Il generale dichiara guerra al presente

Bisogna riconoscere almeno una virtù al generale Vannacci: la chiarezza. Non occorrono politologi, esegeti o traduttori dal vannaccese all’italiano. Basta leggere.

Via le unioni civili. Contenuti definiti «genderisti» e «omosessualisti» fuori dalla televisione nelle ore protette. L’aborto «non è un diritto». Centralità della famiglia tradizionale. Educazione militare nelle scuole. Più militari nelle città.

Più che Futuro Nazionale, verrebbe spontaneo chiamarlo Passato Remoto Nazionale.

A questo punto, però, il programma mi sembra incompleto. Mi permetto quindi, gratuitamente, di suggerire al generale qualche integrazione coerente con l’impianto.

Ripristino del capofamiglia sulla carta d’identità. Ritorno del televisore in bianco e nero, perché anche i colori, a pensarci bene, sono pericolosamente plurali. Carosello obbligatorio alle 20.50 e subito dopo tutti a letto, possibilmente dopo aver controllato che sotto le coperte non si nasconda qualche teoria gender. Abolizione del telecomando: uno Stato forte decide lui cosa devi guardare.

Naturalmente andrebbe restaurato anche il telefono a gettoni: WhatsApp crea promiscuità sociale e con tutte quelle faccine non si capisce più bene dove stia andando la civiltà occidentale.

Nelle scuole, grembiule, alzabandiera e appello sull’attenti. Al posto dell’educazione civica, marcia sincronizzata nel cortile. La ricreazione potrebbe essere concessa soltanto previa autorizzazione dello Stato Maggiore. Per matematica, niente più insiemi: il concetto stesso di “unione” rischia ormai di prestarsi a interpretazioni equivoche.

Quanto alla televisione, urge una bonifica generale. Fuori naturalmente tutto ciò che turba la concezione vannacciana della famiglia. Ma attenzione anche a Peppa Pig, perché una femmina protagonista che prende continuamente iniziative potrebbe trasmettere messaggi sovversivi. Sorveglianza speciale per Masha, palesemente refrattaria all’autorità. E forse converrebbe indagare persino Heidi: vive col nonno sulle montagne senza che si abbia notizia di una famiglia tradizionale completa. Una situazione amministrativamente sospetta.

Per la musica proporrei una commissione preventiva. Renato Zero rischierebbe di creare qualche problema. I Village People non ne parliamo: sei uomini vestiti in quel modo e uno addirittura da militare potrebbero provocare nel generale una crisi istituzionale. Anche “YMCA”, prudenzialmente, dopo le 23.

E poi la toponomastica. Basta con Piazza della Libertà: parola pericolosamente interpretabile. Meglio Piazza dell’Ordine. Via dell’Indipendenza potrebbe diventare Via dell’Obbedienza. Corso Europa, poi, andrebbe valutato con molta attenzione.

Scherziamo, naturalmente. Ma soltanto fino a un certo punto.

Perché dietro il materiale quasi inesauribile che Vannacci offre alla satira c’è una concezione politica che considero profondamente reazionaria: l’idea che lo Stato non debba limitarsi a garantire la libertà delle persone, ma possa decidere quale famiglia sia quella giusta, quale modello di vita sia quello accettabile, quale diversità sia opportuno mostrare e quale invece sarebbe meglio nascondere sotto il tappeto.

Ed è qui che la caricatura smette di far ridere.

Non serve gridare ogni cinque minuti al ritorno del fascismo. La storia non si ripresenta mai con la stessa uniforme e sarebbe persino un favore a Vannacci attribuirgli una statura storica che, al momento, francamente non vedo. Ma nelle sue proposte riconosco una cultura politica di estrema destra, autoritaria e regressiva, che con la tradizione democratica e pluralista della Repubblica ha ben poco da spartire.

Poi c’è naturalmente il Vannacci politico, che ha capito una regola elementare del nostro tempo: più grossa la spari, più a lungo rimani nel telegiornale. Una dichiarazione moderata produce diciassette secondi d’agenzia; una provocazione contro gay, unioni civili o aborto garantisce titoli, talk show, indignazione, social e pubblicità gratuita. Altro che strategia militare: questa è strategia algoritmica.

E può darsi persino che, qualora un giorno arrivasse davvero nelle stanze del potere, anche il generale subisca quella misteriosa trasformazione che colpisce molti incendiari della campagna elettorale. Entrano promettendo la rivoluzione e, dopo qualche Consiglio dei ministri, scoprono la Costituzione, Bruxelles, i trattati, il Quirinale, i tribunali, i conti pubblici e soprattutto la realtà.

È accaduto anche a Giorgia Meloni: parecchi ruggiti dell’opposizione, una volta arrivati a Palazzo Chigi, hanno inevitabilmente incontrato il principio di realtà. In Italia il passaggio dal leone sovranista all’abbacchio con le patate può essere sorprendentemente rapido.

Perciò niente terrore. Vannacci va combattuto politicamente, ma anche preso per quello che è: un neofita della politica che ha scoperto quanto renda elettoralmente occupare lo spazio della provocazione permanente.

Il proverbio dice che can che abbaia non morde. Sarà.

Ma quando qualcuno abbaia contro i diritti degli altri è sempre meglio controllare dove abbia lasciato i denti.

E tenere ben stretta la Costituzione.

Perché Vannacci può far sorridere, persino molto. Il vannaccismo, invece, assai meno.

Nel frattempo attendiamo fiduciosi il prossimo capitolo di Futuro Nazionale: abolizione del rock, ripristino della naja, chiusura delle discoteche a mezzanotte e obbligo per tutti gli italiani, prima di andare a dormire, di controllare sotto il letto che non si sia nascosto il gender.

Il generale vigila. Noi, possibilmente, vigiliamo sul generale.

Massimo Longo

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