
A Terlizzi, per la Festa Maggiore 2026, non è salito solo un cantante sul palco. E’ tornato a casa qualcuno, ci ha guardato negli occhi e abbiamo ritrovato noi stessi.
Ermal Meta l’ha detto più volte durante il suo concerto: “Per me Terlizzi è una seconda casa”. E il motivo è semplice: al basso con lui c’è sempre stato Dino Rubini, di Terlizzi. Con lui da quando erano negli Ameba4 nel 2007. “Avete uno di voi che ha iniziato con me” ha detto. E la piazza è esplosa in un applauso. Poi parte con energia: emozione pura dalla prima all’ultima nota unitamente a una grande forza empatica. E’ stato un crescendo di sensazioni e riflessioni profonde create da una carrellata di canzoni cantate senza sosta e con tanta voglia di regalarsi. Tanti i messaggi, i momenti di pausa emotiva vissuti ma ci sono stati alcuni testi che mi hanno davvero rapita per quella verità profonda che contengono, per il loro messaggio così vivo, così attuale, così vero, per quella capacità che hanno avuto nel costringerti a riconoscerti.
Vietato morire ha aperto il concerto ed è stato subito un patto. Nata nel 2017 come inno alla resilienza, nel 2026 suona come un bisogno: siamo stanchi. Guerre, crisi, ansie, social. Tanti di noi si sentono persi. Ermal è salito sul palco e invece di partire a bomba ha detto: “Ragazzi, prima di tutto: restiamo in piedi”. Non parla di morte, parla di quei giorni in cui dentro di te muore tutto. “Vietato arrendersi” urlato da migliaia di persone a Terlizzi è diventato promessa collettiva: restiamo, resistiamo, nonostante tutto; è stato come dirsi tra vicini di casa “Ci siamo, non molliamo”. E la piazza ha risposto. Perché ognuno ci ha messo dentro la sua battaglia: un lutto, un lavoro perso, una depressione, una delusione e non ti dice “andrà tutto bene”. Ti dice “anche se va male, resta”. E’ molto più reale. Quando senti “ho contato le crepe sul soffitto” capisci che lui parla proprio di quelle notti in cui hai creduto di non farcela. Anch’io mi sono sentita così, ma chi non si è mai sentito cosi? E quando poi canta: “Ho visto cosa resta quando tutto se ne va” ho pianto, perché ricordi le volte in cui hai perso tutto e sei rimasta sola con te stessa. Con Piccola anima tutto si è fermato. Luci basse, silenzio. Solo voce e chitarra. “Piccola anima, non avere paura di me”. E’ una carezza a quella parte di noi che si sente fragile, insicura. E per quattro minuti ci siamo sentiti tutti accolti. Poi il colpo al cuore: Non mi avete fatto niente, il pezzo più duro e più importante che Ermal ha portato a Terlizzi. Scritta con Fabrizio Moro nel 2018 per Sanremo, la canzone nasce dopo gli attentati di Bruxelles, Manchester, Berlino. Il titolo è una frase che la gente ripete quando succede qualcosa: “a me non è successo niente”. Perché stavo a casa, perché non ero lì. Ed è proprio quella la pugnalata: il senso di colpa di chi resta, la rabbia verso chi fa finta che non sia successo niente. Non è una canzone. E’ una memoria. Non parla di una guerra sola. Parla dell’orrore della guerra in generale, del dolore assurdo, di vite spezzate. E’ la foto di una mamma che cerca suo figlio tra le macerie. E’ il silenzio dopo una bomba. E poi quelle parole finali: “…non mi avete fatto niente, ma mi avete tolto tutto” ti entrano dentro oggi più che mai, perché ti ricorda che la guerra non uccide solo i corpi. Uccide case, sogni, infanzie, futuro. E mentre la cantavamo Ermal si è bloccato e ha urlato “Palestina, libera!”. La piazza è rimasta muta un secondo, poi ha risposto con un boato. Come non pensare alle immagini a cui ancora oggi assistiamo, quasi anestetizzati dal dolore. E la frase “una guerra che ancora oggi noi viviamo inutilmente, che uccide inutilmente” è proprio questa. Cantare “Non mi avete fatto niente” oggi significa dire: Basta abituarsi! Basta dire “tanto a me non tocca”!. Perchè se taciamo, se ci abituiamo, allora sì, ”non ci hanno fatto niente”. E invece ci stanno togliendo tutto. Ed è lì che è successo. E’ sceso tra noi. Ha scavalcato le transenne e si è infilato tra la gente dietro, non davanti. Stringeva mani, cantava negli occhi. E’ stato come sentirlo uno di noi. Non sul palco, in mezzo a noi. In quel momento ho capito che per lui cantare è stare vicino. E poi Stella stellina, dal nuovo album “Non siamo giovani” del 2025, ci ha spiazzati. E’ delicata, quasi una ninna nanna per adulti. Quella “stella stellina” è la persona, il ricordo, l’ancora a cui guardavi quando eri perso. Può essere un genitore, un amore, un amico o anche una versione di te stesso. Il testo dice sostanzialmente: “anche quando tutto è buio, io ti cerco nel cielo”. E’ una canzone sulla nostalgia, sul bisogno di una guida quando ti senti spaesato e sulla gratitudine per chi ti ha fatto da luce. Questa canzone mi ha colpito molto per come l’ha fatta lui: niente band a palla. Luci basse, voce quasi sussurrata e piazza in silenzio totale e poi, quei cellulari in alto: all’improvviso un vero cielo di “stelle stelline”. E’ una di quelle canzoni che non ti fa cantare a squarciagola ma ti fa stare zitta ad ascoltare. Ti fa pensare a chi è stata la tua stella e ti toglie il fiato. Io ti conosco ti mette a nudo. “So chi sei”. Quante volte vorremmo sentircelo dire. E lì, in mezzo a sconosciuti, è successo: ti senti riconosciuto, visto.
Il medley finale con Volevo dirti è stata una terapia di gruppo. Perché “Volevo dirti” è proprio questo: il contenuto di tutte quelle cose che tieni dentro e non riesci a comunicare. Frasi rimaste in gola, scuse non dette, grazie non espressi: un “ti voglio bene” o un “scusami” o un “mi manchi”. E penso alla comunicazione che si è persa, a quanto facciamo fatica oggi a dirci le cose davvero, a viso aperto. Nel 2026 viviamo tutti iperconnessi ma ci parliamo sempre meno davvero. Chat, vocali, storie, ma poi “volevo dirti” resta lì. Cantare Volevo dirti in piazza è stato come uno sfogo collettivo: le abbiamo urlate tutte quelle cose non dette e ognuno ci ha messo la persona a cui non ha mai detto qualcosa, anche io, come se finalmente avessimo il coraggio di dirle. “Volevo dirti che ti penso, che mi manchi da morire”.
Chiusura con Mediterraneo che ci ha riportato alle origini: “Tu mi hai mostrato cos’è una vera integrità”. cantarla a due passi dal mare, a casa sua e un po’ anche nostra, è stato perfetto. Mediterraneo per Metal è identità, è casa, è il mare che unisce popoli diversi. Parla di accoglienza, rispetto, dignità. Di quella cultura mediterranea fatta di comunità, non di muri. Nel 2026 il mediterraneo è ancora al centro di tutto. E’ mare di migrazioni, di guerre, di speranze. Orgoglio e commozione insieme. Dopo aver urlato “Palestina libera”, durante “Non mi avete fatto niente”, cantare “Mediterraneo” è stato come dire: questo mare deve tornare ad unire, non a dividere. Suonava come un appello: non dimentichiamo da dove veniamo e che valori ci hanno tenuti insieme: non perdiamoli!
A chiusura del concerto, uscendo dalla piazza, non commentavi la scaletta ma parlavi di brividi, di emozioni, di riflessioni. Il concerto ci ha spinto a fermarci a pensare e quando un artista ti fa sentire casa, e poi te lo dimostra venendo a prenderti oltre le transenne, ti porti via qualcosa di più grande della musica.
Grazie Terlizzi. Grazie Ermal.
Flora Guastamacchia
Foto di Flora Guastamacchia