, “Manifestami”, “Terapia d’urlo”, “Da Dio”, “Vorrei mi offrissi la colazione” e “Sancu”, emerge immediatamente che il cantautore non sembra interessato a inserirsi comodamente in un genere già confezionato.
Il suo è un cantautorato contemporaneo fortemente ritmico, nel quale confluiscono funk, soul, R&B, jazz, rap ed elettronica, con una componente mediterranea che non viene utilizzata come semplice ornamento folkloristico. Al contrario, il siciliano diventa materia musicale, ritmo, identità.
È questa la sua prima vera originalità.
In “Sancu”, per esempio, il dialetto non è una concessione alla tradizione: diventa una lingua musicale capace di dialogare con sonorità contemporanee. In “Manifestami” il groove si apre invece al linguaggio urban e al rap di Ugo Crepa; “Terapia d’urlo” porta il discorso verso una dimensione più esplosiva e ironica. L’album “ Non c’è fretta” contiene, infatti, tredici tracce e numerose collaborazioni, ma mantiene una precisa coerenza sonora.
La cosa nuova è che la Sicilia non viene raccontata, viene fatta suonare.
Nel panorama italiano contemporaneo, infatti, ci sono molti giovani artisti che recuperano dialetti e radici territoriali, la differenza sta nel modo in cui Arezzo lo fa.
La Sicilia non è per lui una cartolina né un marchio identitario da spendere. È un substrato ritmico e sentimentale che può convivere con il funk, il soul, il jazz e la cultura musicale urbana.
È una Sicilia contemporanea, capace di stare nello stesso brano con sonorità internazionali senza perdere la propria riconoscibilità.
Un altro elemento che lo distingue è la scrittura che manifesta un’intelligenza ironica e dissacrante.
Il giovane artista non sembra avere bisogno di assumere il tono “sostenuto” tipico di una parte del cantautorato contemporaneo. Può parlare di ansia, desiderio, precarietà, relazioni, paura e bisogno di rallentare utilizzando contemporaneamente ironia, quotidianità e poesia.
“Vorrei mi offrissi la colazione” è un titolo quasi banale, ma insiste sulla necessità di dormire non come fuga, ma come tregua; “Terapia d’urlo” trasforma le contraddizioni del mestiere musicale in materia ironica.
Ma sotto la leggerezza c’è uno sguardo che osserva con un atteggiamento canzonatorio e irriverente.
“Non c’è fretta” è il titolo del suo ultimo album è quasi un manifesto generazionale.
Viviamo dentro una musica che spesso sembra obbligata a correre: singoli, algoritmi, numeri, contenuti, visibilità. Occorre, invece, un’ operazione controcorrente, occorre rallentare, recuperare il tempo, osservare le fragilità senza doverle immediatamente trasformare in prestazione.
Tuttavia questa lentezza non produce musica statica.
Al contrario, il disco vive di contrazioni e aperture ritmiche, di momenti laid-back e accelerazioni, di episodi acustici e improvvise esplosioni funk. La stessa ricerca sonora è stata indicata dall’artista come una delle principali evoluzioni rispetto al primo album.
Sul palco il progetto acquista la sua dimensione più convincente, perchè Nico Arezzo ha una qualità oggi tutt’altro che scontata, sembra tutt’uno con il palco. Al Locus questa natura live è emersa con particolare evidenza: la band, la sezione ritmica, i momenti più intimi e quelli più fisici hanno costruito un concerto che non si è limitato a riprodurre l’album.
È musica che chiede di essere suonata, non semplicemente ascoltata.
Nico Arezzo è ancora giovane, ma possiede già tre caratteristiche che possono fare la differenza nel percorso di un artista.
La prima è un’identità riconoscibile; dopo pochi brani si capisce che quel modo di mescolare Sicilia, groove, ironia e cantautorato gli appartiene.
La seconda è la curiosità musicale. Non sembra voler ripetere una formula che funziona: cerca collaborazioni, cambia registro, mette in dialogo linguaggi diversi. La terza, forse la più importante, è la possibilità di evolvere senza perdere la propria identità.
Ed è questa la qualità che personalmente terrei maggiormente d’occhio.
Perché un giovane artista interessante non è necessariamente quello che oggi ha già trovato il proprio suono. È quello che lascia intuire quanto ancora potrebbe scoprirne.
Una bella scoperta nel posto giusto.
In questo senso, averlo incontrato al Locus Festival è quasi una perfetta coincidenza artistica.
Il Locus ha costruito negli anni la propria identità mettendo in relazione grandi nomi internazionali e nuove realtà, musica contemporanea e territorio, luoghi spettacolari e ricerca musicale. La scelta di Masseria Ferragnano, nel paesaggio della Valle d’Itria, aggiunge alla musica una dimensione quasi cinematografica.
E anche l’organizzazione, almeno nella serata vissuta, ha contribuito a quella sensazione di evento pensato nel suo insieme: musica, spazio, pubblico e paesaggio sembravano appartenere alla stessa narrazione.
E dentro quella cornice, Nico Arezzo è sembrato qualcosa di più di una semplice apertura di serata.
È sembrato un nome da appuntarsi, perchè quando un musicista possiede già una voce riconoscibile, ma ha ancora davanti a sé molto spazio per crescere, la cosa più interessante non è chiedersi dove sia arrivato oggi, è provare a immaginare dove potrà arrivare domani.
Vicky Berardinetti
Foto di Umberto Lopez
dalla pagina Facebook del Festival